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Atleti Trail running

Intervista esclusiva a Vincent Bouillard: “Non sono il più veloce, ma so correre a lungo”

Alla vigilia dell'UTMB, al camp Hoka, il campione francese racconta strategia, allenamento e filosofia dell'ultratrail.
Dario MarchiniBy Dario Marchini24 Agosto 2026
Vincent Bouillard alla Western States (immagine Hoka)
Vincent Bouillard alla Western States (immagine Hoka)

Siamo stati a Saint-Gervais, nel cuore dell’Alta Savoia francese, ai piedi del massiccio del Monte Bianco, per partecipare al Camp Hoka insieme ad alcuni dei migliori atleti del team trail running. Tra loro c’era anche Vincent Bouillard, uno dei protagonisti assoluti dell’ultratrail mondiale.

Francese, 32 anni, originario dell’area di Annecy, Bouillard è diventato una delle figure più interessanti della nuova generazione dell’ultratrail. La sua storia è particolare perché, prima di imporsi ai massimi livelli, non ha seguito il percorso tradizionale del professionista del trail running. Ingegnere e product engineer per Hoka, ha costruito parallelamente alla propria carriera lavorativa un percorso agonistico che nel 2024 lo ha portato alla clamorosa vittoria all’UTMB, al debutto sulla gara di 100 miglia, in 19h54’23”.

Nel 2026 è arrivata un’altra pagina storica. Alla Western States 100, Bouillard ha conquistato la vittoria in 13h46’15”, diventando il primo atleta a scendere sotto le 14 ore e demolendo di oltre 23 minuti il precedente record del percorso. Con questo successo è diventato anche uno dei pochissimi uomini ad aver vinto sia l’UTMB sia la Western States.

Ma dietro i risultati c’è un atleta che continua a raccontare il proprio sport con un approccio lontano dalla retorica del campione. Bouillard parla di allenamento, strategia, alimentazione, famiglia, lavoro, inclusione e futuro del trail running. E soprattutto insiste su un concetto: nelle gare di 100 miglia non conta necessariamente essere il più veloce. Conta arrivare più lontano degli altri.

Intervista a Vincent Bouillard: “Dobbiamo educare i bambini a correre sui sentieri, non solo su pista e su strada”.

Intervista di Paolo Corsini

Ciao Vincent. Prima di tutto, grazie per il tuo tempo. La mia prima domanda è ovviamente sulla Western States. Con quella gara hai confermato di essere uno dei migliori ultrarunner al mondo. Quali sono stati gli elementi chiave che ti hanno permesso di ottenere quel risultato, vincere e stabilire il record del percorso? E qual è stata la cosa più importante che hai portato a casa da quella gara?
“Penso che non si possa guardare soltanto al giorno della gara, perché quello rappresenta soltanto la parte più visibile di un percorso che richiede mesi di preparazione. Credo che, più di ogni altra cosa, abbia cercato di concentrarmi sul piacere di vivere ogni giornata e di non dare per scontata la possibilità di dedicare così tanto tempo all’allenamento. Preparare una gara di 100 miglia richiede un impegno enorme e, come famiglia, abbiamo scelto di viverla come un vero e proprio progetto. Per noi andare in California rappresentava anche un grande viaggio, quindi ho cercato di godermi ogni aspetto di questa esperienza. Ho provato a divertirmi il più possibile, anche se naturalmente non tutte le giornate possono essere perfette. Credo però sia importante accettare anche le difficoltà e vivere pienamente il percorso di allenamento. La Western States è senza dubbio una gara di trail, ma presenta ritmi leggermente più elevati rispetto ad altre 100 miglia. Di conseguenza, la preparazione crea un’interessante combinazione: da una parte richiede comunque un grande volume di corsa, dall’altra impone di lavorare sulla velocità. Nelle gare di ultra è tutto una questione di equilibrio, che dipende molto dalle caratteristiche del percorso. Nella maggior parte dei casi, però, è più importante saper gestire al meglio le proprie risorse piuttosto che puntare esclusivamente sulla velocità”.

Come decidi la tattica durante una gara? Puoi aver pianificato tutto nelle settimane e nei mesi precedenti, ma poi, durante la gara, devi prendere decisioni. Ti affidi ai dati dell’orologio, alle sensazioni, all’esperienza o a una combinazione di tutti questi elementi?
“Credo che sia necessario mettere insieme tutti questi elementi, ma a guidare le mie decisioni sono soprattutto le sensazioni. Mi sono reso conto che questo format, quello delle 100 miglia e delle gare ancora più lunghe, mi piace particolarmente perché non mi considero l’atleta più veloce. Non so se sono in grado di correre più forte degli altri, ma so di poter mantenere un buon ritmo per molto tempo. Per quanto riguarda la strategia di gara, penso di essere diventato bravo a gestire un ritmo che sia sostenibile per me. È comunque un’andatura elevata, ma a un certo punto il corpo entra quasi in una sorta di modalità di semi-autopilota. Ho già una percezione abbastanza precisa di quello che posso fare e del ritmo che posso mantenere. Naturalmente voglio competere e rimanere vicino alla testa della gara, ma c’è sempre una parte di me che ragiona sul lungo periodo e mi dice: questo è più o meno il massimo che posso dare adesso, se voglio conservare abbastanza energie per le fasi successive. Perché sì, la Western States è una gara veloce, ma resta pur sempre una 100 miglia. E la strada da percorrere è davvero molto lunga”.

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Quello che dici mi ricorda una frase che ho sentito da altri tuoi colleghi qui al Camp: “Non sono il più veloce, ma cerco di essere l’ultimo a morire”. È una buona sintesi?
“Sì, credo che sia una buona sintesi, soprattutto quando si parla di gare sulle 100 miglia. Su una 50 km, invece, probabilmente l’approccio è molto diverso e decisamente più aggressivo. Detto questo, quello che ha fatto Hans [Troyer] alla Western States è stato davvero incredibile. Ha scelto una strategia molto aggressiva e questo ha contribuito alla gara che ha disputato. Forse sarà un’esperienza che gli tornerà utile il prossimo anno o nelle stagioni successive. Ha tutto il tempo per crescere e migliorare. Sono convinto che prima o poi vincerà questa gara, non ho dubbi. Anche questo, in fondo, fa parte del processo di apprendimento”.

Parlando di velocità e di una richiesta fisica così elevata, dobbiamo parlare anche di nutrizione. Nelle gare di questo tipo è fondamentale. Come la gestisci? Qual è la tua strategia?
“La nutrizione è una scienza molto complessa e sono moltissimi i fattori che possono influenzare la prestazione. Per me è stato un problema importante l’anno scorso. Ha avuto un impatto anche sulla Western States, ma in realtà ho dovuto affrontare problemi legati alla nutrizione e alla salute per quasi metà del 2025. Nella seconda parte dell’anno ho quindi lavorato molto per risolverli. Ho dovuto praticamente ripartire da zero, cercando di capire nuovamente cosa funzionasse davvero per me. Non soltanto dal punto di vista dell’alimentazione durante gli allenamenti e le gare, ma anche per quanto riguarda la nutrizione quotidiana. In vista della Western States avevo quindi costruito un piano molto più solido, che avevo già testato e verificato durante gli allenamenti. Non c’è nulla di improvvisato: è tutto pianificato con grande precisione. Prepari il piano in anticipo, hai persino un foglio Excel molto dettagliato con tutto quello che devi fare. Poi, una volta iniziata la gara, cerchi semplicemente di avvicinarti il più possibile a quel piano. Naturalmente, però, si tratta sempre di una stima: in gara non può mai essere tutto perfettamente preciso”.

Il tuo background è nell’ingegneria e collabori con Hoka da molto tempo. Non sei l’atleta che arriva da un percorso tradizionale, da una scuola o da un sistema di allenamento e gare. Sei emerso fortemente nella comunità del trail soprattutto negli ultimi anni. Oggi immagino che gli altri concorrenti ti guardino in modo diverso rispetto al passato. Come vivi questa situazione?
“A dire la verità, non lo so. Cerco di non pensarci troppo. Nell’ultratrail ci i sono atleti di altissimo livello e credo che ci sia molto rispetto tra tutti i concorrenti. È una cosa fantastica. Allo stesso tempo, però, penso che abbiamo ancora moltissimo spazio per crescere, coinvolgere più atleti e, soprattutto, costruire un ambiente sempre più diversificato. Per ora cerco di non concentrarmi troppo sulle implicazioni di quello che è successo o su ciò che potrebbe significare in futuro. Mi piace pensare a come guarderò a tutto questo tra dieci anni. Certo, ho vinto delle gare e naturalmente è importante. Fa parte del mio lavoro e rappresenta ciò per cui mi alleno. Ma sto cercando soprattutto di godermi il processo quotidiano e di continuare a pormi obiettivi che mi facciano uscire dalla mia zona di comfort. Il fatto di aver avuto due giornate di grande successo all’UTMB e alla Western States non significa che, ripetendo esattamente lo stesso allenamento l’anno prossimo, otterrò necessariamente gli stessi risultati. Il livello si sta alzando e tutto sta diventando sempre più competitivo. Credo che sia una cosa fantastica per il trail running e, allo stesso tempo, molto stimolante per chi gareggia. Forse gli altri atleti oggi mi guardano in modo diverso rispetto al passato, non lo so. Io, invece, continuo a guardare con ammirazione molti dei miei avversari. Credo che ci sia sempre qualcosa da imparare gli uni dagli altri”.

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Oggi collabori ancora part-time con Hoka. Quanto è importante per te continuare a lavorare, oltre a essere un atleta professionista?
“Come abbiamo detto, l’UTMB di due anni fa non era qualcosa che avevo completamente pianificato. Dal punto di vista della mia carriera da ingegnere, non avevo previsto di arrivare a un contratto come atleta professionista. Avevo però già dei progetti interessanti e lavoravo con persone con cui mi piaceva collaborare. Ed è qualcosa che continua a interessarmi. Ho ancora progetti in corso ai quali sono felice di contribuire, così come ho ancora molto da imparare e persone dalle quali continuare a imparare. Credo che questa parte della mia vita contribuisca a mantenere un buon equilibrio e renda più dinamica la mia quotidianità. Sono anche molto fortunato ad aver trovato una posizione part-time che mi garantisce una grande flessibilità. Ora che sono diventato papà, sono particolarmente contento di poter lavorare part-time anziché a tempo pieno. Ho molta più libertà rispetto ai tradizionali orari d’ufficio o, per esempio, rispetto a un lavoro in un negozio, dove magari dovresti trascorrere tutta la giornata in piedi. Alla fine, è un lavoro che mi permette di avere la flessibilità necessaria per allenarmi e di questo sono davvero grato”.

L’altro tema che vorrei affrontare è la famiglia. Ti ho visto ieri sera con tua figlia e penso che, magari non adesso perché è ancora molto piccola, ma tra qualche anno tu possa rappresentare un esempio. Quanto è importante per te questa possibilità?
“Una cosa su cui scherzo con mia moglie Camila è che, per il momento, nostra figlia non è minimamente interessata al trail running. Non sa nemmeno cosa sia: ha appena otto mesi. Naturalmente, però, è un tema su cui rifletto. Quando sei genitore vuoi fare le cose nel modo giusto e, soprattutto, vuoi essere un esempio per tua figlia. Quello che penso è che il trail running sia ancora una disciplina ancora relativamente piccola e che oggi sia praticata in larga maggioranza da uomini, molti dei quali bianchi, con più tempo a disposizione, maggiori risorse economiche e un background socioeconomico privilegiato. Spero che questo possa cambiare. Mia moglie è una donna afro-americana e nostra figlia è di colore. Spero che, quando crescerà, se deciderà di avvicinarsi al trail running, possa trovare nello sport modelli e persone nelle quali riconoscersi. Oggi, purtroppo, non è ancora così. Nel mio piccolo, sto cercando di discutere di questi temi di inclusione e diversità con i miei sponsor, con gli organizzatori delle gare e con le associazioni e i gruppi di atleti. Discussioni che esistono già, ma credo che debbano diventare sempre più presenti e centrali. Per me è parte di ciò che considero il mio ruolo di atleta professionista e di persona che ha la possibilità di avere una certa visibilità. Credo sia importante utilizzare questa visibilità anche per portare avanti conversazioni e temi che considero importanti”.

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Stavo per chiederti proprio questo: come immagini il trail running tra dieci anni? È uno sport ancora di nicchia, ma sta crescendo moltissimo.
“Se confrontiamo il trail running con la corsa in generale, ci sono moltissime più persone che corrono su strada. Ma come definiamo davvero il trail running? Nel momento in cui corri su un sentiero, sei un trail runner, no? Il trail running non deve necessariamente significare grandi montagne, vette imponenti e ghiacciai sullo sfondo. Io sono cresciuto vicino alle montagne, ma in un ambiente di campagna, correndo tra i campi, anche in mezzo alle mucche e lungo sentieri di ogni tipo. Anche questo, per me, è trail running. Credo che, considerando che sempre più bambini crescono in ambienti urbani, ci sia molto lavoro da fare anche dal punto di vista educativo. Possiamo insegnare loro che correre in pista è fantastico, se è quello che amano, ma che esiste anche un altra disciplina, altrettanto affascinante, alla quale possiamo contribuire nel definire le regole e il modo in cui vogliamo che si sviluppi. Forse è un modo di vedere le cose un po’ idealista, ma proprio perché il trail running è ancora nelle prime fasi di una crescita che, mi auguro, sarà molto importante, abbiamo l’opportunità di contribuire a definire il futuro ideale di questo sport. Possiamo farlo aprendo le porte a un numero sempre maggiore di persone e creando le condizioni perché tutti possano sentirsi parte del trail running”.

Visto che noi di The Running Club siamo italiani, e qui siamo vicini all’Italia, qual è il tuo cibo preferito del nostro Paese?
“Durante le ultime settimane di allenamento abbiamo mantenuto la tradizione di mangiare la pizza dopo ogni lungo del sabato. Quindi, dopo ogni lungo, direi che la pizza è perfetta”.

A proposito di lunghi, ti è mai capitato durante un lungo di cadere o di perderti da qualche parte e pensare: “Ok, adesso torno a casa”?
“Direi di no. Soprattutto quest’anno, essendo diventato papà da poco, ho preferito fare molti dei miei lunghi vicino a casa, ripetendo più volte gli stessi percorsi e girando sullo stesso terreno. Ad Annecy, ad esempio, ho svolto quasi tutti i miei allenamenti sulla stessa montagna. Di conseguenza, la mia heatmap di Strava è decisamente concentrata sempre nella stessa zona”.

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Ma di sicuro hai tutti i KOM…
“Sì, probabilmente”.

Anche perché saranno tutti privati, immagino.
“Sì, sono tutti privati, per cui non sono visibili. Anche quando eravamo in California, però, cercavo di allenarmi con buon senso e senza correre rischi inutili. Mi sono allenato per tre settimane nella California meridionale, vicino a Santa Barbara, sulla costa, a nord di Los Angeles, dove vivevamo. In quella zona puoi ritrovarti molto rapidamente in luoghi senza copertura telefonica, le temperature possono diventare estremamente elevate e ci sono anche serpenti a sonagli e orsi. Le condizioni possono diventare complicate molto velocemente, quindi cercavo semplicemente di essere prudente e di comportarmi con buon senso”.

La prossima gara sarà l’UTMB?
“Non lo so ancora, a dire la verità. Il problema è che, con le tempistiche di iscrizione, bisogna registrarsi già a gennaio. Non viene quindi pubblicata una vera e propria lista di partenza, perché altrimenti ci sarebbe praticamente tutto il mondo del trail running. Il lato positivo, però, è che abbiamo la possibilità di decidere fino a poco prima della gara se partecipare oppure no. Se sarò all’UTMB, non voglio esserci semplicemente per partecipare. Voglio rispettare la gara e, allo stesso tempo, tutti gli atleti che saranno al via. Come ogni anno, il livello della competizione sarà altissimo. Quindi, se deciderò di partecipare, significherà che mi sentirò davvero al 100% delle mie possibilità e che sarò lì con l’obiettivo di vincere. Altrimenti, non mi interessa esserci”.

Hoka intervista utmb Vincent Bouillard western states
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Dario Marchini
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“Designer per vocazione. Giornalista per scelta. Runner per passione”. Così amo riassumere la mia carriera professionale. Laureato in Design al Politecnico di Milano, ho iniziato a raccontare la mia passione per la corsa nel 2008 con il blog Corro Ergo Sum. Giornalista dal 2015, per undici anni ho lavorato nella redazione di Runner’s World Italia. Ho anche collaborato con diverse realtà nell’ambito dell’organizzazione di eventi podistici nazionali e internazionali come Milano Marathon, Abu Dhabi Marathon, Ras al Khaimah Half Marathon, DeeJay Ten, oltre ad essere stato per quattro anni Direttore Sportivo della Wings for Life World Run. Sono Presidente dell’Associazione Sportiva Corro Ergo Sum Runners e Tecnico Istruttore Fidal | Misure: altezza 177 cm, peso 66 kg, scarpe US 10,5 / EU 44,5 / 28,5cm | Velocità riferimento su 10K: 3'40" al km.

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