Quando Mustapha ha iniziato a correre, era ancora in carcere. È lì che ha avuto per la prima volta la possibilità non solo di allenarsi, ma di sognare: sognare di correre, di resistere, di arrivare un giorno a tagliare il traguardo di una maratona. E la Maratona di Milano 2026 ha rappresentato per lui il simbolo di una nuova direzione, di un percorso che dal buio porta alla luce, dalla fatica alla libertà. Tagliare il traguardo in piazza Duomo ha significato trasformare una storia di cadute in una storia di ripartenza, di rinascita costruita passo dopo passo. Proprio come una maratona.
In questa intervista, Mustapha Mansouri racconta cosa ha significato correre per la prima volta 42 chilometri dopo essersi allenato per mesi in un cortile di 20 metri per 5. E, soprattutto, cosa vuol dire arrivare fino in fondo. Una maratona che ha il sapore di una conquista che va ben oltre il cronometro. A raccontarla è lui stesso, con la semplicità di un ragazzo che ha solo aperto la porta ed è uscito a correre.
Intervista a Mustapha Mansouri
Ciao Mustapha. Allora, come ti senti dopo aver corso la tua prima maratona?
“Quando sono arrivato al traguardo sentivo dolore in tutte le gambe. Quarantadue chilometri sono lunghissimi, sembra non finiscano mai. Il dolore c’è, è vero, ma quando arrivi e trovi le persone che ti aspettano dimentichi tutto quello che hai passato. Rimane solo un po’ di stanchezza, poi passa anche quella. E ti resta solo la gioia”.
Cosa significa per te aver corso questa maratona?
“Per me non è stata solo una maratona. È stata qualcosa di personale che va oltre la corsa. Un salto dal nulla a una vita nuova. Una battaglia contro tutto il tempo passato al chiuso, le paure, le difficoltà e contro tutte le sofferenze che ho vissuto prima di arrivare qui. Il significato di questa maratona, per me, è soprattutto libertà. In quel momento ho sentito chiaramente che stavo migliorando la mia vita, che stavo cambiando direzione e che questo traguardo era solo l’inizio di qualcosa di più grande”.
Come ti sei sentito la mattina della maratona prima del via?
“Ero in mezzo a tantissima gente che non conoscevo: persone che si preparavano a correre, famiglie che festeggiavano, amici che si incoraggiavano prima della partenza. Intorno a me c’era tanto rumore, parole, musica, emozione, ma dentro sentivo un silenzio profondo. Era come se fossi solo con me stesso. Continuavo a farmi sempre la stessa domanda: “Ma davvero ce la faccio? Riuscirò a finirla tutta?”. Il dubbio tornava più volte e non ero affatto sicuro di riuscirci. Poi, proprio in quel momento, ho deciso di fidarmi di me stesso. Ho chiuso gli occhi, ho respirato a fondo e mi sono detto che dovevo farla, per me, per la mia libertà e per la mia famiglia. Lì ho trovato la forza di partire e di crederci davvero.”
A cosa hai pensato durante la maratona?
“Ho avuto tantissimi pensieri durante la maratona, ma uno tornava sempre più forte degli altri: devo farla tutta, non devo mollare. Dovevo arrivare fino in fondo con tutto il mio orgoglio, senza cercare scuse. Pensavo a me stesso, al percorso che avevo fatto per arrivare fin lì, alla mia famiglia che mi dava forza anche da lontano. Ma pensavo anche a tutte quelle persone che hanno un sogno e hanno paura di inseguirlo. Se sogni qualcosa non devi lasciarla andare, devi arrivare fino alla fine, qualunque cosa succeda”.

Qual è stato il momento più bello della gara?
“Il primo momento veramente bello è arrivato dopo i primi cinque chilometri. È lì che capisci che il corpo smette di ingannarti con quei fastidi iniziali che sembrano volerti far fermare. Poi c’è stato un episodio che non dimenticherò mai e che per me rappresenta lo spirito della maratona: avevo finito il gel e chiedevo a chi correva vicino a me dove potessi prenderne un altro. Nessuno lo sapeva, tutti rispondevano di no, finché un runner accanto a me ha tirato fuori il suo e me l’ha dato. Me l’ha regalato senza pensarci due volte. In quel momento ho sentito una cosa fortissima: non stavamo correndo da soli, stavamo correndo tutti insieme, come una grande famiglia”.
E il momento più duro?
Il momento più duro è arrivato dopo il trentacinquesimo chilometro. Credo che tutti i maratoneti lo sappiano: è lì che il corpo presenta il conto finale. Le gambe sembrano non appartenerti più, le ginocchia fanno male a ogni passo e la fatica diventa pesantissima. Il corpo si fermerebbe volentieri, ma la testa no, la testa continua ad andare avanti. Quello è il muro, il punto in cui molti si arrendono. Il mio muro era proprio al chilometro 35. Lì ho sentito tutta la sofferenza insieme, ma non mi sono fermato. Ho guardato avanti, ho stretto i denti e l’ho superato, sapendo di aver vinto la battaglia più difficile: quella contro me stesso”.
Cosa hai pensato all’ultimo chilometro?
“È stato il momento più bello di tutta la maratona. In quell’ultimo chilometro ti dimentichi davvero tutto: la sofferenza, la fatica, il dolore alle gambe. Sparisce ogni pensiero negativo e rimane solo una cosa davanti agli occhi: il traguardo. Ho spinto con tutta l’energia che mi era rimasta e che avevo tenuto nascosta fino a quel momento, dando tutto senza risparmiarmi. In quei metri finali mi sentivo felicissimo, pieno di emozione. Onestamente non pensavo di riuscire a superare tutto quello che avevo passato durante la gara. Invece ce l’ho fatta, sono arrivato fino in fondo”.
Hai mai pensato di non farcela?
“Sì, tantissime volte. Anche prima di partire. Me lo chiedevo continuamente. Poi però guardavo le persone intorno a me, uomini e donne che correvano accanto a me con la stessa determinazione, e mi dicevo: “Perché loro sì e io no?”. In quel momento qualcosa è cambiato. Ho trovato il coraggio di andare avanti, passo dopo passo, senza più ascoltare la paura”.
Ti sei sempre allenato con un paio di scarpe da running di Zara. Com’è stato correre con le nuove Novablast che ti ha dato Asics?
“In realtà non ho corso con le scarpe nuove, ma con quelle vecchie. Ho preferito andare sul sicuro, perché avevo paura di usare scarpe nuove ancora troppo rigide. Temevo che potessero farmi male durante la gara o, peggio ancora, che la testa iniziasse a pensare troppo e mi tradisse nei momenti di difficoltà. Per questo ho scelto le scarpe che conoscevo meglio, quelle con cui mi sentivo più sicuro. Le scarpe nuove le userò per allenarmi, con calma, mentre per una gara così importante ho preferito affidarmi a ciò che mi dava più fiducia”.
Pensavi di riuscire a correre in quattro ore?
“All’inizio pensavo peggio, pensavo davvero di andare ben oltre le quattro ore (4h02’58” il risultato ufficiale, nda). Mi allenavo da poco, avevo fatto al massimo solo una mezza maratona in poco più di due ore, sapevo che il corpo non era ancora completamente pronto per una distanza così lunga e questa cosa mi faceva paura. Non avevo certezze, avevo solo la voglia di provarci. Poi però, chilometro dopo chilometro, ho iniziato a sentirmi meglio e a capire che potevo spingere un po’ di più. Ho alzato leggermente il ritmo, senza forzare, ascoltando me stesso. Alla fine ce l’ho fatta e per me è stata una soddisfazione enorme. Sono contentissimo di questo risultato. E alla prossima maratona ci sarò ancora, senza pensarci due volte”.

Adesso che sei un maratoneta, cosa sogni?
“Il mio sogno adesso sta crescendo, giorno dopo giorno. Non è più solo l’idea di aver finito una maratona, ma il desiderio di migliorarmi ancora, di fare di più e di andare oltre quello che pensavo fosse possibile per me. Ho scoperto che questo sport è bellissimo perché ti mette davanti al tuo corpo e alla fatica senza filtri, ti costringe a fare i conti con i tuoi limiti e, allo stesso tempo, ti insegna che puoi superarli. Durante la corsa impari a conoscerti davvero, a capire fino a dove puoi spingerti, anche quando pensi di non farcela. Proprio per questo ora ho cominciato ad amare davvero la corsa”.
Hai già voglia di rimetterti in gioco?
“Sì, subito. Voglio allenarmi meglio, trovare il tempo giusto da dedicare alla corsa e migliorarmi. Questo risultato è qualcosa di personale, una vittoria mia, ma non voglio che resti solo mia. Voglio fare qualcosa di più, voglio dimostrare che si può fare, anche per chi non riesce a causa di una malattia, per chi pensa di non essere capace o non crede abbastanza in se stesso. Se posso essere un esempio, anche solo per una persona, allora tutto questo avrà ancora più valore”.
A chi vorresti dedicare questo risultato?
“Prima di tutto questa maratona la dedico alla mia famiglia. È da undici anni che non torno in Marocco e, anche se siamo lontani, loro sono sempre nel mio cuore e nei miei pensieri. Poi voglio dedicare questo risultato a tutte le persone che mi hanno aiutato lungo il mio percorso e che mi hanno fatto scoprire questo sport meraviglioso. Senza il loro supporto, senza quella fiducia e quella presenza, non sarei mai arrivato fin qui”.

