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Salute

Metabolismo muscolare: come i muscoli producono energia e quali substrati utilizzano durante la corsa

Allenare il metabolismo significa imparare a utilizzare meglio grassi e carboidrati, risparmiare glicogeno e mantenere più a lungo un ritmo efficace, soprattutto nelle gare di endurance.
Andrea CerviaBy Andrea Cervia4 Novembre 2026
Immagine TRC
Immagine TRC

Il metabolismo muscolare è un sistema estremamente complesso e dinamico, attraverso il quale il nostro organismo produce l’energia necessaria per consentire la contrazione dei muscoli e, di conseguenza, il movimento. Durante l’attività fisica, infatti, le fibre muscolari hanno bisogno di un rifornimento continuo di energia, che viene ricavata attraverso l’utilizzo di differenti substrati energetici. La scelta del combustibile dipende da numerosi fattori, tra cui l’intensità e la durata dello sforzo, il livello di allenamento dell’atleta, la disponibilità di nutrienti e le caratteristiche delle fibre muscolari coinvolte.

Il muscolo scheletrico possiede una notevole flessibilità metabolica: è in grado di utilizzare carboidrati, grassi, proteine e altri composti intermedi del metabolismo energetico, adattando progressivamente il proprio funzionamento alle richieste dell’esercizio. Non esiste, quindi, un unico carburante utilizzato durante la corsa, ma una combinazione di diverse fonti energetiche che intervengono contemporaneamente, con un contributo variabile in funzione delle condizioni fisiologiche.

Per comprendere come funziona questo meccanismo è necessario partire dalle caratteristiche delle fibre muscolari. Le fibre di tipo I, lente e prevalentemente ossidative, sono particolarmente efficienti nell’utilizzo dell’ossigeno e nell’ossidazione di grassi e carboidrati. Le fibre di tipo II, invece, sono più rapide e potenti e presentano una maggiore predisposizione all’utilizzo dei sistemi energetici anaerobici, soprattutto nelle attività esplosive e negli sforzi di elevata intensità. All’interno di questa categoria, le fibre IIa rappresentano una tipologia intermedia, capace di combinare una buona capacità ossidativa con un’elevata produzione di forza, mentre le fibre IIx, corrispondenti alle IIb nella classificazione tradizionale, sono maggiormente orientate verso il metabolismo anaerobico.

La capacità di utilizzare efficacemente i diversi substrati energetici non è però una caratteristica immutabile. Attraverso l’allenamento, soprattutto quello di endurance, il muscolo può sviluppare adattamenti metabolici significativi, aumentando il numero e l’efficienza dei mitocondri, migliorando l’attività degli enzimi coinvolti nella produzione energetica e diventando più efficace nell’utilizzo dei grassi anche a intensità di esercizio relativamente elevate.

Il metabolismo glucidico: il carburante più rapido per i muscoli

Il metabolismo glucidico rappresenta una delle principali vie attraverso cui l’organismo produce energia durante l’attività fisica. I carboidrati, infatti, costituiscono un substrato particolarmente versatile, perché possono essere utilizzati sia attraverso processi aerobici, in presenza di ossigeno, sia attraverso la glicolisi anaerobica, quando la richiesta energetica supera temporaneamente la capacità ossidativa dei muscoli.

Dal punto di vista nutrizionale, un grammo di carboidrati fornisce circa 4 kcal. Il loro principale vantaggio risiede nella rapidità con cui possono essere trasformati in energia e nella possibilità di essere immagazzinati sotto forma di glicogeno, una riserva fondamentale per gli atleti.

Il glicogeno viene conservato principalmente in due distretti: nei muscoli e nel fegato. Il glicogeno muscolare viene utilizzato direttamente dalle fibre che lo contengono per sostenere la contrazione, mentre quello epatico contribuisce a mantenere stabile la concentrazione di glucosio nel sangue, garantendo un rifornimento energetico anche agli organi e ai tessuti che dipendono dalla disponibilità di glucosio circolante.

Durante la corsa, il contributo del metabolismo glucidico aumenta generalmente con l’intensità dello sforzo. Quando si corre a ritmi elevati, infatti, i muscoli hanno bisogno di produrre ATP, la molecola che rappresenta la vera e propria unità energetica utilizzata dalle cellule, in tempi molto rapidi. I carboidrati sono particolarmente adatti a questa esigenza perché permettono di ottenere energia più velocemente rispetto ai grassi. Per questo motivo, nelle competizioni come i 5.000 e i 10.000 metri, ma anche nelle fasi più intense di una mezza maratona o di una maratona, il metabolismo glucidico assume un ruolo determinante.

Un atleta poco allenato tende generalmente a utilizzare una quota maggiore di carboidrati anche a intensità relativamente moderate. Questo accade perché la sua capacità di ossidare i grassi è meno sviluppata e il sistema muscolare non dispone ancora di tutti gli adattamenti necessari per sfruttare efficacemente le diverse fonti energetiche.
L’allenamento di endurance permette invece di migliorare progressivamente l’efficienza metabolica, aumentando la capacità di utilizzare i grassi e risparmiando, almeno in parte, le riserve di glicogeno. Un vantaggio particolarmente importante nelle discipline di lunga durata, nelle quali la disponibilità di carboidrati può diventare uno dei principali fattori limitanti della prestazione.

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Il metabolismo lipidico: imparare a utilizzare i grassi durante la corsa

Il metabolismo lipidico rappresenta una risorsa energetica fondamentale per gli sport di endurance. I grassi, infatti, costituiscono una riserva energetica molto più abbondante rispetto al glicogeno e sono in grado di fornire una quantità di energia particolarmente elevata.

Un grammo di lipidi apporta circa 9 kcal, più del doppio rispetto ai carboidrati e alle proteine. Il nostro organismo dispone di riserve adipose che, anche negli atleti con una percentuale di massa grassa relativamente bassa, possono garantire una disponibilità energetica considerevole.
Il processo attraverso il quale gli acidi grassi vengono utilizzati per produrre energia prende il nome di beta-ossidazione. Si tratta di un meccanismo che avviene prevalentemente all’interno dei mitocondri e che richiede la presenza di ossigeno. Attraverso una serie di reazioni biochimiche, gli acidi grassi vengono progressivamente trasformati in molecole di acetil-CoA, che entrano successivamente nel ciclo di Krebs e nella catena di trasporto degli elettroni, contribuendo alla produzione di ATP.

Rispetto al metabolismo glucidico, quello lipidico presenta una cinetica più lenta e richiede una maggiore disponibilità di ossigeno per unità di ATP prodotta. Per questo motivo, quando l’intensità della corsa aumenta, il contributo relativo dei grassi tende a diminuire, mentre cresce quello dei carboidrati. Questo non significa, tuttavia, che il metabolismo lipidico si attivi soltanto quando le riserve di glicogeno iniziano a esaurirsi. I due sistemi lavorano contemporaneamente fin dall’inizio dell’attività fisica, ma il loro contributo cambia continuamente in funzione dell’intensità dello sforzo e delle caratteristiche metaboliche dell’atleta.

Nella maratona, per esempio, una buona capacità di utilizzare i grassi permette di preservare una parte delle riserve di glicogeno, limitando il rischio di andare incontro a un progressivo calo della disponibilità energetica. È uno degli adattamenti più importanti per chi pratica la corsa di lunga distanza e vuole mantenere un ritmo costante fino agli ultimi chilometri.

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Come allenare il metabolismo lipidico

La capacità di utilizzare i grassi può essere migliorata attraverso un allenamento specifico, soprattutto mediante sedute di corsa a bassa intensità e allenamenti di lunga durata. I cosiddetti lunghi rappresentano uno degli strumenti più efficaci per stimolare gli adattamenti metabolici legati all’endurance. Correre per periodi prolungati a un’intensità controllata favorisce infatti l’aumento della capacità ossidativa muscolare, migliora l’efficienza mitocondriale e permette all’organismo di diventare progressivamente più abile nell’utilizzo degli acidi grassi.

Un’altra strategia talvolta utilizzata è quella degli allenamenti a digiuno, durante i quali la disponibilità di carboidrati può essere ridotta e l’organismo è maggiormente stimolato a ricorrere ai grassi. Si tratta, tuttavia, di una metodologia che deve essere inserita con attenzione nella programmazione e che non rappresenta una soluzione indispensabile per migliorare la performance.
Gli eventuali allenamenti a digiuno dovrebbero essere limitati a sedute di intensità realmente bassa, valutando attentamente il livello di preparazione dell’atleta, il carico complessivo di allenamento e la disponibilità energetica. Non è consigliabile utilizzare questa strategia per gli allenamenti di qualità, le ripetute o le sedute particolarmente impegnative, nelle quali la disponibilità di carboidrati rimane essenziale.

Il vero obiettivo non è, quindi, eliminare i carboidrati o costringere l’organismo a utilizzare esclusivamente i grassi, ma sviluppare una maggiore flessibilità metabolica, migliorando la capacità di passare da un substrato energetico all’altro in funzione delle necessità.

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Il metabolismo proteico: quando l’organismo ricorre alle proteine

Le proteine rappresentano principalmente un materiale strutturale e funzionale per l’organismo. Sono indispensabili per la costruzione e il mantenimento dei tessuti, per il funzionamento degli enzimi e per numerosi processi fisiologici. Non costituiscono, invece, il carburante preferenziale durante l’attività fisica.
In condizioni normali, il contributo delle proteine alla produzione energetica è relativamente limitato. Può però aumentare durante esercizi particolarmente prolungati, quando la disponibilità di carboidrati è ridotta e le riserve di glicogeno iniziano a diventare insufficienti.

Le proteine vengono scomposte nei loro componenti fondamentali, gli aminoacidi, che possono essere utilizzati direttamente in alcuni processi metabolici oppure trasformati in altri composti energetici.
Tra gli aminoacidi maggiormente coinvolti nel metabolismo muscolare troviamo quelli a catena ramificata, conosciuti con la sigla BCAA: leucina, isoleucina e valina. Questi aminoacidi possono essere metabolizzati direttamente all’interno del muscolo scheletrico e contribuire, in determinate condizioni, alla produzione di energia.

Un altro processo importante è la gluconeogenesi, attraverso il quale l’organismo produce nuovo glucosio a partire da precursori non glucidici, tra cui alcuni aminoacidi. Questo meccanismo avviene principalmente nel fegato e, in misura minore, nei reni, e contribuisce a mantenere adeguata la disponibilità di glucosio nel sangue quando l’apporto alimentare e le riserve di glicogeno non sono sufficienti.
Un esempio significativo è rappresentato dal ciclo glucosio-alanina, attraverso il quale l’azoto e lo scheletro carbonioso derivati dal metabolismo muscolare vengono trasferiti al fegato. Qui l’alanina può essere utilizzata per produrre nuovo glucosio, che viene successivamente rimesso in circolo.

Dal punto di vista energetico, un grammo di proteine fornisce circa 4 kcal. Tuttavia, il loro utilizzo come combustibile non rappresenta una strategia particolarmente conveniente per l’organismo, soprattutto perché comporta il coinvolgimento di processi di degradazione e trasformazione degli aminoacidi.
Un ricorso eccessivo al metabolismo proteico può contribuire alla perdita di massa muscolare, soprattutto quando si associa a un’alimentazione insufficiente e a carichi di allenamento elevati.

Per un atleta di endurance, questo scenario deve essere evitato. Un eccessivo catabolismo muscolare può compromettere il recupero, ridurre la capacità di sostenere i carichi di lavoro, aumentare il rischio di infortuni e favorire condizioni di affaticamento persistente e sovraccarico.
L’obiettivo di una corretta strategia nutrizionale è quindi garantire una disponibilità energetica adeguata, assicurando un apporto sufficiente di carboidrati e grassi e una corretta quantità di proteine, senza costringere l’organismo a utilizzare in maniera eccessiva le proprie strutture muscolari come fonte energetica.

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Lattato e piruvato: non sono scarti, ma risorse energetiche

Tra i protagonisti del metabolismo muscolare troviamo anche due molecole spesso associate, in modo non sempre corretto, alla fatica: il piruvato e il lattato. Il piruvato rappresenta il prodotto finale della glicolisi, il processo attraverso il quale il glucosio viene degradato per ottenere energia. In presenza di un’adeguata capacità ossidativa, il piruvato viene trasportato all’interno dei mitocondri, dove viene convertito in acetil-CoA e successivamente utilizzato nel ciclo di Krebs per sostenere la produzione aerobica di ATP.
Quando, invece, la velocità con cui il glucosio viene degradato supera temporaneamente la capacità del sistema ossidativo di utilizzare il piruvato, una parte di quest’ultimo viene convertita in lattato attraverso un processo reversibile catalizzato dall’enzima lattato deidrogenasi.

È importante sottolineare che la produzione di lattato non avviene soltanto quando manca ossigeno. Anche durante attività aerobiche, comprese quelle di intensità moderata, il muscolo produce e utilizza continuamente lattato. La sua presenza non deve quindi essere interpretata come un segnale automatico di metabolismo anaerobico o di esaurimento muscolare. Il lattato, infatti, non è un prodotto di scarto, ma un prezioso substrato energetico. Attraverso il cosiddetto meccanismo del Lactate Shuttle, può essere trasferito da una cellula all’altra e utilizzato come combustibile da differenti tessuti.

Le fibre muscolari con una maggiore capacità ossidativa possono captare il lattato e utilizzarlo direttamente per produrre energia. Anche il cuore è particolarmente efficiente nel suo utilizzo, mentre il fegato può riconvertirlo in glucosio attraverso il ciclo di Cori, contribuendo al mantenimento dell’equilibrio energetico dell’organismo. Questa capacità di produrre, trasportare e riutilizzare il lattato rappresenta un elemento importante della performance negli sport di endurance.

Come allenare il riciclo del lattato

La capacità muscolare di utilizzare il lattato può migliorare attraverso allenamenti che abituano l’organismo a gestire una produzione energetica elevata senza interrompere completamente l’attività fisica. Un esempio è rappresentato dalle ripetute con recupero attivo. Anziché fermarsi completamente al termine di ogni prova, l’atleta continua a correre a un ritmo più lento, mantenendo una certa attività metabolica.

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Lo stesso principio può essere applicato ad alcuni allenamenti di fartlek, nei quali si alternano tratti di corsa veloce e tratti a intensità inferiore, senza interrompere la corsa. Questa modalità di lavoro permette di allenare la capacità di gestire e riutilizzare il lattato prodotto durante le fasi più intense, migliorando la continuità dello sforzo e la capacità di recuperare mentre si continua a correre.

Anche le ripetute con recuperi incompleti possono contribuire a sviluppare questi adattamenti, purché siano inserite correttamente nella programmazione. Il recupero attivo, infatti, non deve necessariamente essere una corsa sostenuta: la sua intensità deve essere calibrata in funzione dell’obiettivo della seduta e del livello dell’atleta. L’obiettivo è insegnare al muscolo a gestire meglio i metaboliti prodotti durante l’esercizio, aumentando la capacità di mantenere un’intensità elevata anche quando la richiesta energetica diventa importante.

I corpi chetonici: un carburante alternativo derivato dai grassi

I corpi chetonici rappresentano un’ulteriore fonte energetica che il muscolo può utilizzare in particolari condizioni metaboliche. Si tratta di molecole prodotte principalmente dal fegato a partire dagli acidi grassi, soprattutto quando la disponibilità di carboidrati è ridotta e l’organismo deve adattarsi a una diversa distribuzione dei substrati energetici.

I principali corpi chetonici sono tre: beta-idrossibutirrato, acetoacetato e acetone. I primi due possono essere utilizzati dai tessuti periferici, compreso il muscolo scheletrico, per produrre energia. L’acetone, invece, viene prevalentemente eliminato attraverso la respirazione. La produzione di corpi chetonici aumenta soprattutto in condizioni di digiuno prolungato, durante una restrizione significativa dei carboidrati o nel contesto di un’alimentazione chetogenica.

Una volta immessi nel sangue, i corpi chetonici possono essere captati dalle fibre muscolari e trasformati in acetil-CoA, che entra successivamente nel ciclo di Krebs contribuendo alla produzione di ATP. Il loro utilizzo rappresenta una strategia metabolica alternativa, particolarmente interessante perché permette di ricavare energia da molecole derivate dai grassi e di ridurre, in determinate condizioni, la dipendenza dal glucosio.

Tuttavia, la capacità di utilizzare efficacemente i corpi chetonici dipende dagli adattamenti metabolici dell’organismo. Un atleta che affronta per la prima volta un digiuno prolungato o una dieta chetogenica non è necessariamente in grado di sfruttarli in maniera efficiente durante l’esercizio fisico. Il passaggio verso un maggiore utilizzo dei corpi chetonici richiede infatti un periodo di adattamento e non deve essere considerato una scorciatoia per migliorare la performance.

È importante anche ricordare che la produzione endogena di corpi chetonici durante il digiuno o una dieta chetogenica non equivale automaticamente a un miglioramento della prestazione sportiva. Nelle discipline di endurance ad alta intensità, la disponibilità di carboidrati rimane fondamentale per sostenere ritmi elevati e garantire un’adeguata produzione energetica.

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Creatina e fosfocreatina: l’energia immediata per gli sforzi esplosivi

Tra i sistemi energetici utilizzati dal muscolo troviamo anche quello della creatina e della fosfocreatina, particolarmente importante negli sforzi brevi, intensi ed esplosivi. La creatina è una sostanza naturalmente presente nell’organismo, sintetizzata principalmente a livello epatico e renale a partire da alcuni aminoacidi, tra cui arginina, glicina e metionina. Una parte viene prodotta autonomamente, mentre un’altra viene introdotta attraverso l’alimentazione, soprattutto consumando carne e pesce.

La maggior parte della creatina presente nell’organismo è immagazzinata nei muscoli, dove viene conservata sia in forma libera sia sotto forma di fosfocreatina. Quest’ultima rappresenta una riserva immediatamente disponibile per rigenerare l’ATP, la molecola che fornisce energia direttamente alle cellule muscolari.
Durante uno sprint, un’accelerazione improvvisa o un esercizio di forza massimale, il muscolo deve produrre energia in tempi estremamente rapidi. In queste condizioni, il sistema della fosfocreatina permette di trasferire rapidamente un gruppo fosfato all’ADP, ricostituendo ATP senza dover attendere i tempi dei processi metabolici più complessi. È il cosiddetto sistema anaerobico alattacido, che interviene soprattutto nei primissimi secondi di uno sforzo massimale e che assume un’importanza particolare nelle fibre muscolari di tipo II, soprattutto quelle più rapide e potenti.

La fosfocreatina non rappresenta un substrato energetico nel senso tradizionale del termine e non fornisce calorie attraverso l’ossidazione. La sua funzione è piuttosto quella di agire come un deposito immediatamente disponibile di gruppi fosfato, consentendo una rapida rigenerazione dell’ATP. Una volta utilizzata, la fosfocreatina deve essere nuovamente ricostituita attraverso i processi energetici cellulari, soprattutto durante le fasi di recupero.

L’integrazione di creatina per migliorare la disponibilità energetica

L’organismo produce autonomamente creatina e ne introduce una quota attraverso l’alimentazione. Tuttavia, attraverso un’integrazione specifica è possibile aumentare le riserve muscolari di creatina totale e, di conseguenza, la quantità di fosfocreatina disponibile.

L’integrazione può essere effettuata attraverso un protocollo di carico iniziale seguito da una fase di mantenimento oppure attraverso un’assunzione quotidiana a dosaggio costante. Entrambe le strategie possono portare alla saturazione delle riserve muscolari, anche se con tempi differenti.

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L’aumento della disponibilità di creatina può migliorare la capacità di sostenere sforzi ripetuti ad alta intensità, favorendo la rigenerazione dell’ATP durante accelerazioni, sprint e attività esplosive. Per questo motivo, la creatina è particolarmente interessante negli sport di forza e potenza, ma può avere un ruolo anche nelle discipline di endurance che prevedono cambi di ritmo, scatti e ripetute ad alta intensità.

È bene precisare che la creatina non aumenta direttamente la capacità di utilizzare i grassi e non sostituisce i carboidrati durante la corsa di lunga durata. Il suo contributo riguarda principalmente la disponibilità energetica negli sforzi brevi e intensi.

Come migliorare il metabolismo muscolare attraverso l’allenamento

Il metabolismo muscolare non è un sistema rigido, ma una struttura estremamente adattabile. Attraverso l’allenamento è possibile migliorare l’efficienza delle diverse vie energetiche, aumentando la capacità dell’organismo di utilizzare i substrati disponibili e di rispondere in maniera più efficace alle richieste dell’esercizio. L’allenamento di endurance, in particolare, stimola numerosi adattamenti a livello muscolare. Aumenta la densità mitocondriale, migliora l’attività degli enzimi ossidativi e favorisce una maggiore capacità di utilizzare gli acidi grassi come fonte energetica. Questo consente di mantenere un ritmo di corsa più elevato senza dipendere esclusivamente dal metabolismo glucidico.

I lunghi a bassa intensità rappresentano uno degli strumenti principali per sviluppare queste caratteristiche, mentre gli allenamenti di qualità permettono di migliorare la capacità di utilizzare rapidamente i carboidrati e di gestire una maggiore produzione di lattato.
Anche le ripetute con recupero attivo e gli allenamenti di fartlek contribuiscono a sviluppare la flessibilità metabolica, abituando il muscolo a passare continuamente da una fase di elevata richiesta energetica a una fase di intensità inferiore, durante la quale può continuare a utilizzare e riciclare i metaboliti prodotti.

Non esiste, quindi, un unico allenamento in grado di sviluppare tutte le capacità metaboliche. È la combinazione equilibrata di lavori a bassa intensità, sedute di qualità, allenamenti di forza e corse di lunga durata a permettere all’organismo di migliorare progressivamente la propria efficienza.

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Alimentazione e metabolismo: il ruolo dei carboidrati durante allenamenti e gare

L’allenamento rappresenta soltanto una parte del processo di adattamento metabolico. L’alimentazione svolge un ruolo altrettanto importante, perché determina la disponibilità dei substrati energetici necessari per sostenere lo sforzo e recuperare adeguatamente.

Per un atleta che pratica corsa di endurance, la gestione dei carboidrati è particolarmente importante. Le riserve di glicogeno, infatti, sono limitate e possono diventare insufficienti durante allenamenti particolarmente lunghi o competizioni prolungate. Per questo motivo, oltre a iniziare una gara con un’adeguata disponibilità energetica, è importante programmare il rifornimento durante lo sforzo, soprattutto nelle competizioni di lunga durata come la maratona.

L’assunzione di carboidrati durante la corsa permette di mantenere più stabile la disponibilità di glucosio nel sangue, contribuendo a sostenere il lavoro muscolare e a preservare, almeno parzialmente, le riserve di glicogeno.
La quantità e la tipologia di carboidrati da assumere devono essere calibrate in funzione della durata e dell’intensità dell’attività, delle caratteristiche individuali e della tolleranza gastrointestinale. È inoltre fondamentale provare le strategie nutrizionali durante gli allenamenti, evitando di sperimentare nuovi prodotti o protocolli direttamente in gara.

Anche l’apporto proteico deve essere adeguato, perché contribuisce al mantenimento della massa muscolare e ai processi di riparazione e adattamento dei tessuti dopo l’esercizio. Una corretta pianificazione nutrizionale deve quindi tenere conto non soltanto dell’energia necessaria per affrontare l’allenamento, ma anche di quella indispensabile per recuperare e adattarsi agli stimoli ricevuti.

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Un metabolismo efficiente per correre più a lungo e più velocemente

Il metabolismo muscolare è il risultato dell’interazione di numerosi sistemi energetici, ciascuno con caratteristiche e funzioni specifiche. Carboidrati, grassi, proteine, corpi chetonici, lattato e fosfocreatina contribuiscono, con modalità e proporzioni differenti, a garantire la disponibilità di ATP necessaria per la contrazione muscolare. La capacità di utilizzare questi substrati non dipende soltanto dalla loro disponibilità, ma anche dal livello di allenamento e dagli adattamenti che si sviluppano progressivamente a livello muscolare.

Un runner allenato non è semplicemente un atleta che dispone di maggiori riserve energetiche, ma un soggetto che ha sviluppato una maggiore capacità di gestirle. Riesce a utilizzare i grassi in maniera più efficiente, a preservare il glicogeno quando necessario, a gestire meglio il lattato prodotto durante gli sforzi intensi e a recuperare più rapidamente tra una fase impegnativa e l’altra. L’obiettivo dell’allenamento è proprio quello di migliorare questa flessibilità metabolica, rendendo il muscolo sempre più efficiente nell’adattarsi alle diverse richieste della corsa.

Per ottenere risultati significativi, tuttavia, è necessario affiancare a una programmazione atletica equilibrata un’alimentazione adeguata, capace di garantire un apporto energetico sufficiente durante gli allenamenti e le competizioni. Arrivare alla partenza con le riserve di glicogeno adeguatamente ripristinate, alimentarsi correttamente durante gli sforzi prolungati e assicurare al corpo i nutrienti necessari per il recupero sono condizioni fondamentali per esprimere il proprio potenziale.

Allenare il metabolismo significa, in definitiva, insegnare al nostro organismo a utilizzare nel modo più efficiente possibile le risorse energetiche a disposizione, senza compromettere la salute muscolare e la capacità di recupero. Un passaggio fondamentale per correre più a lungo, mantenere ritmi elevati e affrontare le competizioni con una maggiore efficienza.

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Andrea Cervia

Lo sport è il filo conduttore della mia vita: prima come amatore ho iniziato con il surf e la Mountain bike, poi come atleta della Nazionale Italiana di Canoa e oggi come triatleta ed ultramaratoneta. Questa passione ha guidato anche il mio percorso professionale: dopo dieci anni come Medico di Medicina Generale, nel 2022 ho scelto di specializzarmi in Medicina Fisica e Riabilitativa per cercare di lavorare soprattutto sulla performance sportiva. Da sempre impegnato nell’assistenza ad eventi sportivi, oggi seguo il settore come Medico Fiduciario della FIN Liguria e con esperienze con la nazionale di nuoto durante raduni collegiali e gare internazionali.

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