Qualche giorno fa avevamo raccontato, in un nostro articolo, la disavventura di una podista toscana, Michela Sotgia, alla quale è stato revocato il titolo di vincitrice assoluta della prova femminile della 45ª edizione della Corsa di Pasquetta di Bauladu a causa di un’irregolarità legata alle scarpe indossate in gara.
L’atleta ha corso “ingenuamente” con un paio di daily trainer Brooks, le Glycerin 22: scarpe perfettamente conformi per misure e caratteristiche tecniche, ma non presenti nell’elenco delle calzature approvate da World Athletics, elenco che è vincolante per tutte le competizioni ufficiali inserite nei calendari federali. Una violazione che ha portato alla squalifica immediata da parte dei giudici Fidal presenti alla manifestazione e al conseguente annullamento del risultato agonistico.
Una vicenda che ha immediatamente acceso il dibattito tra gli atleti amatori, dividendoli in due schieramenti contrapposti. Da una parte c’è chi ha difeso la podista, giudicando il Regolamento Tecnico Internazionale di World Athletics troppo restrittivo e poco adatto a essere applicato indistintamente a tutti gli atleti e a tutte le gare, soprattutto di livello amatoriale, sottolineando come le Glycerin 22 siano a tutti gli effetti scarpe “regolari”. Dall’altra parte, invece, chi ha sostenuto la posizione della federazione, ricordando che le regole esistono e vanno rispettate da tutti, indipendentemente dal livello o dallo status dell’atleta.
Cosa dice il Regolamento Tecnico Internazionale di World Athletics
A proposito di questo tema, qualche mese fa avevamo intervistato Tito Tiberti, responsabile federale e delegato per il settore non stadia di European Athletics, che ci aveva aiutato a fare chiarezza sui punti chiave del Regolamento Tecnico Internazionale di World Athletics.
In particolare, sono tre le condizioni essenziali che ogni modello di scarpa deve rispettare per poter essere utilizzato in gara:
- uno spessore dell’intersuola non superiore ai 40 millimetri;
- la presenza di una sola piastra, in carbonio o in altro materiale;
- la disponibilità commerciale del modello per tutti gli atleti da almeno 30 giorni prima dell’utilizzo in competizione.
A queste si aggiunge una condizione sine qua non una scarpa non può essere indossata in gara e che rappresenta il vero nodo centrale del caso Sotgia: il modello deve essere inserito nell’elenco ufficiale delle calzature approvate da World Athletics, pubblicato sulla piattaforma federale ShoeCheck, accessibile a tutti. Attraverso questo strumento, ogni atleta, allenatore o appassionato può verificare in modo semplice se una determinata scarpa è stata approvata per l’uso in competizione e, soprattutto, da quale data e fino a quando è consentito utilizzarla.
Una polemica che nasce dall’applicazione delle regole
La polemica, in realtà, non riguarda tanto la legittimità o meno del regolamento, quanto piuttosto la sua applicabilità generale e la scarsa conoscenza di queste norme da parte degli atleti amatori, che spesso non sono consapevoli di regolamenti pensati in origine per disciplinare l’attività degli atleti professionisti.
Proprio da qui nasce una possibile proposta, una soluzione che potrebbe tutelare il regolamento ma allo stesso tempo venire incontro agli amatori, evitando episodi simili in futuro.

Il bollino UCI sulle bici da corsa
Nel ciclismo, l’ente mondiale che governa le competizioni su strada, MTB, ciclocross e BMX è l’UCI (Union Cycliste Internationale). Tra i suoi compiti c’è anche quello di regolamentare lo svolgimento delle gare, stabilendo i requisiti tecnici che le biciclette devono rispettare per garantire competizioni eque e sicure.
Queste regole definiscono quali modelli possono essere utilizzati, i limiti dimensionali, i pesi minimi delle bici e perfino le caratteristiche dell’abbigliamento ammesso in gara. Esiste inoltre una lista ufficiale che indica, per ogni produttore, i modelli di telaio approvati, in modo simile a quanto avviene nel mondo dell’atletica con le scarpe da corsa.
Ma c’è un’accortezza in più: le biciclette conformi riportano un adesivo UCI applicato sul telaio, che certifica in modo immediato l’avvenuta approvazione da parte della federazione. Un sistema semplice ed efficace che consente a chiunque di sapere, già al momento dell’acquisto, se una bici può essere utilizzata in gara senza il rischio di squalifica.
Un bollino WA per le scarpe da corsa?
Perché, allora, non adottare un sistema simile anche per le scarpe da corsa? L’idea potrebbe essere quella di introdurre un adesivo o un’etichetta World Athletics che indichi chiaramente se un modello è approvato o non approvato per le competizioni, così da informare subito l’acquirente se quella scarpa potrà essere usata anche in gara o soltanto in allenamento.
Il bollino potrebbe essere applicato esternamente alla scatola, in prossimità dell’etichetta con la taglia, e magari anche all’interno della scarpa. In questo modo verrebbero eliminati fraintendimenti e giustificazioni del tipo “non lo sapevo”, soprattutto tra gli atleti amatori meno esperti. Un sistema semplice, trasparente e utile per tutti.
Ultimamente, alcuni brand – come Nike, con le Vomero Premium – hanno iniziato ha segnalare che il modello “non è approvato dalla World Athletics” ma in modo poco evidente e solo nella descrizione del prodotto sullo shop on-line.


Il nodo dei costi e il ruolo dei brand
È comprensibile che molti runner rimangano delusi nello scoprire che un paio di daily trainer come le Brooks Glycerin 22 non possa essere utilizzato anche in gara. Tuttavia, questo non è un problema della federazione, quanto piuttosto dei singoli brand, che dovrebbero attivare il processo di approvazione presso World Athletics per ogni modello che rispetta le tre condizioni richieste.
Ne varrebbe davvero la pena? Probabilmente sì, ma è altrettanto evidente che si tratterebbe di nuovi costi, destinati inevitabilmente a ricadere sugli atleti amatori. E, con ogni probabilità, le polemiche sarebbero destinate a riaccendersi ancora una volta.
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