Ci sono carriere che sembrano già complete, perfette, quasi autosufficienti. E poi c’è quella di Bebe Vio, che resta inquieta anche quando ha già conquistato il mondo. Non è soltanto una questione di medaglie – pure abbondanti – ma di una spinta più profonda, quella che l’ha resa grande, quella che obbliga a ricominciare quando tutti si fermerebbero. Così, dopo aver scritto pagine memorabili nella scherma paralimpica, la campionessa veneziana ha deciso di cambiare pista nel senso più letterale del termine, salutando il fioretto per inseguire un’altra sfida: i 100 metri dell’atletica.
Il debutto, avvenuto lo scorso 15 maggio al centro sportivo delle Fiamme Azzurre a Casal del Marmo, è già di quelli che fanno rumore. Un esordio reale, concreto, senza passerelle né illusioni: cronometro alla mano, 14″75 nei 100 metri della categoria T62 e subito il pass per i Campionati Italiani Assoluti di Grosseto.
Dalla pedana alla pista: una rivoluzione personale
Non è soltanto un cambio di disciplina, ma una trasformazione più profonda, una ridefinizione della propria identità sportiva. Per un’atleta come Bebe Vio, passare dalla scherma all’atletica significa ripensare tutto: il gesto tecnico, l’equilibrio del corpo, persino il modo in cui immagina se stessa in movimento. Per anni la sua dimensione è stata quella della pedana, fatta di distanze minime, duelli ravvicinati e concentrazione assoluta prima di ogni stoccata.
Oggi lo scenario cambia radicalmente: una pista, un rettilineo, quattro corsie e un tempo da battere. Non c’è più un’avversaria davanti agli occhi, ma un nemico invisibile che scorre sui decimi del cronometro.
In questo passaggio c’è un significato importante. Dopo aver dominato nella scherma paralimpica, Bebe sceglie di rimettersi in gioco accettando di ripartire dall’inizio. Una scelta controcorrente. Chi ha vinto tutto tende a difendere ciò che ha costruito; lei, invece, decide di chiudere un capitolo e ricominciare da capo, con la stessa fame di sempre.
Perché l’atletica?
Dietro questa decisione c’è soprattutto una necessità. Negli ultimi anni il fisico di Bebe Vio ha iniziato a pagare il prezzo di una disciplina tanto affascinante quanto logorante: dolori diffusi al gomito, alla schiena, al collo, fino a episodi più complessi che hanno finito per minare la sua sicurezza in pedana. È stata una scelta sofferta, costruita giorno dopo giorno. È stata lei stessa ad ammettere come, a un certo punto, la scherma non fosse più soltanto passione, ma anche paura: non quella di perdere un assalto, ma di non riuscire più a controllare il proprio corpo, con il rischio di blocchi improvvisi.
Per chi ha costruito la propria identità interamente attorno allo sport, smettere significa confrontarsi con un vuoto profondo. “Pensare di svegliarmi senza un obiettivo sportivo mi massacrava il cervello”, ha confessato, dando la misura di quanto l’agonismo sia per lei qualcosa che va oltre il semplice mestiere, diventando una vera e propria forma di vita.
In questo senso, l’atletica non rappresenta una scelta di ripiego, ma una nuova opportunità. Una disciplina più essenziale, meno sbilanciata sul piano muscolare, capace di coinvolgere il corpo in modo più armonico. È il modo per continuare a sentirsi atleta, per restare dentro quello spazio che da sempre definisce la sua esistenza.
Imparare di nuovo a correre
C’è un aspetto che rende questa storia ancora più interessante: correre non è un gesto naturale per tutti. Per la maggior parte degli atleti è un automatismo, qualcosa che si apprende da bambini e si affina nel tempo. Per Bebe Vio, invece, è una conquista quotidiana, un territorio da esplorare passo dopo passo.
Nella categoria T62, riservata agli atleti con amputazioni agli arti inferiori che utilizzano protesi, nulla può essere lasciato al caso. Equilibrio, spinta, coordinazione tra parte alta e parte bassa del corpo: ogni dettaglio deve essere costruito con pazienza. Il movimento più elementare, quello che per altri è naturale, richiede un lavoro minuzioso: alzare correttamente le ginocchia, controllare il busto, armonizzare il ritmo tra braccia e gambe. È come imparare di nuovo a muoversi, una vera e propria alfabetizzazione del gesto atletico.
Ed è proprio qui che emerge la dimensione più autentica del suo percorso: l’accettazione di non essere più, almeno all’inizio, la migliore. Per una campionessa abituata a vincere, convivere con l’errore e con i tempi lunghi dell’apprendimento è forse la sfida più impegnativa. Ma è anche ciò che dà senso a tutto il resto. Perché la cultura sportiva di Bebe Vio non è mai stata legata esclusivamente ai risultati, bensì a una tensione continua verso il miglioramento. Ed è in questa ricerca, più che nella vittoria, che si riconosce la cifra del suo essere atleta.
Risultati prima gara: esordio perfetto
E quando arriva il momento della gara, la teoria lascia spazio alla concretezza. La prima uscita ufficiale nei 100 metri T62 non è stata una semplice prova, ma un test immediato.
Il risultato parla da solo: 14″75, un tempo che le vale subito il minimo per accedere agli Assoluti di Grosseto. Ma ridurre tutto a una cifra sarebbe limitante. Quel crono è soprattutto un segnale. Dice che il percorso intrapreso ha già consistenza, che il lavoro costruito nei mesi precedenti poggia su basi solide. È la conferma che la direzione è quella giusta.
Dentro quei cento metri c’è un messaggio: Bebe Vio è sulla pista per aprire un nuovo capitolo della sua carriera. E il fatto che questa risposta arrivi subito, al primo tentativo, racconta meglio di qualsiasi analisi la sua natura competitiva. Perché l’istinto del campione non si perde cambiando disciplina: trova semplicemente un altro campo in cui manifestarsi.
Il prossimo appuntamento è già fissato il 4 e 5 luglio 2026 ai Campionati Assoluti allo stadio Zecchini di Grosseto. Sarà il primo vero banco di prova su scala nazionale, il primo confronto diretto con l’atletica paralimpica italiana. Un passaggio quasi obbligato, che porterà con sé anche un inevitabile esame di maturità. Perché l’esordio può sorprendere, ma è la continuità che costruisce una carriera. L’atletica, più di altri sport, non concede margini: richiede precisione assoluta, capacità di ripetersi e gestione della pressione. È lì che si capisce quanto un progetto possa crescere davvero.
Chi è Bebe Vio: una storia oltre lo sport
Per comprendere davvero il significato di questo cambiamento, bisogna fare un passo indietro. Perché Bebe Vio è diventata nel tempo uno dei simboli più potenti del movimento paralimpico italiano.
Nata a Venezia nel 1997, si è avvicinata alla scherma fin da bambina. A undici anni, però, una meningite fulminante ha stravolto la sua vita, costringendola all’amputazione degli arti. Da quel momento in poi, la sua storia non è stata quella di una resa, ma di una ricostruzione tenace e straordinaria. In poco tempo è riuscita a tornare in pedana e, passo dopo passo, è diventata una delle schermitrici più forti al mondo, conquistando l’oro paralimpico a Rio 2016 e a Tokyo 2020, oltre a una lunga serie di titoli iridati ed europei.
Le medaglie spiegano il talento, ma non bastano a descrivere l’impatto che ha avuto. Bebe Vio ha contribuito a cambiare la narrazione dello sport paralimpico in Italia, portandolo fuori da una dimensione marginale e rendendolo protagonista del discorso pubblico, mediatico e culturale. La sua notorietà, infatti, travalica il campo di gara. È un volto riconoscibile, una voce ascoltata, un punto di riferimento che incarna un’idea di sport capace di andare oltre il podio. Inclusione, resilienza, normalità nella diversità: sono questi i valori che rappresenta, e che conferiscono alla sua carriera un significato molto più ampio di quello puramente agonistico.
Nuova sfida, stessa mentalità
C’è un filo invisibile che attraversa tutte le tappe della carriera di Bebe Vio. Non è legato alla disciplina che pratica, ma al modo in cui la affronta. Cambiano gli strumenti, le regole, gli scenari, ma la sostanza resta identica: un atteggiamento competitivo che non conosce compromessi.
Il passaggio all’atletica non va letto come una fuga dalla scherma, bensì come un’evoluzione naturale del suo modo di vivere lo sport. È la prova concreta che si può ricominciare senza rinnegare ciò che si è stati, mantenendo intatta la propria identità anche in un contesto completamente nuovo.
Accettare di ripartire da zero non è mai semplice, soprattutto quando si è stati al vertice per anni. Rimettersi in discussione quando si potrebbe restare ancorati ai successi del passato richiede una lucidità rara. E Bebe Vio ha scelto di nuovo la via più impegnativa, quella che espone al rischio e al giudizio, ma che è anche l’unica capace di dare un senso vero alla competizione.
Il futuro di Bebe Vio nell’atletica
È ancora troppo presto per tracciare un orizzonte preciso. L’atletica paralimpica è un universo articolato, fatto di categorie, classificazioni, dove ogni progresso va conquistato centimetro dopo centimetro. Eppure, al di là delle prospettive strettamente agonistiche, una cosa è già evidente: il suo approdo in pista porterà nuova attenzione, accenderà i riflettori e catalizzerà interesse. È già accaduto nella scherma, e con ogni probabilità succederà di nuovo. La sua presenza ha un effetto naturale, quasi inevitabile, di traino.
Non è nemmeno necessario stabilire se riuscirà a diventare la più forte anche nei 100 metri. Il punto non è questo. Il punto è che affronterà questa sfida con la stessa intensità, la stessa disciplina e la stessa determinazione con cui ha costruito tutto ciò che l’ha resa grande. E in fondo è proprio questo a rendere credibile il suo progetto: la certezza che, anche questa volta, non lascerà nulla di intentato.

