Tre giorni di corsa, eventi e occasioni per mettere alla prova una delle novità più interessanti della nuova collezione Mizuno. Il lancio delle Hyperwarp Pure 2 ed Elite 2 mi ha portato ad Amsterdam, dove ho avuto l’opportunità di conoscere da vicino le due nuove super scarpe da gara e, soprattutto, di provarne una nelle condizioni più impegnative: la maratona.
Il programma organizzato da Mizuno ha accompagnato gli atleti per tutto il fine settimana, alternando momenti dedicati alla velocità, una corsa collettiva e l’appuntamento conclusivo con le gare della domenica. Per me, però, il momento centrale era proprio quest’ultimo: dopo Berlino, avevo voglia di tornare a correre una maratona con un obiettivo cronometrico ambizioso e capire come si sarebbe comportata la nuova Hyperwarp Pure 2 sulla distanza.
La condizione fisica non è mai stata eccezionale in questo periodo, ma i 42 chilometri non mi spaventavano. Mi sono quindi posto un obiettivo chiaro: correre sotto le 2 ore e 30 minuti, cercando di gestire lo sforzo nella prima parte e aumentare progressivamente il ritmo nella seconda. Un test impegnativo per me, ma anche un’occasione concreta per valutare una scarpa nuova in gara, senza limitarmi alle impressioni raccolte durante allenamenti più brevi.
Venerdì: Hyperwarp Ekiden, velocità e cambi di direzione
Il fine settimana è iniziato venerdì con la Hyperwarp Ekiden, una staffetta su un circuito di circa due chilometri, con squadre composte da quattro atleti. Un format pensato per mettere alla prova le nuove scarpe a ritmi elevati e in una situazione diversa dalla classica corsa su strada.
La nostra squadra ha chiuso al terzo posto, al termine di una bella gara in rimonta. Un risultato che ha reso l’esperienza ancora più divertente e che mi ha permesso di osservare il comportamento della scarpa anche quando le velocità aumentano e le condizioni di corsa cambiano rapidamente.
In un circuito così breve, infatti, non conta soltanto la capacità di mantenere un ritmo elevato: diventano importanti anche i rilanci e la gestione dei cambi di direzione. La Hyperwarp Pure 2 si è comportata bene anche in queste situazioni, mostrando una risposta convincente nonostante un’altezza al tallone di 38 mm. Positiva anche la reattività nelle accelerazioni in uscita dalle curve.
È un aspetto tutt’altro che secondario per una scarpa da gara con un’intersuola così alta. Una geometria pensata per favorire la corsa in avanti deve comunque riuscire a mantenere un comportamento efficace quando il percorso richiede qualcosa di diverso dalla semplice progressione in linea retta.
Sabato: shake out run nel parco della maratona
Il sabato è stato invece dedicato a una shake out run organizzata da Mizuno nel parco attraversato dal percorso della maratona. Un appuntamento più tranquillo rispetto alla staffetta del giorno precedente, utile per condividere qualche chilometro con gli altri partecipanti e avvicinarsi alla gara della domenica.
Dopo una giornata all’insegna della velocità, il programma lasciava spazio a una corsa senza particolari obiettivi prestativi. Un momento per godersi l’atmosfera dell’evento e prepararsi alla maratona, che avrebbe rappresentato il vero banco di prova per la nuova Hyperwarp Pure 2.
Mizuno Hyperwarp Pure 2 vs Elite 2: cosa cambia
Le nuove Hyperwarp Pure 2 ed Hyperwarp Elite 2 sono state riviste in modo significativo rispetto alle precedenti versioni. Non si tratta soltanto di un aggiornamento estetico: cambiano le altezze dell’intersuola, le mescole utilizzate e la geometria complessiva della scarpa.
Nella Hyperwarp Pure 2 troviamo la nuova mescola Enerzy XP+, che si distingue per una sensazione di maggiore morbidezza e per un’ammortizzazione particolarmente evidente. Una combinazione che punta a offrire protezione sulle lunghe distanze senza rinunciare alla reattività necessaria quando si corre a ritmi sostenuti.
La Hyperwarp Elite 2 adotta invece una costruzione a doppia mescola: Enerzy XP nella parte inferiore ed Enerzy XP+ in quella superiore. Entrambe le versioni utilizzano la Smooth Speed Plate, una piastra realizzata interamente in carbonio e stampata in 3D.
Un altro elemento importante riguarda il rocker, ovvero la curvatura della parte inferiore della scarpa. La geometria è stata accentuata per favorire la transizione dal mesopiede all’avampiede, con l’obiettivo di rendere più fluida la rullata e accompagnare la progressione del passo.
Tra le due, ho scelto la Hyperwarp Pure 2 per la maratona. Correndo prevalentemente di avampiede, cercavo una soluzione che si adattasse alle mie caratteristiche e al mio modo di appoggiare, con una combinazione di reattività, protezione e continuità nella fase di spinta. Una scelta che, alla prova dei fatti, si è rivelata azzeccata. La Pure 2 pesa appena 135 grammi, ma il dato più interessante non è soltanto la leggerezza: è il modo in cui riesce a combinare un peso così contenuto con un’intersuola morbida e ammortizzata. Una caratteristica che ho apprezzato soprattutto quando i chilometri hanno iniziato a farsi sentire.

Domenica: Maratona di Amsterdam, il vero banco di prova
Domenica è finalmente arrivato il momento di mettere alla prova la Hyperwarp Pure 2 sulla distanza regina. Il programma permetteva di scegliere tra la maratona al mattino e la mezza maratona nel pomeriggio, ma per me la scelta era già fatta: se l’obiettivo era conoscere davvero la scarpa, non c’era test migliore dei 42 km.
La partenza della maratona era fissata alle 9, con una temperatura di circa 12°C, cielo coperto e una pioggia leggera. Condizioni nel complesso buone per correre, anche se il vento avrebbe avuto un ruolo importante nella gestione dello sforzo.
La logistica del via è stata divisa in due punti distinti: un gruppo all’interno dello stadio e un altro all’esterno, dove mi trovavo io. Sotto questo aspetto sono stato un po’ sfortunato: la partenza all’interno dello stadio è sicuramente più suggestiva e mi sarebbe piaciuto vivere quell’esperienza. I due gruppi si sono poi ricongiunti dopo circa due chilometri, entrando così nel vivo della gara.
Il percorso si è rivelato nel complesso piuttosto veloce, con numerosi rettilinei che permettevano di trovare il ritmo e mantenerlo per lunghi tratti. La prima parte è stata particolarmente piacevole, soprattutto nei passaggi lungo i canali, uno degli aspetti più belli del tracciato. Peccato che non attraversasse davvero la zona centrale di Amsterdam: si corre prevalentemente nelle aree limitrofe al centro, senza immergersi fino in fondo nelle vie più caratteristiche della città. Un’occasione un po’ persa per chi vorrebbe scoprire la città anche attraverso la gara, pur in presenza di alcuni scorci davvero piacevoli.
Dal punto di vista altimetrico, il tracciato è sostanzialmente pianeggiante. L’unica vera salita è quella del ponte intorno al 19 km, mentre per il resto si incontrano soltanto alcuni leggeri falsipiani, sia in salita sia in discesa. Non sono quindi i dislivelli a rendere particolarmente impegnativa la gara, quanto piuttosto le condizioni del vento in alcuni tratti.


I rettilinei tra l’8° e il 10° chilometro e, soprattutto, quelli compresi tra il 19° e il 26° sono stati i passaggi più difficili, con il vento contrario che rendeva più complicato mantenere il ritmo. Sono quei momenti in cui bisogna cercare di non sprecare energie, accettando eventualmente qualche piccola variazione di passo senza farsi condizionare troppo dal cronometro.
Un’altra insidia del percorso era rappresentata dai binari dei tram, sui quali bisognava prestare particolare attenzione per evitare appoggi sbagliati e possibili distorsioni. Da non sottovalutare anche alcuni dossi in cemento, che richiedevano attenzione per evitare di inciampare, soprattutto quando la stanchezza cominciava a farsi sentire.
Nonostante il meteo non fosse perfetto, il pubblico lungo il percorso è stato ben presente e non ha fatto mancare il proprio sostegno. Un dettaglio che contribuisce sempre a rendere più piacevole una maratona, soprattutto nei momenti in cui il vento e la fatica iniziano a pesare.
Se la partenza dall’esterno dello stadio mi ha lasciato un po’ di rammarico, l’arrivo ha ampiamente compensato. Tagliare il traguardo entrando nello stadio e percorrendo mezzo giro di pista è stato bellissimo ed emozionante. Sugli spalti c’erano tante persone ad aspettare i propri familiari e amici, creando un’atmosfera speciale proprio nel momento in cui la fatica accumulata in oltre 42 chilometri si fa sentire maggiormente. Un finale davvero suggestivo, che rende l’esperienza della maratona di Amsterdam ancora più memorabile.
Una maratona in progressione: 2h28’45”
La mia strategia è stata semplice: partire in controllo e provare ad aumentare il ritmo nella seconda metà. Ho corso la prima parte intorno ai 3’34” al km, passando alla mezza maratona in 1h14’50”. Da lì ho iniziato una progressione leggera, cercando di sfruttare le energie rimaste e mantenere una buona efficienza di corsa.
La gara è proseguita bene e sono riuscito a portare avanti la progressione, anche se negli ultimi tre o quattro chilometri ho dovuto fare i conti con la stanchezza e con l’insorgenza dei crampi. In quel momento l’obiettivo è diventato soprattutto gestire le difficoltà e arrivare al traguardo senza compromettere il lavoro fatto fino a quel punto.


Il cronometro si è fermato a 2h28’45”, un risultato che mi ha soddisfatto, soprattutto considerando la condizione con cui ero arrivato ad Amsterdam e le condizioni incontrate durante la gara.
La seconda metà è stata più veloce della prima, confermando l’andamento progressivo che avevo programmato. Un elemento importante anche per valutare la scarpa: non si è trattato soltanto di correre forte quando le gambe erano fresche, ma di capire come avrebbe risposto quando la fatica avrebbe iniziato a incidere sulla meccanica di corsa. Ed è proprio nella seconda parte che ho apprezzato maggiormente la Hyperwarp Pure 2.
Mizuno Hyperwarp Pure 2: morbida, ammortizzata e con una spinta naturale di avampiede
La prima caratteristica che mi ha colpito delle Mizuno Hyperwarp Pure 2 è il contrasto tra il peso estremamente contenuto e la sensazione di protezione offerta dall’intersuola. Con i suoi 135 grammi, la Pure 2 è una scarpa molto leggera, ma non restituisce quella sensazione di essenzialità che talvolta si associa alle calzature da gara più minimaliste.
L’ammortizzazione è evidente e la mescola Enerzy XP+ risulta morbida, senza che questo abbia compromesso la mia percezione di reattività durante la maratona. Non è una scarpa che mi ha dato la sensazione di dover cercare attivamente la spinta: la transizione verso l’avampiede è risultata naturale, in linea con il mio stile di corsa.
Da avampiedista, è un aspetto che considero importante. La geometria deve accompagnare il movimento senza costringermi a modificare il gesto per sfruttare la piastra o il rocker. Ad Amsterdam ho trovato una combinazione che mi ha permesso di correre in modo fluido, soprattutto quando il ritmo si è fatto più impegnativo nella seconda metà.
Anche il grip si è dimostrato convincente. Nonostante la pioggia e il fondo bagnato, ho avuto sensazioni positive durante la gara, senza particolari problemi di aderenza nelle condizioni che ho incontrato.
La sensazione di ammortizzazione è stata particolarmente apprezzabile nella parte finale, quando la fatica ha iniziato a farsi sentire. Pur dovendo gestire l’insorgenza dei crampi negli ultimi chilometri, sono riuscito a mantenere una buona continuità di corsa e a concludere la maratona in 2h28’45”.


Non posso attribuire questo risultato alla scarpa, perché la prestazione dipende da molti fattori, dalla condizione fisica alla gestione dello sforzo. Posso però dire che la Pure 2 mi ha accompagnato per tutta la distanza con sensazioni positive, soprattutto in termini di comfort e protezione.
C’è poi un dato personale che mi ha colpito: è stata una delle prime maratone in cui sono arrivato al traguardo senza che i crampi compromettessero pesantemente la prestazione. Anche in questo caso non è possibile stabilire un legame diretto con la scarpa, ma il bilancio del test rimane decisamente positivo.
Attenzione alla calzata: la misura è fondamentale
Non tutto, però, è stato perfetto. La maratona mi ha permesso di individuare anche un aspetto da non sottovalutare: la scelta della misura. Nel mio caso, la Hyperwarp Pure 2 mi ha dato l’impressione di richiedere almeno mezzo centimetro in più rispetto alla misura che utilizzo abitualmente. È un’indicazione basata sulla mia esperienza personale e che consiglio di verificare provando la scarpa con attenzione, soprattutto pensando a una gara lunga come la maratona.
A complicare la situazione ci si è messo anche un mio errore: ho scelto di utilizzare delle calze piuttosto spesse che, con la pioggia, si sono inzuppate durante la gara. Il risultato è stato la comparsa di vesciche ai piedi. Un errore da novellino, soprattutto per chi corre da tanti anni e dovrebbe conoscere bene l’importanza di ogni dettaglio nella preparazione di una maratona.
È difficile stabilire quanto abbiano inciso la calzata, lo spessore delle calze e l’acqua accumulata durante la corsa. Quello che posso dire è che, in una gara lunga e bagnata, la scelta della combinazione tra scarpa e calza diventa fondamentale. Non basta individuare il modello più adatto alle proprie caratteristiche: bisogna anche verificare che la misura lasci lo spazio necessario e che tutto l’insieme funzioni nelle condizioni reali di gara. È un dettaglio che non cambia il giudizio positivo sulla Hyperwarp Pure 2, ma che merita di essere raccontato perché fa parte dell’esperienza concreta del test.
Due gare, due modi diversi di mettere alla prova la Hyperwarp Pure 2
La cosa interessante di questo fine settimana è stata poter osservare la scarpa in due situazioni molto diverse. Da una parte la Ekiden, con ritmi elevati, accelerazioni e cambi di direzione. Dall’altra la maratona, dove contano soprattutto la capacità di mantenere il ritmo, la protezione e il comfort quando i chilometri accumulati iniziano a farsi sentire.

In entrambi i casi le sensazioni sono state positive. Nella staffetta ho apprezzato la risposta nei rilanci e il comportamento nei cambi di direzione, mentre nella maratona sono stati soprattutto il grip, l’ammortizzazione e la naturalezza della transizione verso l’avampiede a convincermi. La Pure 2 si è dimostrata quindi una scarpa capace di accompagnarmi in contesti differenti, dalle accelerazioni su un circuito breve fino alla gestione di oltre 42 chilometri. Sarà necessario approfondire ulteriormente il comportamento nel tempo, ma questo primo test mi ha lasciato sensazioni decisamente incoraggianti.
Il test continua: ora tocca alla Hyperwarp Elite 2
Il bilancio della tre giorni di Amsterdam è positivo, sia per l’esperienza vissuta con Mizuno sia per le prime indicazioni raccolte sulla nuova Hyperwarp Pure 2. La scarpa mi ha sorpreso per la combinazione di leggerezza, morbidezza e ammortizzazione. I 135 grammi non raccontano da soli il comportamento di una calzatura, ma diventano particolarmente interessanti quando si accompagnano a una protezione che ho apprezzato anche nella seconda metà di una maratona corsa sotto le 2 ore e 30 minuti.
Restano alcuni aspetti da approfondire, a partire dalla calzata e dalla durata nel tempo. Soprattutto, manca ancora un confronto diretto e approfondito con la Hyperwarp Elite 2, che rappresenta l’altra interpretazione del nuovo progetto Mizuno.
Per ora, Amsterdam mi lascia una prima impressione molto positiva. La Pure 2 ha superato un test impegnativo e mi ha accompagnato verso un risultato che mi ha soddisfatto. Adesso non resta che continuare a macinare chilometri, raccogliere nuove sensazioni e capire quali siano le differenze più significative tra le due versioni. Perché è proprio questo il bello di provare una scarpa da gara: le specifiche tecniche raccontano il progetto, ma è soltanto correndoci che si può capire davvero se quel progetto funziona.

