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Home » Come calcolare la Z2 e le zone di frequenza cardiaca e perché usarle
Allenamenti e tecnica Salute

Come calcolare la Z2 e le zone di frequenza cardiaca e perché usarle

Dai modelli a tre e cinque zone fino ai test da campo e alle analisi di laboratorio: scopri come ricavare le zone cardiache per allenarti nel modo giusto.
Andrea CerviaBy Andrea Cervia16 Maggio 2026
Salvatore "Tore" Gambino, durante il test (foto courtesy)
Salvatore "Tore" Gambino, durante il test (foto courtesy)

Negli ultimi anni sempre più runner hanno scelto di strutturare i propri allenamenti utilizzando le zone di frequenza cardiaca, trasformando dati e numeri in una vera bussola per orientare lo sforzo. Questo approccio consente di distinguere con precisione le diverse intensità di lavoro e di collegarle a obiettivi specifici, dal semplice recupero fino agli allenamenti più intensi. Non è un caso che oggi smartwatch e cardiofrequenzimetri siano diventati compagni inseparabili per chi corre.

Tuttavia, dietro questa apparente precisione si nasconde una realtà più complessa. Le zone cardiache vengono spesso trattate come valori universali, quando invece sono profondamente individuali. Le formule più diffuse, come la classica “220 meno l’età” per stimare la frequenza cardiaca massima, rappresentano solo approssimazioni e possono portare a errori anche significativi da persona a persona. Per questo motivo, un utilizzo consapevole richiede una comprensione più profonda dei meccanismi fisiologici che stanno alla base.

Dalla teoria del lattato alla classificazione a 3 zone

Alla base dell’allenamento per zone c’è un concetto chiave: il metabolismo energetico. Il modello più scientifico e accurato è quello a tre zone, costruito attorno alla misurazione della concentrazione di lattato nel sangue, misurata tramite un lattacidometro, prelevando una goccia di sangue capillare — dal dito o dal lobo auricolare — durante test incrementali.

In questo schema, la Zona 1 rappresenta un’intensità bassa, in cui il corpo lavora quasi esclusivamente in regime aerobico utilizzando principalmente i grassi come fonte energetica. È caratterizzata da una concentrazione di lattato inferiore a 2 mmol/L. Il metabolismo è prettamente aerobico e il lavoro è sostenuto quasi esclusivamente dalle fibre di tipo I. È la zona tipica del fondo lento, fondamentale per sviluppare resistenza e capacità cardiovascolare.

La Zona 2 si colloca tra la soglia aerobica e quella anaerobica. Qui aumenta progressivamente la produzione di lattato, ma il corpo riesce ancora a smaltirlo in modo efficace. La concentrazione oscilla tra 2 e 4 mmol/L — il superamento di 2 mmol/L identifica la soglia aerobica. In questa fase inizia il reclutamento significativo delle fibre di tipo IIa (intermedie). Si tratta di un’intensità sostenibile, ma già impegnativa, cruciale per migliorare l’efficienza del sistema aerobico.

Correre in Z2: il motore silenzioso della corsa

La Zona 3, infine, segna un lattato superiore alle 4 mmol/L, indicando un’importante attivazione del metabolismo anaerobico glicolitico. Qui entrano in gioco le fibre IIb, che diventano il propulsore principale. La produzione di lattato supera la capacità di smaltimento e lo sforzo diventa breve, intenso e difficilmente prolungabile. Il superamento della quota convenzionale di 4 mmol/L è ciò che comunemente definiamo soglia anaerobica, spesso associata al ritmo gara sui 10 km.

Le 5 zone cardiache: un modello pratico e diffuso

Accanto al modello a tre zone, esiste una suddivisione più diffusa e facilmente applicabile sul campo: quella a cinque zone, basata su percentuali della frequenza cardiaca massima. Si tratta di un sistema molto utilizzato perché semplice da integrare nei dispositivi sportivi.

Le zone più basse, comprese tra circa il 50% e il 70% della FCmax, rappresentano un lavoro aerobico leggero, utile per il recupero e per sviluppare la resistenza di base. Salendo di intensità, tra il 70% e l’80%, si entra nella zona aerobica moderata, dove aumentano capacità respiratoria e resistenza. Tra l’80% e il 90% si lavora invece in prossimità della soglia anaerobica, migliorando la velocità e la tolleranza al lattato. Oltre il 90%, infine, si entra nella zona massimale, sostenibile solo per brevi intervalli.

Z1: <60% della FCmax
Z2: 60-70% della FCmax
Z3: 70-85% della FCmax
Z4: 85-90% della FCmax
Z5: >90% della FCmax

Pur essendo estremamente utile nella pratica quotidiana, questo modello presenta però un limite evidente: si basa su percentuali standard che non sempre riflettono le reali caratteristiche fisiologiche dell’atleta.

Test da campo e protocolli: come avvicinarsi alla precisione

Per superare i limiti delle formule teoriche, molti runner si affidano a test da campo.

Allenamento di corsa in “zona 2”: cos’è, come e perché eseguirlo

Tra i più utilizzati ci sono i test sui 5 e 10 km: correre queste distanze alla massima velocità sostenibile permette di ottenere indicazioni attendibili sulla propria soglia anaerobica, soprattutto attraverso la frequenza cardiaca media registrata.
Al termine della prova sui 10 chilometri, la frequenza cardiaca media registrata rappresenta un parametro molto affidabile per stimare la soglia anaerobica. Nel caso del test sui 5 chilometri, invece, l’intensità più elevata richiede una correzione: la frequenza cardiaca media va ridotta applicando un coefficiente compreso indicativamente tra 0,93 e 0,95.
Il test sui 10 km è particolarmente indicato per i runner in grado di coprire la distanza in un tempo compreso tra i 40 e i 60 minuti, mentre quello sui 5 km si rivela più adatto a chi fatica a mantenere un’andatura costante, aiutando a limitare eccessive variazioni di ritmo durante lo sforzo.

Un altro metodo ampiamente utilizzato è il protocollo Conconi. Il test viene eseguito su tapis roulant, partendo da una velocità iniziale calibrata sul livello dell’atleta e incrementandola progressivamente, di solito con aumenti ogni minuto.
Durante la prova si analizza l’andamento della frequenza cardiaca in relazione alla velocità: il parametro chiave è la cosiddetta deflessione della curva cardiaca. Si tratta del punto in cui la frequenza smette di crescere in modo lineare all’aumentare dello sforzo, segnando così l’approssimazione della soglia anaerobica.

Il metodo più avanzato per individuare con precisione le zone cardiache è rappresentato dall’utilizzo del metabolimetro. Si tratta di una strumentazione che, attraverso una maschera, analizza i gas respiratori, misurando lo scambio tra ossigeno inspirato e anidride carbonica espirata.Questo approccio consente di ottenere una valutazione estremamente accurata dei parametri metabolici, come l’utilizzo di grassi e carboidrati alle diverse intensità di esercizio. Proprio per la complessità dei dati raccolti, è necessario il supporto di professionisti qualificati per interpretarli correttamente. Si tratta quindi di uno strumento particolarmente indicato per atleti evoluti, che desiderano ottimizzare ogni aspetto della propria performance.

Smartwatch e affidabilità: quanto possiamo fidarci?

Oggi la maggior parte dei runner si affida ai dati forniti dai propri dispositivi. Ma quanto sono affidabili? La risposta è: abbastanza, ma con cautela. Gli smartwatch moderni offrono analisi sempre più sofisticate, ma basano comunque i loro calcoli su stime iniziali, spesso derivate da formule generiche.

Inoltre, la frequenza cardiaca è influenzata da numerosi fattori esterni: temperatura, stress, disidratazione, qualità del sonno. Questo significa che lo stesso allenamento può generare valori diversi da un giorno all’altro, rendendo necessaria un’interpretazione critica dei dati. In altre parole, la tecnologia è un valido supporto, ma non può sostituire completamente la conoscenza del proprio corpo e la percezione dello sforzo.

Un bollino “WA” per le scarpe da corsa approvate (e non approvate) da World Athletics

L’importanza dell’individualità: il caso degli ultrarunner

È importante comprendere come le percentuali teoriche della frequenza cardiaca massima risultino spesso poco precise quando applicate a singoli individui. Questo limite emerge con particolare evidenza negli atleti di ultra-maratona, nei quali si osserva frequentemente un’elevata specializzazione aerobica. In questi casi, la seconda zona tende ad ampliarsi in modo significativo, arrivando a includere intensità molto elevate, talvolta prossime all’85% della FCmax. Di conseguenza, la zona di transizione si riduce a un intervallo estremamente ristretto, quasi una fascia di passaggio appena percettibile.

Questi adattamenti riflettono una base aerobica straordinariamente sviluppata. Il corpo diventa infatti estremamente efficiente nell’utilizzo dei lipidi come fonte energetica, mantenendo questa capacità anche a intensità medio-alte. Ciò consente di preservare le scorte di glicogeno e di ritardarne il consumo, un vantaggio decisivo soprattutto nelle fasi finali delle competizioni più lunghe. Senza una valutazione personalizzata dei parametri metabolici, esiste il rischio concreto di impostare allenamenti non pienamente coerenti con queste caratteristiche, perdendo così l’opportunità di valorizzare uno degli aspetti più distintivi dell’atleta.

Allenarsi con le zone di frequenza cardiaca resta uno strumento potente e, se utilizzato correttamente, può migliorare significativamente la qualità dell’allenamento. Permette di evitare errori comuni, come correre troppo forte nei giorni facili o troppo piano nei lavori intensi, e aiuta a distribuire lo sforzo in modo più razionale. La vera chiave è integrare i dati con l’esperienza. Le sensazioni, la percezione dello sforzo e la conoscenza del proprio corpo rimangono elementi indispensabili. Le zone cardiache non sono una verità assoluta, ma una guida: utile, preziosa, ma da saper interpretare.

Allenamento test z2 zona 2 zone cardiache
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Andrea Cervia

Lo sport è il filo conduttore della mia vita: prima come amatore ho iniziato con il surf e la Mountain bike, poi come atleta della Nazionale Italiana di Canoa e oggi come triatleta ed ultramaratoneta. Questa passione ha guidato anche il mio percorso professionale: dopo dieci anni come Medico di Medicina Generale, nel 2022 ho scelto di specializzarmi in Medicina Fisica e Riabilitativa per cercare di lavorare soprattutto sulla performance sportiva. Da sempre impegnato nell’assistenza ad eventi sportivi, oggi seguo il settore come Medico Fiduciario della FIN Liguria e con esperienze con la nazionale di nuoto durante raduni collegiali e gare internazionali.

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