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Home » Dall’asfalto ai sentieri tecnici delle Orobie: 50 km al Trail del Centenario
Gare Trail running

Dall’asfalto ai sentieri tecnici delle Orobie: 50 km al Trail del Centenario

Le Orobie sono state il banco di prova per capire cosa separa davvero strada e trail. Una gara dura, fatta di salite lunghe, discese tecniche e gestione continua dello sforzo, dove il cronometro passa in secondo piano e a emergere sono soprattutto tenuta muscolare, capacità di adattamento e resistenza mentale.
Andrea SoffientiniBy Andrea Soffientini26 Giugno 2026
Andrea Soffientini al Trail del Centenario (immagine DR Fotografia/Trail del Centenario)
Andrea Soffientini al Trail del Centenario (immagine DR Fotografia/Trail del Centenario)

Lo scorso weekend ho corso il Trail del Centenario di Foppolo: 50 chilometri, quasi 3.000 metri di dislivello positivo. Una gara che, guardata da fuori, può sembrare semplicemente una lunga giornata in montagna. Da dentro, invece, è tutta un’altra storia: un esercizio continuo di gestione, fatica e capacità di restare in movimento anche quando il corpo smette di essere un alleato.

L’idea di iscrivermi è nata quasi per caso. La mia fidanzata Alessia ha casa nella zona di San Simone-Cambrembo, a pochi minuti dal tracciato, e durante alcune camminate avevamo già avuto modo di capire quanto le Orobie siano un territorio spettacolare e severo allo stesso tempo. Quando poi ho studiato il percorso, osservando i punti che avrebbe attraversato, la curiosità ha lasciato rapidamente spazio alla decisione: questa gara andava corsa. Anche per raccontare il percorso di trasformazione di un runner abituato all’asfalto che si misura con il trail, mettendo a confronto pregi, limiti e differenze di due discipline che, a prima vista, sembrano simili, ma che nella sostanza parlano linguaggi molto diversi.

Le distanze proposte erano diverse, dalla non competitiva di 10 km, alle gare più brevi di 13 e 25 km, fino alla prova regina da 50 chilometri. La scelta, come spesso accade, non è stata esattamente razionale. Ma se c’è da fare una pazzia, tanto vale farla fino in fondo.

Le Orobie, però, non concedono nulla. Chi frequenta questi sentieri lo sa bene: terreno tecnico, pietre instabili, salite che sembrano non finire e discese che impongono attenzione costante. È un trail che non ti permette di correre in automatico, e la gara lo mette in chiaro fin dai primi metri.

Trail del Centenario: la mia gara

Dopo lo start abbiamo percorso subito in una salita di circa tre chilometri. Nessun tratto per prendere ritmo, nessuna fase di adattamento. Si sale e basta. Ho cercato di interpretarla con lucidità, alternando corsa e camminata veloce, trovando in quel primo segmento un equilibrio che mi ha permesso di restare compatto. Poi è arrivata la prima vera selezione.

Una lunga discesa tecnica verso Carona, immersa nel bosco, su un terreno pieno di sassi e cambi di direzione continui. È stato lì che ho perso diverse posizioni e, soprattutto, ho capito che i riferimenti cronometrici che avevo in testa stavano già iniziando a sgretolarsi. Da quel momento la gara ha cambiato faccia.

Dopo il passaggio al laghetto di Carona è iniziata una delle salite più impegnative dell’intero percorso: quasi cinque chilometri e circa 800 metri di dislivello positivo. Un tratto in cui il trail smette di essere corsa e diventa pura amministrazione dello sforzo. Ritmo basso, passo costante, testa bassa. È da quel momento che la gara ha iniziato davvero a pesare. Eppure, in certe situazioni, la fatica trova spazio anche per la condivisione. Durante quella salita ho incontrato Marta Viganò, che avrebbe poi chiuso quinta assoluta. Fare un tratto insieme ha alleggerito il peso dei metri e dei pensieri.

Una volta in quota, tutto è cambiato. È cambiato il paesaggio, è cambiato il respiro, è cambiata perfino la percezione della fatica. Il percorso ha attraversato il Lago Marcio, il Lago Casere, i Laghi Gemelli — forse il punto più iconico di tutta la zona — per poi toccare il Lago Becco e il Lago Sardegnana. Una sequenza di scenari che, almeno per qualche chilometro, sono riusciti quasi a farti dimenticare dove mi trovavo e cosa stavo facendo. Almeno finché non ho dovuto riprendere a correre.

Andrea Soffientini in gara (immagine TRC)

Intorno al trentesimo chilometro, però, la gara è diventata soprattutto un fatto mentale. L’obiettivo iniziale, quelle sei ore e mezza immaginate alla vigilia, ha dovuto lasciare spazio alla realtà del percorso. Dopo il rifugio Longo sono arrivate altre salite dure, il sole alto e un caldo che ha iniziato a farsi sentire. Da lì in avanti la strategia si è semplificata: continuare ad avanzare, correre dove possibile, camminare senza tanti problemi quando necessario. Le discese, a quel punto, sono diventate soprattutto sopravvivenza.

Ho chiuso la mia gara in 7 ore e 40 minuti. Un tempo lontano da quello che avevo immaginato, ma che alla fine racconta molto meno di quello che la gara è stata davvero.

Dalla strada al trail: cosa non ha funzionato

Dal punto di vista energetico non c’è mai stato un vero crollo. L’alimentazione e l’integrazione hanno funzionato: circa 473 grammi di carboidrati complessivi tra pre-gara e gara, poco meno di 50 grammi all’ora, distribuiti tra panini con marmellata, gel, maltodestrine, acqua e Coca-Cola ai ristori. Le energie, in sostanza, c’erano.

Il limite è stato altrove. Perché una gara così ha il pregio crudele di mostrarti con precisione quello che non hai allenato abbastanza. Nel mio caso, la componente muscolare e la capacità di reggere per ore su terreni tecnici. Quando accumuli dislivello continuo, il conto lo presentano glutei, posteriori, lombari, core. Non manca il carburante: manca la struttura.

Anche l’attrezzatura ha avuto il suo peso. Ho corso con le X-Bionic Terraskin X03, arrivate pochi giorni prima della gara. Una scelta non ideale in termini di preparazione, ma che si è rivelata affidabile: nessun problema particolare e una protezione convincente su un terreno aggressivo come quello delle Orobie. Per il resto, tutto il necessario. Abbigliamento semplice, nutrizione personale e tanta gestione.

Andrea Soffientini al traguardo (immagine TRC)

Ma ciò che resta davvero di una giornata così non sono i numeri, né i materiali. Restano i dettagli. Le persone ai ristori, sempre presenti e disponibili. Il tifo lungo il percorso. Le mucche incontrate nei tratti più isolati. I fischi delle marmotte in sottofondo. E anche quelle due cadute senza conseguenze che, in fondo, fanno parte del patto silenzioso che ogni trail porta con sé.

Il Trail del Centenario di Foppolo è stato tutto questo: una gara dura, lunga, a tratti spietata. Ma anche incredibilmente bella. Non perfetta, forse. Ma autentica. Ed è probabilmente questa la ragione per cui, quando tagli il traguardo distrutto, non hai mai davvero la sensazione di aver concluso qualcosa. Piuttosto quella di averlo vissuto fino in fondo.

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Andrea Soffientini
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Allenatore, insegnante e bevitore di birra artigianale e Campari. Amo gli sport in generale in particolare la pallacanestro che ho praticato per anni con scarsissimi risultati. Amo l'atletica leggera in toto perché è uno sport di fatica e sacrifici ma che sono sempre ampiamente ripagati | Misure: altezza 17 5cm, peso 65 kg, scarpe US 9,5 / EU 43 / 27,5cm | Velocità riferimento sui 10K: 3'00" al km.

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