Arrivare secondi ed entrare nella storia. Per Yomif Kejelcha, quello che a primo sguardo è sembrato a molti un crudele scherzo del destino rischia invece di diventare il risultato che lo renderà eterno. Undici secondi alle spalle di Sabastian Sawe, ufficialmente il primo uomo ad abbattere la barriera delle due ore in una maratona (1h59’30” a Londra 2026). Un solo secondo più lento anche di Eliud Kipchoge, che a Vienna nel 2019 scese sotto lo stesso muro ma in condizioni non ufficiali (1h59’40” a Vienna nel 2019). Ma, soprattutto, diciannove secondi (1h59’41” a Londra 2026) oltre quella linea invisibile che separa due epoche: il prima e il dopo le due ore. E dentro quella nuova epoca, c’è Yomif Kejelcha.
Anzi, c’è qualcosa in più: Kejelcha è oggi l’unico maratoneta ad aver corso una maratona ufficiale sempre e solo sotto le due ore. Un particolare che racconta l’eccezionalità della sua impresa.
Non lo avrebbe mai immaginato. È stato lui stesso a dirlo. Nei giorni precedenti alla gara, il ventottenne etiope aveva dichiarato che scendere sotto le due ore al debutto in maratona gli sembrava “impossibile”, pur avendo messo in conto di partire con il gruppo di testa a ritmo da record del mondo. Una scelta che, sulla carta, aveva il sapore di una mossa suicida. Eppure, al quarantesimo chilometro, Kejelcha era ancora al comando. Lui, il debuttante.
Londra è stata la prima maratona della sua carriera. Tutti conoscevano le sue qualità in pista e nel mezzofondo, ma i 42 chilometri sono un’altra storia. “Sapevo che la maratona avrebbe portato a grandi cambiamenti”, ha detto a fine gara. E così è stato. “I miei allenatori mi avevano detto che ero pronto. Non mi aspettavo di scendere sotto le due ore, ma Londra era la maratona dei miei sogni. E qui si sono realizzati”.

Kejelcha, 28 anni, era noto, fino ad oggi, come atleta da pista e da mezza maratona. Personali da 12’46” sui 5000, 26’49” sui 10.000, una base di velocità costruita in anni di mezzofondo che si è rivelata decisiva anche sulla lunga distanza. Nel 2024 aveva stabilito il record mondiale di mezza maratona con 57’30” a Valencia. A questo si aggiungono due titoli mondiali indoor nei 3000 metri (2016 e 2018), l’argento mondiale nei 10.000 a Doha 2019 e il precedente primato del mondo del miglio indoor con 3’47”01. A Londra, tutta questa carriera ha trovato una sintesi perfetta. Per oltre trenta chilometri Yomif Kejelcha è stato l’unico uomo in grado di reggere il ritmo di Sabastian Sawe.
Sawe. Il nome che, per due giorni, ha riempito titoli e aperture dei giornali di mezzo mondo. Ma undici secondi dopo è arrivato il turno di Yomif Kejelcha: il predestinato. “Le vittorie restano, i record passano”, si ripete spesso parlando di sport. Eppure, anche questa massima oggi vacilla. A diventare leggenda non sono sempre i numeri più grandi, ma le imprese che sfidano la logica. Come quella di Steven Bradbury nello short track olimpico del 2002, vincitore di una rocambolesca medaglia d’oro nei 1000 metri a Salt Lake City.
Non è stata sicuramente fortuna quella di Kejelcha. È stata un’impresa diversa: lucida, feroce, forse persino irrazionale. Impossibile. Da pazzi. E probabilmente lui stesso, fino in fondo, non ci ha mai creduto. Ma l’ha fatta.
Debuttare e correre una maratona sotto il record del mondo.
Debuttare e scendere sotto un limite ritenuto insuperabile.
Debuttare, correre come nessun essere umano ha mai fatto prima.
E arrivare secondo.
Si è parlato di sfortuna. Ma non lo è affatto. Perché Yomif Kejelcha l’impresa impossibile l’ha già compiuta, e nessuno potrà mai togliergliela. Quello che farà da qui in avanti non è ancora scritto. Ma oggi c’è una certezza che solo lui possiede davvero: l’impossibile non esiste. E prima o poi, sarà pronto a dimostrarlo di nuovo.

