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La mobilità articolare è una componente spesso trascurata nella preparazione del runner, ma può influenzare in modo decisivo tecnica di corsa, economia del gesto e prevenzione degli infortuni. In questo articolo, il preparatore atletico Davide Carbone spiega perché mobilità, stretching e flessibilità non sono la stessa cosa e quali articolazioni meritano maggiore attenzione, a partire da anche, colonna toracica e caviglie.

L’autunno è la stagione delle grandi corse su strada, ma i risultati si costruiscono molto prima. Dalla 10 km alla maratona, ogni distanza richiede tempi di preparazione diversi e una pianificazione precisa. Il vero nodo, però, è uno: l’estate. È nei mesi più caldi che si costruisce la base aerobica, si accumulano chilometri e si gettano le fondamenta della stagione autunnale.

Nella corsa il concetto di “trasformazione” è spesso dato per scontato: si lavora in salita e poi si cerca subito la velocità in piano per trasferire lo stimolo. Ma è davvero la scelta migliore? Le salite restano uno degli strumenti più efficaci per sviluppare forza, economia di corsa ed efficienza del gesto, senza la necessità di raggiungere velocità elevate.

Allenare la corsa non significa soltanto accumulare chilometri. Esistono strategie mentali che permettono di mantenere e migliorare il gesto atletico anche nei periodi di stop, come infortuni o pause programmate. Tra queste, Action Observation e Motor Imagery rappresentano strumenti sempre più utilizzati anche nello sport d’élite.

L’allenamento ibrido continua a conquistare runner e appassionati di fitness grazie alla crescita di competizioni come HYROX e ATHX, che combinano corsa, forza e resistenza in un’unica sfida. Per rispondere alle esigenze di questa nuova generazione di atleti, Puma e Adidas hanno presentato due scarpe progettate specificamente per la preparazione alle gare: la nuova Activate Nitro TR HYROX e la Adizero Dropset Pro.

Per diventare più veloci in maratona non serve correre sempre forte. È quanto emerge da un importante studio internazionale pubblicato su Sports Medicine, che ha analizzato oltre 151 mila maratone completate da più di 119 mila runner. I ricercatori hanno scoperto che i maratoneti più performanti accumulano un volume di allenamento molto superiore rispetto ai runner più lenti, ma lo fanno soprattutto correndo a bassa intensità.

L’apprendimento motorio è il processo attraverso cui il cervello costruisce e automatizza i movimenti, dalla camminata alla corsa. Secondo il modello più accreditato, questo percorso si divide in tre fasi: cognitiva, associativa e autonoma. Nella prima il runner deve pensare a ogni gesto; nella seconda il movimento diventa più fluido; nella terza il cervello automatizza la tecnica grazie ai gangli della base, riducendo il dispendio mentale.