L’ortoressia è una condizione caratterizzata da un’attenzione eccessiva e ossessiva nei confronti dell’alimentazione considerata sana, naturale o pura. Chi ne soffre sviluppa un rapporto sempre più rigido con il cibo, arrivando a dedicare una parte significativa delle proprie energie mentali alla scelta degli alimenti, alla loro provenienza, ai metodi di preparazione e alla composizione nutrizionale. Sebbene non sia ancora inserita nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), viene considerata con grande attenzione da psicologi e professionisti della salute perché può rappresentare una sorta di anticamera di disturbi alimentari più complessi, come l’anoressia nervosa, oppure favorire problematiche fisiche legate a una scarsa disponibilità energetica.
L’ortoressia nasce spesso come reazione all’eccesso opposto rappresentato dal junk food e dall’alimentazione industriale ricca di zuccheri, grassi e prodotti ultraprocessati. Il problema emerge quando il desiderio di mangiare in modo sano si trasforma in un controllo maniacale del cibo e delle calorie, portando la persona a vivere ogni scelta alimentare come una questione di assoluta importanza.
I segnali più comuni riguardano innanzitutto la presenza di un pensiero costante rivolto all’alimentazione. Le persone tendono a leggere compulsivamente le etichette, a controllare ogni ingrediente e a eliminare progressivamente intere categorie alimentari considerate dannose, spesso senza alcuna indicazione medica. Con il passare del tempo le regole alimentari diventano sempre più rigide e difficili da modificare. Qualsiasi deviazione dal piano prestabilito genera ansia, disagio e senso di colpa. Sul piano emotivo si sviluppa una visione estremamente polarizzata del cibo, che viene classificato esclusivamente come “buono” o “cattivo”, mentre la soddisfazione personale finisce per dipendere dalla capacità di rispettare rigidamente la dieta.
Un altro elemento distintivo dell’ortoressia riguarda l’impatto sulla vita sociale. Molte persone iniziano a evitare ristoranti, viaggi, cene con amici o occasioni conviviali per paura di non poter controllare ciò che mangiano. Progressivamente il rapporto con il cibo finisce per condizionare anche le relazioni personali, favorendo isolamento e chiusura.
Mangiare sano o avere un rapporto ossessivo con il cibo: la differenza è nell’elasticità
La differenza tra una sana attenzione all’alimentazione e un comportamento problematico non dipende tanto dagli alimenti scelti quanto dal modo in cui vengono vissuti. Una persona che segue un’alimentazione equilibrata mantiene una certa flessibilità mentale e comportamentale. Se una sera mangia una pizza o si concede un dolce, non vive l’episodio con senso di colpa né sente il bisogno di compensare quanto consumato.
Al contrario, chi sviluppa un rapporto ossessivo con il cibo sente la necessità di mantenere sempre il controllo. Le regole diventano rigide e qualsiasi deviazione viene percepita come un errore. In questi casi il cibo occupa una parte sempre più ampia della giornata, influenzando pensieri, emozioni e decisioni quotidiane. Il vero confine è rappresentato dall’elasticità. Quando una persona non riesce più a uscire dai propri schemi alimentari e perde la serenità nei confronti del cibo, è opportuno interrogarsi sulla natura di quel comportamento.
Perché l’ortoressia è così frequente negli sport di endurance come la corsa, il ciclismo o il triathlon?
Negli sport di endurance come corsa, ciclismo e triathlon il rischio di sviluppare comportamenti alimentari rigidi è particolarmente elevato. Il motivo principale è legato al rapporto tra peso corporeo e prestazione. Chi pratica queste discipline sa che, almeno entro certi limiti, un peso inferiore può tradursi in una maggiore efficienza e in una migliore performance. Da qui nasce spesso una continua ricerca dell’ottimizzazione.
L’atleta di endurance è naturalmente portato a monitorare ogni aspetto della propria attività. Controlla i chilometri percorsi, i watt prodotti, la frequenza cardiaca, la qualità del sonno e i tempi di recupero. In questo contesto diventa quasi naturale estendere lo stesso approccio all’alimentazione. Il problema nasce quando il controllo smette di essere uno strumento utile e diventa un fine in sé, trasformandosi in una fonte di stress costante.
Alcune scelte apparentemente salutari possano talvolta nascondere motivazioni più profonde. Quando un atleta decide improvvisamente di eliminare il glutine senza essere celiaco o di adottare una dieta vegetariana senza una reale convinzione etica, è importante comprendere se quella scelta rappresenti un percorso consapevole oppure un modo per restringere ulteriormente la propria alimentazione.
Performance, peso corporeo e composizione fisica: un equilibrio spesso sottovalutato
Nel mondo dell’endurance la ricerca della performance porta spesso a sottovalutare l’importanza dei periodi di recupero. Molti atleti mantengono lo stesso peso corporeo per tutto l’anno, senza distinguere tra stagione agonistica e fase di ricostruzione.
Questa è una delle criticità più diffuse. Durante il periodo lontano dalle competizioni sarebbe opportuno aumentare l’introito calorico, favorire il recupero muscolare, migliorare la forza e consentire al sistema immunitario e scheletrico di rigenerarsi. Restare costantemente in una condizione di restrizione energetica può compromettere la capacità del corpo di adattarsi agli allenamenti e di migliorare nel lungo periodo.
Molti atleti, paradossalmente, potrebbero ottenere risultati migliori mangiando di più. L’organismo ha bisogno di energia per costruire muscolo, recuperare dagli allenamenti e mantenere efficienti tutti i sistemi fisiologici coinvolti nella prestazione sportiva.
Quando una buona alimentazione diventa un problema?
Il passaggio da un comportamento sano a uno problematico può essere graduale e spesso difficile da riconoscere. Un primo segnale emerge quando la persona rinuncia sistematicamente a occasioni sociali per paura di sgarrare. Un altro campanello d’allarme compare quando ogni pasto libero viene vissuto con senso di colpa o quando si sviluppa la necessità di compensare le calorie ingerite attraverso ulteriore attività fisica.
Anche l’eliminazione di alimenti senza una diagnosi medica o senza motivazioni etiche solide può rappresentare un elemento da monitorare. Lo stesso vale per chi conta ossessivamente calorie e macronutrienti durante tutto l’anno, senza concedersi periodi di maggiore flessibilità.
La differenza tra disciplina e disturbo alimentare risiede proprio nella capacità di adattarsi alle situazioni. Essere rigorosi in vista di un obiettivo importante può avere senso. Mantenere lo stesso livello di rigidità ogni giorno dell’anno, invece, rischia di trasformarsi in un problema.
I rischi di un’alimentazione troppo restrittiva
Per molti anni si è parlato della cosiddetta Triade dell’Atleta Femmina, una condizione caratterizzata da ridotta disponibilità energetica, alterazioni del ciclo mestruale e diminuzione della densità ossea. Oggi il concetto è stato ampliato nella sindrome RED-S, acronimo di Relative Energy Deficiency in Sport, che coinvolge sia uomini sia donne.
Le conseguenze possono essere molto serie. Una disponibilità energetica insufficiente aumenta il rischio di fratture da stress, edemi ossei, infortuni muscolari e articolari, rallentamento del recupero e indebolimento del sistema immunitario. Quando l’organismo non riceve abbastanza carboidrati è costretto a produrre energia attraverso la gluconeogenesi, un processo che utilizza gli aminoacidi provenienti dalla massa muscolare. In altre parole, il corpo finisce per consumare i propri muscoli per sopperire alla carenza energetica.
Nel lungo periodo questo fenomeno può ridurre la capacità di recupero, compromettere la salute delle ossa e favorire una serie di problematiche che spesso emergono dopo anni di allenamento intenso e alimentazione insufficiente.
Il mito del “più magro vai, più forte vai”
Una delle convinzioni più diffuse nel mondo endurance è che la perdita di peso corrisponda automaticamente a un miglioramento della performance. In realtà esiste un limite oltre il quale il dimagrimento diventa controproducente.
Quando la riduzione del peso comporta una perdita significativa di massa muscolare, il motore dell’atleta si indebolisce. Diminuiscono la forza, la potenza e la capacità di recupero. Inoltre possono verificarsi alterazioni ormonali importanti. Nelle donne, per esempio, una drastica riduzione della massa grassa può portare alla scomparsa del ciclo mestruale, un segnale che non dovrebbe mai essere sottovalutato. Negli uomini gli effetti risultano meno evidenti, ma possono manifestarsi attraverso calo dell’umore, maggiore irritabilità, affaticamento cronico e riduzione della performance.
Il vero obiettivo non deve essere diventare il più magri possibile, ma trovare il miglior rapporto tra peso, salute e capacità di esprimere prestazione.
Social media e falsa cultura della perfezione
I social network hanno amplificato enormemente il fenomeno. Ogni giorno migliaia di persone osservano cosa mangiano influencer, runner e ciclisti professionisti, finendo spesso per assumere quei comportamenti come modelli assoluti.
Il problema è che online viene mostrata quasi sempre una versione idealizzata della realtà. Si vedono pasti perfetti, fisici scolpiti e routine apparentemente impeccabili, mentre raramente vengono raccontati i momenti di normalità. Molti ragazzi finiscono per credere che per andare forte sia necessario mangiare esclusivamente pollo, riso e insalata, quando la realtà dell’alimentazione sportiva è molto più complessa.
Entrano inoltre in gioco diversi meccanismi psicologici. L’effetto “alone” porta ad attribuire maggiore credibilità a chi possiede un fisico atletico. Il bias di conferma spinge invece le persone a cercare contenuti che rafforzino convinzioni già esistenti. A tutto questo si aggiunge la tendenza a semplificare eccessivamente la nutrizione attraverso messaggi facili da comprendere ma spesso privi di basi scientifiche solide.
Chi comunica online, infatti, spesso non si rende conto dell’impatto reale che può avere sul proprio pubblico. Un allenamento estremo, un digiuno prolungato o una dieta particolarmente restrittiva possono essere presentati come esperienze personali o strategie adottate in contesti specifici, ma rischiano di essere percepiti come modelli universali da seguire. La visibilità, l’autorevolezza percepita e il fascino di un fisico atletico amplificano il messaggio ben oltre le intenzioni di chi lo trasmette.
Dall’altra parte dello schermo ci sono spesso adolescenti o giovani sportivi che stanno costruendo la propria identità e il proprio rapporto con il corpo. In assenza di adeguate conoscenze, possono interpretare quei comportamenti come sinonimo di disciplina, successo o salute, senza riuscire a distinguere tra pratiche sostenibili e atteggiamenti potenzialmente dannosi. Il rischio è che si diffonda l’idea che per migliorare la performance o raggiungere un determinato aspetto fisico sia necessario adottare strategie estreme, quando nella realtà i risultati duraturi si costruiscono attraverso equilibrio, gradualità e consapevolezza.
Per questo motivo chi parla di alimentazione e allenamento dovrebbe essere consapevole della responsabilità che accompagna la propria esposizione mediatica. Mostrare soltanto la parte più rigida del percorso rischia infatti di trasmettere una visione distorta della salute e dello sport, soprattutto a chi è ancora troppo giovane per riconoscere la differenza tra dedizione e ossessione.
Quando chiedere aiuto a un professionista
Il momento giusto per chiedere aiuto a un nutrizionista arriva quando il rapporto con il cibo inizia a compromettere la qualità della vita. Ricordo una frase pronunciata da una psicologa che sintetizza perfettamente il concetto: se il problema è come un cagnolino, significa che si riesce ancora a gestirlo; se invece è diventato un mostro impossibile da controllare, è il momento di rivolgersi a uno specialista.
Nella maggior parte dei casi la richiesta di aiuto non parte direttamente dalla persona coinvolta, perché la capacità di valutare obiettivamente la situazione tende progressivamente a ridursi. Spesso sono familiari, allenatori o amici a notare per primi i cambiamenti comportamentali e a suggerire un supporto professionale.
Il ruolo di allenatori, genitori e compagni di squadra
Allenatori, genitori e compagni possono svolgere un ruolo fondamentale nell’individuare precocemente i segnali di disagio. L’allenatore può osservare l’andamento del peso corporeo e della performance, mentre i genitori hanno la possibilità di monitorare il comportamento a tavola e il rapporto quotidiano con il cibo.
Tra i coetanei la situazione è più complessa, perché i giovani tendono a mostrare raramente le proprie fragilità all’interno del gruppo. Tuttavia proprio gli amici più stretti possono rappresentare una risorsa preziosa, soprattutto quando hanno il coraggio di segnalare comportamenti potenzialmente dannosi.
Il messaggio più importante per i giovani atleti
Il messaggio più importante che possiamo lasciare, soprattutto ai giovani che praticano sport di endurance, è che la ricerca della performance non dovrebbe mai trasformarsi in una rincorsa ossessiva alla perfezione. Non esiste una dieta miracolosa, così come non esiste un singolo alimento, un integratore o una strategia nutrizionale capace di garantire risultati straordinari a chiunque. L’obiettivo reale dovrebbe essere quello di trovare un equilibrio sostenibile nel tempo, capace di migliorare la prestazione senza compromettere il benessere fisico e mentale.
Oggi i ragazzi sono continuamente esposti a modelli che promettono scorciatoie, trasformazioni rapide o regole apparentemente semplici da seguire. Sui social network è facile imbattersi in atleti e influencer che mostrano alimentazioni rigidissime, allenamenti estremi e fisici apparentemente perfetti, ma è fondamentale ricordare che dietro ogni persona esiste una storia diversa, una genetica diversa e una risposta fisiologica unica. Ciò che funziona per qualcuno potrebbe non essere adatto, né tantomeno salutare, per un’altra persona.
La crescita sportiva richiede certamente disciplina, costanza e impegno, ma anche la capacità di ascoltare il proprio corpo, concedersi momenti di flessibilità e vivere serenamente la socialità. Una cena con gli amici, una pizza dopo una gara o un pasto fuori programma non compromettono anni di allenamento, mentre un rapporto conflittuale con il cibo può avere conseguenze molto più profonde e durature.
La vera maturità sportiva non consiste nel controllare ogni grammo di cibo o nel vivere costantemente a dieta, ma nel costruire abitudini sane che permettano di allenarsi, migliorare e allo stesso tempo godersi la vita. La performance è importante, ma la salute deve sempre rimanere la priorità assoluta. Perché un atleta può continuare a migliorare solo se il suo corpo e la sua mente stanno bene.
Link → L’ortoressia nervosa tra attenzione per la qualità dell’alimentazione e disturbi alimentari: criteri diagnostici e strumenti di valutazione

