Le esperienze più autentiche e significative spesso nascono quando meno ce lo aspettiamo. Non vengono programmate, non si trovano in agenda e, proprio per questo, riescono a lasciare un segno ancora più profondo. Possono nascere da una coincidenza, da una necessità improvvisa o da una proposta accettata quasi d’istinto. È esattamente quello che è accaduto a Massimo Rapetti, nutrizionista di The Running Club e di Obiettivo 3, che si è ritrovato a vivere un’esperienza destinata a cambiare il suo modo di vedere la corsa e il rapporto con gli altri.
Tutto è iniziato in occasione della staffetta della Milano Marathon. Durante la fase di organizzazione delle squadre di The Running Club e Obiettivo 3, è emersa la necessità di trovare una guida per Ilaria Brugnoli, classe 1987, fresca Campionessa Italiana di Paratriathlon e atleta paralimpica non vedente dal curriculum straordinario, con esperienze di alto livello nel triathlon, nel ciclismo e nel trail running. Un ruolo delicato, che richiede fiducia, sensibilità e grande capacità di adattamento.
La proposta è arrivata a Massimo quasi all’improvviso. Pur non avendo mai svolto il ruolo di guida, ha accettato senza esitazioni, spinto dalla curiosità e dalla voglia di mettersi in gioco. Quella che avrebbe dovuto essere una semplice esperienza condivisa lungo i chilometri della maratona si è trasformata ben presto in qualcosa di molto più profondo: un percorso fatto di fiducia reciproca, comunicazione e scoperta, capace di aprire nuove prospettive sia nello sport sia nella vita.

È stato proprio in quel momento, sulla linea di partenza di una staffetta, che è iniziata una storia destinata a proseguire ben oltre il traguardo.
Intervista a Massimo Rapetti, guida per un giorno
Massimo, come è nata l’idea di diventare guida di Ilaria?
“È successo davvero in maniera spontanea. Durante la preparazione della staffetta della Milano Marathon ci siamo resi conto che mancava una guida per Ilaria. Lei è un’atleta straordinaria, con esperienze nella nazionale di triathlon, nel ciclismo e nel trail running. Quando mi hanno chiesto se fossi disponibile ad accompagnarla, ho accettato praticamente subito. Devo ammettere che non avevo mai svolto il ruolo di guida prima di allora. Da una parte ero incuriosito, dall’altra provavo un po’ di timore. È una responsabilità importante: quando accompagni una persona non vedente devi diventare i suoi occhi e garantire la sua sicurezza. Tuttavia, conoscevo già Ilaria e sapevo quanto fosse preparata e determinata. Può sembrare un paradosso, ma in quel momento mi sono affidato alla sua esperienza quasi quanto lei avrebbe dovuto affidarsi a me”.
Come vi siete preparati prima della partenza?
“Abbiamo avuto poco tempo a disposizione. Prima della gara abbiamo fatto alcune prove nella zona cambio per trovare il giusto feeling. Nelle competizioni su strada Ilaria corre utilizzando un cordino fissato alla vita, che la guida tiene in mano durante la corsa. È un sistema semplice ma molto efficace, perché consente di percepire immediatamente i movimenti e le variazioni di direzione. Abbiamo corso qualche minuto insieme e, sorprendentemente, ci siamo trovati subito in sintonia. Ancora oggi faccio fatica a spiegare esattamente come sia successo. Credo che atleti come Ilaria sviluppino una sensibilità straordinaria verso tutto ciò che li circonda. Riescono a percepire dettagli che spesso chi vede dà per scontati. La sua capacità di muoversi con precisione e naturalezza mi ha colpito fin dai primi metri”.

Quali sono state le maggiori difficoltà durante la staffetta della Milano Marathon?
“La corsa è andata molto bene e siamo riusciti a mantenere un ritmo sostenuto per tutta la frazione. Le difficoltà principali non erano legate alla velocità, ma piuttosto all’ambiente circostante. In una manifestazione come la Milano Marathon ci sono tantissime persone lungo il percorso. Bisognava continuamente evitare ostacoli, cambiare traiettoria e prestare attenzione ai cordoli dei marciapiedi. Ricordo un episodio che ancora oggi mi fa sorridere. Nei pressi dei ristori cercavo di descrivere velocemente la situazione a Ilaria e continuavo a ripetere parole come “confusione” e “bicchieri”. Era il mio modo per comunicarle che stavamo entrando in una zona molto affollata, con tanti bicchieri sparsi a terra e persone che rallentavano improvvisamente. Probabilmente avremmo dovuto concordare in anticipo una serie di comandi più precisi, ma avevamo avuto pochissimo tempo per prepararci. In fondo ci eravamo incontrati soltanto poche ore prima della gara e stavamo costruendo il nostro linguaggio mentre correvamo”.
Come si sviluppa la sintonia tra guida e atleta?
“È una domanda interessante perché, almeno nel nostro caso, è stata una cosa molto naturale. Durante la staffetta ci siamo ritrovati a correre quasi come una persona sola. Nei tratti più affollati procedevamo in fila indiana per occupare meno spazio e riuscire a passare tra gli altri partecipanti. A volte dovevamo fare continui cambi di direzione, veri e propri zig zag tra i corridori. Nonostante questo, tutto avveniva in modo fluido. La fiducia reciproca cresceva metro dopo metro. Quando abbiamo tagliato il traguardo eravamo entrambi molto soddisfatti. Non si trattava soltanto di aver completato una frazione di gara. Avevamo condiviso un’esperienza intensa e avevamo scoperto che riuscivamo a lavorare bene insieme”.
Da una staffetta su strada avete deciso di passare al trail running. Come è nata questa idea?
“È nata quasi immediatamente dopo la gara. Finita la staffetta ci siamo detti: “Perché non proviamo anche in montagna?”. Entrambi amiamo il trail running e ci sembrava naturale verificare se quella sintonia trovata sull’asfalto potesse funzionare anche sui sentieri. Così abbiamo organizzato una prima uscita insieme. Per iniziare abbiamo scelto un percorso relativamente semplice sui colli piacentini. Con noi c’era anche Stefano, un amico di Ilaria, che ci ha accompagnato e supportato lungo tutto il tragitto”.

Quanto cambia il ruolo della guida quando si passa dalla strada al trail?
“Cambia completamente. Se nella corsa su strada le informazioni da fornire sono relativamente limitate, nel trail la complessità aumenta in modo esponenziale. Anche il sistema di collegamento è diverso. Durante l’uscita il cordino era fissato non soltanto a Ilaria, ma anche alla mia vita. In questo modo si mantiene sempre una leggera tensione che permette a entrambi di percepire meglio i movimenti dell’altro. Il trail richiede una comunicazione continua. Non basta dire “destra” o “sinistra”. Bisogna leggere il terreno in anticipo, interpretarlo e tradurlo in informazioni chiare e immediate. Occorre osservare dove si metteranno i piedi nei secondi successivi, ma anche controllare ciò che si trova più in alto: rami, piante, rocce sporgenti o qualsiasi altro elemento che potrebbe rappresentare un ostacolo”.
Quali strategie avete utilizzato per comunicare lungo il percorso?
“Con il passare dei chilometri abbiamo costruito una sorta di linguaggio condiviso. Per esempio, utilizzavo il termine “step” per indicare gradini o salti verso l’alto e “drop” per segnalare dislivelli verso il basso. Cercavo anche di quantificare l’altezza, fornendo un’indicazione approssimativa in centimetri. Questo permetteva a Ilaria di prepararsi mentalmente e fisicamente all’ostacolo successivo. Va detto che lei possiede un’agilità fuori dal comune. Riesce a superare piccoli ostacoli con grande naturalezza e questo facilita enormemente il lavoro della guida. In molti tratti era evidente la sua esperienza sui sentieri e la sua capacità di adattarsi rapidamente alle situazioni”.
Qual è stata la parte più difficile da gestire?
“Senza dubbio descrivere i terreni più tecnici. Immaginiamo una vecchia mulattiera di montagna. Magari ci sono più tracce percorribili contemporaneamente. Alcune sono fangose, altre presentano pietre affioranti. In certi punti si trovano solchi scavati dal passaggio di mezzi agricoli, mentre in altri il terreno è inclinato lateralmente. Tutto questo deve essere comunicato in pochi secondi, mentre si continua a correre. La difficoltà non sta soltanto nell’osservare il terreno, ma anche nel sintetizzare le informazioni in modo efficace. Bisogna scegliere quali dettagli sono realmente utili e trasmetterli rapidamente. È un esercizio mentale molto impegnativo che richiede concentrazione costante”.

E le discese?
“La discesa rappresenta probabilmente il momento più complesso dell’intera esperienza. Quando si corre in montagna normalmente si può improvvisare un appoggio, correggere una traiettoria all’ultimo istante o recuperare un piccolo errore con la vista. In questo caso tutto deve essere anticipato. Nelle discese più tecniche adottavamo una strategia diversa: io procedevamo davanti e Ilaria mi seguiva mantenendo la tensione sul cordino. Nei tratti più semplici, invece, riuscivamo a correre normalmente senza particolari problemi. La regola fondamentale è evitare qualsiasi movimento brusco. Se la guida commette un errore, il rischio è che cadano entrambe le persone. Per questo motivo la prudenza e la comunicazione diventano elementi essenziali”.
Cosa non ti dimenticherai mai di questa esperienza?
“Uno degli aspetti più belli di questa esperienza è stato proprio il dialogo continuo che si è creato lungo il percorso. Non parlavamo soltanto di ostacoli o direzioni. A volte descrivevo il paesaggio circostante, i colori dei prati, la forma delle colline o la luce della giornata. Ricordo un episodio che mi ha fatto sorridere. A un certo punto le stavo raccontando quanto fosse intenso il verde dei prati che stavamo attraversando. Lei, con la simpatia tipica dei romagnoli, mi ha risposto immediatamente: “Ah, verde Windows!”. È stata una battuta semplice, ma racchiude perfettamente lo spirito con cui abbiamo affrontato la giornata. Anche nelle situazioni più impegnative c’era sempre spazio per sorridere”.
Come si è conclusa questa prima esperienza sui sentieri?
“Direi nel migliore dei modi. Alla fine della giornata avevamo percorso circa 15 chilometri con 700 metri di dislivello positivo. Considerando che era la nostra prima uscita insieme in ambiente trail, il bilancio è stato decisamente positivo. C’era anche un altro fattore da considerare: il caldo. La giornata era particolarmente afosa e, come spesso accade, Ilaria era partita con un ritmo molto sostenuto. In salita è davvero fortissima e nei primi chilometri mi ha immediatamente portato su frequenze cardiache decisamente elevate. Ma correre in coppia significa adattarsi reciprocamente. Non è soltanto la persona guidata a fidarsi della guida, ma anche la guida deve imparare a comprendere e seguire le caratteristiche dell’atleta che accompagna. Al termine dell’uscita ci siamo promessi di organizzare presto una nuova avventura, magari in quota, dove le temperature siano più favorevoli e dove poter esplorare sentieri ancora più affascinanti”.

Che cosa ti ha lasciato, dal punto di vista umano, questa esperienza?
“Mi ha lasciato molto più di quanto immaginassi. Spesso quando si parla di sport inclusivo si tende a concentrarsi sui risultati, sulle medaglie o sulle prestazioni. Sono aspetti importanti, naturalmente, ma non rappresentano l’essenza di esperienze come questa. Accompagnare una persona non vedente lungo un sentiero di montagna significa offrirle la possibilità di vivere la natura in libertà, di percepire l’ambiente attraverso il movimento e di condividere emozioni autentiche. Allo stesso tempo significa imparare a osservare il mondo con maggiore attenzione. Quando devi descrivere un sentiero, un bosco o un panorama a qualcuno che non può vederli, ti accorgi di quanti dettagli normalmente sfuggano alla tua percezione. È un esercizio di ascolto, empatia e presenza che arricchisce profondamente anche chi svolge il ruolo di guida”.
Quale messaggio vorresti lasciare a chi ci legge?
“Se vi capita l’occasione di accompagnare un atleta con disabilità visiva, accettatela. Non serve essere professionisti o avere competenze straordinarie. Serve disponibilità, voglia di imparare e desiderio di condividere un’esperienza. Potreste offrire a una persona la possibilità di correre, esplorare la natura e vivere momenti di libertà che per molti di noi sono scontati. In cambio riceverete molto più di quanto possiate immaginare. Le medaglie fanno piacere a tutti, è vero. Ma ci sono esperienze che valgono molto di più di qualsiasi podio. Correre accanto a qualcuno, costruire fiducia passo dopo passo e scoprire insieme nuovi sentieri è una di quelle”.

