Ci sono cose che un runner dovrebbe imparare a non fare. Per esempio, correre una maratona la settimana successiva ad un’altra. Oppure presentarsi al via con una scarpa nuova, senza piastra in carbonio, con l’idea di accompagnare un amico per tutti i 42 chilometri. Ecco, evidentemente io non ho ancora imparato.
Dopo Amsterdam, la mia stagione sembrava aver bisogno di una pausa. Invece, domenica, mi sono ritrovato alla partenza della Maratona di Venezia, pronto a fare da pacer all’amico Stefano Tettamanti e a mettere alla prova le Joma R2000, nella nuova versione 2026). Un doppio obiettivo: aiutare un amico a correre una buona maratona e capire fin dove potesse arrivare una scarpa da allenamento, ma senza carbonio, su una distanza così impegnativa. Il risultato? Sono riuscito ad accompagnarlo per 32 km e mezzo, prima che le gambe presentassero il conto della settimana precedente. La scarpa, invece, mi ha sorpreso più di quanto mi aspettassi.
Perché ero a Venezia una settimana dopo Amsterdam?
La Maratona di Venezia è una gara che ho sempre guardato un po’ da lontano. Non l’avevo mai affrontata davvero, anche se in passato mi era capitato di percorrerne una parte in modo piuttosto particolare. Ero in vacanza e dovevo fare un lunghissimo. Mi sono ritrovato sulle strade chiuse al traffico mentre si correva la maratona e ho deciso di inserirmi nel percorso, senza prendere ristori e cercando di stare alla larga dagli atleti per non disturbare. In questo modo avevo scoperto gli ultimi 15-20 km della gara, una parte che mi era piaciuta parecchio.
Anche il mio allenatore mi aveva spesso raccontato la sua esperienza veneziana, soffermandosi soprattutto sui ponti e sulla fatica che possono comportare quando le gambe iniziano a essere stanche. Insomma, prima o poi sarebbe arrivato il momento di correrla sul serio.
Quest’anno, però, il calendario ha deciso di complicare un po’ le cose. Il 18 ottobreho corso la Maratona di Amsterdam, chiudendo in 2h28’45”, e appena sette giorni dopo mi sono ritrovato a Mestre per correre la gara veneziana.
L’idea iniziale era quella di limitarmi alla mezza maratona, perché sapevo benissimo di non aver recuperato completamente lo sforzo di Amsterdam. Poi, però, è entrato in gioco Stefano Tettamanti, un amico che aveva bisogno di una mano per affrontare la maratona. E quando ci sono di mezzo le persone a cui vuoi bene, i programmi possono cambiare anche all’improvviso. Così ho deciso di provare ad accompagnarlo, con un ritmo indicativo di 3’45” /km e la speranza di riuscire almeno a superare i 30 km. C’era però soltanto un altro piccolo dettaglio da considerare: avrei corso con una scarpa nuova.
La scelta delle Joma R2000 versione 26
Ormai sembra che io scelga le maratone anche in funzione delle scarpe da provare. Questa volta, però, il test aveva una motivazione precisa: volevo capire se fosse possibile affrontare una maratona con una scarpa senza piastra in carbonio, senza rinunciare completamente a dinamismo e reattività. La mia scelta è ricaduta sulle Joma R2000 nella nuova versione 26, una scarpa che avevo già apprezzato nella precedente edizione, ma ora con un aggiornamento importante nell’intersuola.
La novità principale è data dalla mescola Light Reactive, realizzata in Pebax al 100%, che caratterizza la nuova versione nella zona del tallone e dell’avampiede. L’obiettivo è offrire una risposta più dinamica mantenendo un buon livello di ammortizzazione. La R2000 rimane una scarpa intermedia, pensata soprattutto per gli allenamenti quotidiani e le sedute più veloci, dalle corse di tutti i giorni alle tempo run. Non nasce come una scarpa da gara specifica per la maratona, ma proprio questo rendeva il test interessante.
Avevo già provato la versione precedente (sempre nella versione Venezia) e mi ero trovato bene, anche se l’avevo percepita come una scarpa più orientata alle corse tranquille. La nuova edizione, invece, almeno sulla carta, sembrava avere qualcosa in più sul piano della reattività.
Perché non scegliere una scarpa con piastra? Avrei potuto utilizzare la Joma R5000, più protettiva nella struttura, oppure la RS-9000, decisamente più estrema e orientata alla prestazione. Ho preferito, invece, fare un passo indietro rispetto alle super shoes e capire quanto potesse offrire una buona intermedia moderna. In fondo, fino a non moltissimi anni fa le maratone si correvano abitualmente senza le attuali piastre in carbonio. Oggi siamo talmente abituati a considerarle quasi indispensabili che vale la pena ricordarsi che esistono anche altre possibilità.

La vigilia: freddo, vento e qualche dubbio
Arrivato a Mestre, ho iniziato a rendermi conto di quanto sarebbe stata impegnativa la giornata successiva. Le gambe erano ancora stanche da Amsterdam e non avevo alcuna certezza sulla mia capacità di sostenere il ritmo previsto. Ho ritirato il pettorale e il pacco gara, cercando di concentrarmi sulle cose da preparare. La temperatura non prometteva nulla di particolarmente piacevole: faceva freddo, tirava vento e la speranza era che almeno la mattina della gara le condizioni fossero migliori.
Per l’abbigliamento avevo scelto una canotta leggera, i manicotti della manifestazione e le calze ricevute con il materiale ufficiale. Per l’integrazione, invece, mi sarei affidato ai miei soliti sei gel Enervit 2.1, accompagnati da qualche caramella prima della partenza.
La sveglia è arrivata presto. Alle prime ore del mattino c’erano circa 7-8 °C, ma per fortuna il vento sembrava essersi calmato. Siamo arrivati in anticipo rispetto alla partenza e abbiamo avuto tutto il tempo per prepararci, riscaldarci e cercare di sciogliere un po’ le gambe. Stefano, tra l’altro, non sapeva ancora che avrei corso con le R2000. L’ho tenuto all’oscuro fino alla gara: un piccolo scherzo, anche se ero sinceramente convinto che la scarpa avrebbe fatto il suo lavoro.
I dubbi, naturalmente, riguardavano soprattutto me. Una maratona corsa sette giorni dopo un’altra non è esattamente la situazione ideale per valutare la propria condizione fisica. Ma ormai eravamo lì, e non restava che partire.
La gara: 32,5 km al fianco di Stefano
L’obiettivo primario era quello di accompagnare Stefano a un ritmo intorno ai 3’45” /km, cercando di rendere la gara il più possibile gestibile e di aiutarlo a non sprecare energie inutilmente. Il lavoro del pacer, soprattutto quando si corre con un amico, non consiste soltanto nel mantenere un determinato passo. Significa anche alleggerire la fatica mentale, parlare, scherzare, distrarsi dai chilometri che passano e impedire che la maratona diventi una lotta contro il cronometro fin dalle prime battute.
La prima parte è filata via bene. Nonostante le gambe non fossero certamente fresche, sono riuscito a entrare nel ritmo e a trovare una buona continuità con le Joma R2000. La scarpa mi ha dato subito una sensazione positiva: era comoda, sufficientemente morbida e più dinamica di quanto ricordassi dalla versione precedente.
Al passaggio alla mezza maratona, il cronometro ha segnato 1 ora 19 minuti. Eravamo perfettamente in linea con il programma e Stefano sembrava stare bene. Per me, invece, la situazione era diversa. Correre a quel ritmo con una maratona già nelle gambe da appena una settimana significava accumulare fatica molto più velocemente del normale. Ero consapevole che il problema non sarebbe stato tanto mantenere il passo per qualche chilometro, quanto riuscire a portarlo avanti fino al traguardo.
Eppure abbiamo continuato. Per una buona parte della gara abbiamo riso, scherzato e parlato, cercando di rendere meno pesante il passaggio dei chilometri. È anche questo il bello di correre con qualcuno: quando la condizione lo permette, la fatica sembra quasi passare in secondo piano. Nel frattempo, la R2000 ha continuato a comportarsi bene. Non ho mai avuto quella sensazione di durezza che a volte si può avvertire con scarpe più orientate alla prestazione, ma nemmeno la sensazione di avere sotto ai piedi una scarpa lenta, adatta esclusivamente ai ritmi blandi. La sua natura di intermedia è emersa proprio in questo equilibrio: un’ammortizzazione confortevole, una buona risposta e la possibilità di spingere senza dover necessariamente ricorrere a una piastra.
Poi siamo arrivati al chilometro 30, il punto in cui la fatica accumulata durante la settimana ha iniziato a presentare il conto in maniera sempre più evidente.
Il chilometro 32,5: il mio traguardo anticipato
A quel punto Stefano stava ancora bene e aveva la possibilità di proseguire verso un ottimo risultato. Io, invece, ero arrivato al limite di quello che potevo ragionevolmente chiedere al mio corpo in quella giornata. Ho continuato fino al chilometro 32,5, poi mi sono dovuto fermare e lasciarlo andare. Non era il finale che avrei voluto per il test, perché mi sarebbe piaciuto accompagnarlo fino all’arrivo e verificare il comportamento della scarpa anche negli ultimi dieci chilometri. Ma sapevo che, considerando le condizioni di partenza, arrivare fin lì era già un risultato tutt’altro che scontato.
A quel punto il mio lavoro era terminato. Stefano aveva ancora la gara da finire, mentre io potevo finalmente recuperare un minimo di energie. Mi sono sentito stanco, molto stanco. Ma ero anche contento di aver potuto fare la mia parte.

Stefano Tettamanti: una maratona in negative split
La soddisfazione più grande della giornata è stata vedere Stefano portare a termine una maratona davvero importante. Il suo risultato finale si è attestato intorno alle 2 ore e 37 minuti, con una seconda metà più veloce della prima. Un negative split di questo tipo, su un percorso come quello veneziano, non è affatto scontato. Il passaggio alla mezza era stato di 1h19’05”, mentre la seconda parte è stata corsa a un ritmo ancora più forte, con un miglioramento complessivo di una ventina di secondi. Una gestione della gara che dimostra quanto fosse in condizione di affrontare la distanza.
Stefano ha anche conquistato il primo posto nella categoria SM45, un risultato che merita di essere sottolineato. Il percorso, soprattutto nella parte finale, non concede molto spazio agli errori. Quando si entra a Venezia, la fatica si somma ai cambi di direzione, ai ponti e alle continue variazioni del terreno. Riuscire a correre la seconda metà più velocemente della prima, in queste condizioni, significa aver gestito davvero bene lo sforzo.
Per me è stato bello poterlo accompagnare per oltre trenta chilometri, condividendo una parte importante della sua gara. A volte si corre per inseguire un tempo personale, altre volte per aiutare qualcuno a raggiungere il proprio obiettivo. Questa volta la seconda motivazione ha avuto la meglio. E, anche se non sono arrivato al traguardo con lui, sono contento di aver contribuito alla sua giornata.
Joma R2000 26: come si è comportata?
Arriviamo alla scarpa, perché naturalmente la mia presenza a Venezia aveva anche questo scopo. La prima considerazione è semplice: la Joma R2000 versione 26 mi ha sorpreso positivamente. Non ero sicuro di poter affrontare una maratona con una scarpa di questo tipo, soprattutto perché non avevo mai utilizzato la nuova versione per uno sforzo così lungo e intenso. L’avevo provata durante le corse lente per verificarne la comodità, ma una cosa è utilizzarla in allenamento e un’altra è affrontare una maratona a circa 3’45” /km, con le gambe già affaticate da una gara corsa appena sette giorni prima.

La sensazione iniziale è stata buona. La scarpa si è dimostrata confortevole e sufficientemente reattiva, senza costringermi a modificare il mio modo di correre. La nuova mescola Light Reactive mi è sembrata più morbida rispetto a quella che avevo sperimentato sulla RS-9000, una differenza che potrebbe essere legata anche alla quantità e alla configurazione della mescola utilizzata.
La Joma R2000 26 mantiene un’impostazione più accessibile rispetto alla super shoe da gara: non dà la stessa sensazione di rigidità e di spinta tipica di una scarpa con piastra, ma permette di correre in modo naturale e di aumentare il ritmo quando serve. Il fatto di non avere una piastra in carbonio non significa necessariamente che una scarpa non possa essere utilizzata in maratona. Significa semplicemente che la sua risposta è diversa e che bisogna valutare se questa risposta sia adatta alle proprie caratteristiche, alla propria preparazione e agli obiettivi di gara. Nel mio caso, la R2000 si è rivelata una compagna affidabile per i 32,5 km che sono riuscito a correre. Non ho avuto la sensazione di essere limitato dalla scarpa e, soprattutto, non ho avvertito particolari problemi di comfort durante la gara.
Non posso invece esprimere un giudizio definitivo sul comportamento negli ultimi dieci chilometri, perché non li ho corsi. Sarebbe poco serio attribuire alla scarpa una capacità di protezione che non ho potuto verificare direttamente fino al traguardo. Quello che posso dire è che, fino al momento in cui ho dovuto fermarmi, la Joma R2000 26 mi ha accompagnato bene anche quando le gambe iniziavano a essere pesanti.
Una scarpa senza carbonio anche per la maratona?
La risposta, per me, è sì. Non per tutti e non necessariamente per chi cerca il massimo della prestazione cronometrica, ma per chi desidera affrontare la maratona con una scarpa più tradizionale, confortevole e sufficientemente dinamica, la Joma R2000 26 può rappresentare un’opzione interessante.
Penso soprattutto a chi non ha ambizioni cronometriche particolarmente aggressive, a chi preferisce una scarpa meno estrema e a chi cerca un modello capace di accompagnarlo durante gli allenamenti veloci senza diventare inutilizzabile sulle distanze più lunghe. La R2000 nasce principalmente per l’allenamento quotidiano e le tempo run, ma questo non significa che debba necessariamente restare fuori dalla linea di partenza di una maratona. Anzi, la nuova mescola Light Reactive le conferisce un carattere più interessante anche quando il ritmo aumenta.
Naturalmente, una scarpa senza piastra non offre gli stessi vantaggi di una super shoe progettata per la competizione. Ma non tutti hanno bisogno della stessa soluzione, e non tutti si trovano bene con modelli estremamente aggressivi. La mia esperienza a Venezia mi ha confermato che esiste spazio anche per una via intermedia: una scarpa con cui allenarsi, fare lavori di qualità e, se le proprie esigenze lo consentono, correre anche una maratona.
E rispetto alla R-2000 precedente?
La versione 2025 mi era già piaciuta, ma la nuova edizione mi è sembrata un passo avanti soprattutto sul piano della versatilità. In precedenza la consideravo una scarpa più adatta alle corse tranquille, mentre questa versione mi ha dato la sensazione di poter essere utilizzata con maggiore disinvoltura anche nei lavori più brillanti. Non la definirei una scarpa da gara pura, né credo che questo sia il suo obiettivo. La sua forza è proprio quella di poter coprire esigenze diverse senza diventare troppo estrema.
Anche il battistrada mi ha lasciato una buona impressione. Nei tratti in cui il percorso attraversava zone con un po’ di fango e piccoli detriti, non ho riscontrato particolari problemi di aderenza. È un’osservazione limitata alle condizioni incontrate durante la gara, ma comunque positiva. Per un’analisi completa di intersuola, tomaia, suola, durata e comportamento sui diversi ritmi servirà la recensione dedicata, che arriverà dopo aver completato i nostri canonici 150 km.
Il percorso della Maratona di Venezia: facile per 30 km, poi cambia tutto
Venezia è una maratona particolare, e il percorso merita qualche considerazione. La prima parte, per circa 30 km, è relativamente scorrevole. Si corre a lungo lungo il fiume e non si incontrano difficoltà altimetriche particolarmente significative. Questo permette di trovare il proprio ritmo e di costruire la gara senza dover affrontare continuamente cambi di pendenza.
La situazione cambia quando si entra nella parte finale del tracciato. Nel parco ci sono curve e cambi di direzione che, quando le gambe sono già stanche, possono risultare meno piacevoli del previsto. Si aggiungono alcuni cavalcavia e sottopassaggi, che interrompono la continuità della corsa. C’è poi un tratto nella zona portuale che personalmente non ho trovato particolarmente entusiasmante. Ma è soltanto una parentesi prima di uno dei momenti più belli della gara.
Quando si apre la vista sulla laguna e Venezia compare davanti agli occhi, il contesto cambia completamente. La città sembra sospesa nel tempo, con un’atmosfera difficile da descrivere a parole. Anche in una giornata grigia, con il sole che prova a farsi spazio fra le nuvole, il panorama è capace di ripagare della fatica accumulata. Gli ultimi chilometri sono davvero suggestivi. Piazza San Marco, i ponti e l’arrivo rendono questa maratona diversa da tutte le altre gare su strada.
Ma attenzione: i ponti non sono soltanto un elemento scenografico. Sono ravvicinati e richiedono attenzione, soprattutto quando si è stanchi. Non si tratta semplicemente di affrontare una successione di salite e discese: alcuni passaggi possono essere insidiosi se si perde lucidità, in particolare nelle discese, dove è facile inciampare se non si controlla bene l’appoggio. Per questo motivo, consiglio di non sottovalutare la parte finale della gara. Arrivarci con un buon margine di energie può fare una differenza importante.
Organizzazione e logistica: organizzarsi in anticipo
Un ultimo aspetto da considerare è la logistica, che a Venezia richiede un po’ di pianificazione. La partenza è fuori dal centro storico e bisogna organizzarsi per raggiungerla. Le navette sono una soluzione utile, ma arrivano con largo anticipo rispetto allo start. Se le temperature sono basse o il meteo è sfavorevole, trascorrere tanto tempo in attesa può diventare piuttosto pesante. Se avete la possibilità di farvi accompagnare, valutate questa alternativa: in base alla mia esperienza, si può arrivare in auto a circa 400 metri dalla zona di partenza. Naturalmente è importante verificare le indicazioni e le limitazioni alla circolazione previste dall’organizzazione per l’edizione a cui partecipate.
Anche dopo l’arrivo conviene pianificare gli spostamenti. Io, per esempio, non ho preso il battello e ho camminato per circa 4 km per raggiungere la stazione e tornare a recuperare la macchina. Dopo una maratona, non è esattamente il modo più rapido per riposarsi. Il consiglio è quindi di studiare in anticipo i trasferimenti, soprattutto se non conoscete bene la zona. Per il resto, Venezia offre naturalmente un ottimo motivo per fermarsi anche dopo la gara: una volta recuperate le energie, una passeggiata e una sosta in un bacaro possono essere il modo perfetto per concludere la giornata.
Una maratona diversa, una scarpa che mi ha convinto
La mia Maratona di Venezia si chiude per me con un bilancio positivo, anche se non ho completato tutti i 42 chilometri da pacer. L’obiettivo principale era aiutare Stefano e sono riuscito ad accompagnarlo per 32,5 km, prima che la fatica accumulata ad Amsterdam diventasse troppo importante. Ma vederlo chiudere intorno alle 2 ore e 37, con una seconda metà più veloce della prima e il primo posto nella categoria SM45, è stata una bella soddisfazione.
Dal punto di vista personale, invece, porto a casa un test molto interessante. Non avevo la condizione per correre un’altra maratona completa a ritmo sostenuto dopo appena una settimana, e sarebbe stato irrealistico aspettarsi il contrario. Ma ho avuto l’opportunità di verificare come si comporta una scarpa senza piastra in carbonio quando le richieste diventano più impegnative di quelle di un normale allenamento.
La Joma R2000 versione 26 mi ha convinto. La nuova Light Reactive mi è sembrata più morbida e dinamica, il comfort è stato buono e la scarpa si è dimostrata più versatile rispetto alla precedente versione. Non la sceglierei necessariamente per inseguire il mio miglior tempo possibile in maratona, ma la consiglierei a chi cerca una scarpa senza carbonio con cui allenarsi e, perché no, affrontare anche i 42 km. Soprattutto a chi privilegia comfort e versatilità rispetto alla massima aggressività di una scarpa da gara.
E una cosa, però, devo dirla: non serve necessariamente una piastra in carbonio per avere una scarpa capace di accompagnarci in una maratona. Serve soprattutto trovare il modello giusto per le proprie caratteristiche e per il proprio obiettivo.
Ora, dopo quattro maratone in una stagione decisamente movimentata, è arrivato il momento di rallentare un po’. Almeno fino alla prossima idea poco ragionevole. La recensione completa delle Joma R2000 26 arriverà prossimamente su The Running Club.

