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Se i grandi maratoneti italiani del passato avessero corso con le super scarpe di oggi

Cosa sarebbe successo se Stefano Baldini, Giacomo Leone, Gianni Poli, Gelindo Bordin o Orlando Pizzolato avessero corso con le scarpe in carbonio? Abbiamo provato a immaginarlo...
Dario MarchiniBy Dario Marchini21 Aprile 2026
Stefano Baldini (foto originale Giancarlo Colombo)
Stefano Baldini (foto originale Giancarlo Colombo)

La maratona è sempre stata raccontata come la disciplina più pura dell’atletica: una sfida diretta tra uomo, strada e cronometro. Per decenni i 42 chilometri sono stati visti come il terreno ideale dove misurare il valore assoluto di un atleta: resistenza, capacità di soffrire, intelligenza tattica, gestione delle energie. In questo racconto quasi epico, il progresso veniva attribuito quasi esclusivamente al miglioramento dei metodi di allenamento, alla conoscenza sempre più raffinata della fisiologia, all’alimentazione e alla preparazione mentale. Negli ultimi dieci anni, però, il mondo della corsa in generale, e il mondo della maratona in particolare, ha vissuto una trasformazione profonda: l’introduzione di scarpe dotate di piastra in carbonio e di intersuole in schiuma ad altissimo ritorno energetico, che hanno modificato l’economia di corsa.

Studi universitari, indipendenti e analisi su larga scala dimostrano che le cosiddette super scarpe siano in grado di ridurre il costo metabolico della corsa tra il 3% e il 4% sulla distanza della maratona per atleti élite e sub-élite. In termini pratici, significa consumare meno energia a parità di velocità, oppure riuscire a mantenere un’andatura più elevata a parità di sforzo. Tradotto in numeri concreti, questo beneficio può arrivare a valere quattro o cinque minuti su una maratona corsa intorno alle due ore e dieci minuti. Un’enormità, se si considera che a questi livelli anche pochi secondi possono separare un atleta dal podio o dalla vittoria. Il confronto diventa ancora più impressionante se applicato alle epoche passate, quando si correva con scarpe dal peso superiore ai 250 grammi, realizzate con mescole rigide, poco reattive, prive di qualsiasi supporto strutturale alla fase di spinta e spesso più penalizzanti che protettive per muscoli e tendini.

La prima super scarpa con piastra in carbonio: la Fila Silva Racer… del 1997!

Proprio per questo motivo, confrontare direttamente i grandi maratoneti del passato con quelli di oggi è un esercizio estremamente complesso, se non addirittura impossibile, perché sono cambiate troppe variabili fondamentali: materiali, superfici, approccio scientifico alla prestazione, gestione della gara e persino il modo stesso di interpretare la maratona. Eppure, nonostante queste difficoltà, rimane una domanda tanto affascinante quanto inevitabile: quanto sarebbero andati più forte i migliori maratoneti italiani di sempre se avessero avuto ai piedi le super shoes moderne? Ci siamo posti questa domanda e abbiamo provato, con tutte le cautele del caso, a dare una risposta.

È doverosa però una premessa fondamentale. I dati che seguono non hanno alcuna valenza scientifica e non pretendono di essere predittivi o oggettivi. Si tratta esclusivamente di ipotesi teoriche, costruite a scopo divulgativo e giornalistico, per alimentare una riflessione curiosa e stimolante su come la tecnologia abbia influito – e continui a influire – sulle prestazioni nella maratona.

Un criterio necessario: perché il vantaggio aumenta andando indietro nel tempo

Per rendere queste stime almeno internamente coerenti, è stato adottato un criterio differenziato, basato sull’epoca in cui i record italiani considerati sono stati realizzati.

Il principio è semplice: più si va indietro nel tempo, maggiore è il potenziale beneficio teorico derivante dalle calzature moderne, perché più rudimentali erano i materiali di partenza. Per le prestazioni ottenute dal 2000 in poi, quando le scarpe erano già più leggere e raffinate rispetto al passato, è stato ipotizzato un miglioramento compreso tra il 3% e il 4%. Per il periodo compreso tra il 1990 e il 2000, quando le calzature erano ancora rigide e prive di concetti come ritorno elastico e rocker, il miglioramento stimato è stato mantenuto tra il 4% e il 5%. Infine, per gli anni Ottanta, epoca dei primi timidi tentativi di alleggerimento ma senza reali benefici biomeccanici, la stima sale tra il 5% e il 6%.

Stefano Baldini, l’efficienza già moderna portata all’estremo

Partiamo da Stefano Baldini, forse il maratoneta italiano più iconico dell’era recente. Il suo record personale di 2h07’22”, stabilito alla Maratona di Londra nel 2006 e valido allora come primato italiano, rappresenta una perfetta sintesi di efficienza biomeccanica, intelligenza tattica e solidità mentale. È un tempo ottenuto in un’epoca relativamente moderna, ma comunque antecedente alla rivoluzione delle piastre in carbonio.

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Applicando un miglioramento prudente del 3%, il tempo proiettato scenderebbe a circa 2h03’33”. Spingendosi verso il 4%, un valore pienamente compatibile con i benefici osservati delle super shoes, Baldini potrebbe teoricamente correre intorno a 2h02’17”. Un dato che assume un peso enorme se si considera che lo collocherebbe sullo stesso piano cronometrico dei migliori specialisti mondiali dell’era attuale.

Giacomo Leone, il ponte tra due epoche

Giacomo Leone rappresenta invece una figura di confine, un vero ponte tra due epoche. Il suo 2h07’52”, ottenuto a Ōtsu nel 2001 e primato italiano all’epoca, arriva in un momento storico di transizione. Non a caso, è lo stesso Leone ad aver dichiarato pubblicamente che con le scarpe attuali il guadagno sarebbe stato nell’ordine del 3%.

Applicando proprio questa percentuale, la proiezione porta il suo tempo a circa 2h04’02”. Con un miglioramento del 4%, il crono scenderebbe addirittura fino a 2h02’46”, un valore che oggi equivale a podi europei e piazzamenti di vertice nelle grandi maratone internazionali.

Gelindo Bordin, la resistenza premiata dalla tecnologia

Scendendo indietro nel tempo si incontra Gelindo Bordin, simbolo di una maratona fatta di resistenza, progressione e capacità di soffrire. Il suo 2h08’19”, ottenuto alla Maratona di Boston del 1990 su un percorso selettivo e poco favorevole ai record, assume un peso ancora maggiore se riletto alla luce della tecnologia moderna.

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Essendo una prestazione pienamente collocata negli anni Novanta, la stima di miglioramento sale al 4–5%. Con il 4% il tempo teorico scenderebbe a circa 2h03’11”, mentre con il 5% si arriverebbe addirittura a sfiorare le 2h01’54″, una soglia che oggi rappresenta l’eccellenza assoluta sulla distanza.

Gianni Poli, l’eleganza che avrebbe fatto scuola anche oggi

Ancora più netto è il caso di Gianni Poli, che nel 1988 corse in 2h09’33”, diventando il primo italiano a infrangere il muro delle 2h10’. Il suo stile di corsa, fluido ed elegante, lo rende uno dei candidati ideali a beneficiare maggiormente delle super shoes.

Applicando un miglioramento compreso tra il 5% e il 6%, il suo tempo proiettato si collocherebbe tra 2h03’05” e 2h01’47”, rendendolo teoricamente competitivo in qualsiasi grande maratona moderna.

Orlando Pizzolato, il pioniere penalizzato dall’epoca

Poi, c’è Orlando Pizzolato, pioniere penalizzato dall’epoca in cui ha corso. Il suo miglior tempo di 2h10’23”, realizzato nel 1985, arriva in un periodo in cui le scarpe erano non solo pesanti e rigide, ma spesso causa diretta di affaticamento e infortuni.

Con un miglioramento del 5% la proiezione scenderebbe a circa 2h03’52”, mentre con il 6% Pizzolato potrebbe teoricamente correre in 2h02’34”, numeri che restituiscono pienamente il valore di un atleta troppo spesso giudicato esclusivamente attraverso i durissimi percorsi di Boston e New York.

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I tempi cambiano, ma la grandezza resta

Queste stime, è bene ribadirlo, non hanno l’obiettivo di riscrivere classifiche né di stabilire nuove gerarchie tra epoche diverse. Non servono a dire chi sarebbe stato “più forte” o chi avrebbe corso davvero più veloce. Servono piuttosto a ricordare un concetto fondamentale, spesso trascurato quando si confrontano numeri e tempi: la grandezza dei campioni del passato va sempre letta e interpretata nel contesto storico, tecnico e culturale in cui quelle prestazioni sono state realizzate.

Ogni epoca ha avuto i suoi limiti, i suoi strumenti e le sue conoscenze. Gli atleti di ieri hanno corso con ciò che avevano a disposizione, spingendo il corpo al massimo possibile nonostante scarpe pesanti, materiali poco reattivi e una comprensione ancora parziale della biomeccanica e della fisiologia dello sforzo. Alla luce delle tecnologie di oggi, e in particolare delle scarpe con piastra in carbonio, quelle prestazioni non risultano ridimensionate, ma semmai assumono un valore ancora più profondo.

Forse è proprio questo il paradosso più affascinante: osservando i tempi straordinari che oggi vengono ottenuti anche grazie all’evoluzione dei materiali, le imprese dei maratoneti del passato appaiono ancora più eroiche. Perché sono state costruite quasi esclusivamente sul talento, sulla fatica e sulla capacità di resistere. E proprio per questo, a distanza di anni, continuano a parlare non solo al cronometro, ma alla storia stessa della maratona.

carbonio gelindo bordin giacomo leone gianni poli orlando pizzolato stefano baldini super scarpe
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“Designer per vocazione. Giornalista per scelta. Runner per passione”. Così amo riassumere la mia carriera professionale. Laureato in Design al Politecnico di Milano, ho iniziato a raccontare la mia passione per la corsa nel 2008 con il blog Corro Ergo Sum. Giornalista dal 2015, per undici anni ho lavorato nella redazione di Runner’s World Italia. Ho anche collaborato con diverse realtà nell’ambito dell’organizzazione di eventi podistici nazionali e internazionali come Milano Marathon, Abu Dhabi Marathon, Ras al Khaimah Half Marathon, DeeJay Ten, oltre ad essere stato per quattro anni Direttore Sportivo della Wings for Life World Run. Sono Presidente dell’Associazione Sportiva Corro Ergo Sum Runners e Tecnico Istruttore Fidal | Misure: altezza 177 cm, peso 66 kg, scarpe US 10,5 / EU 44,5 / 28,5cm | Velocità riferimento su 10K: 3'40" al km.

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