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La vera rivoluzione (economica) degli Enhanced Games

Agli Enhanced Games la vera rivoluzione non è il doping ma il montepremi: milioni di dollari per gare e record, un’attrazione irresistibile per tanti atleti.
Dario MarchiniBy Dario Marchini28 Maggio 2026
Il vincitore della gara dei 100 metri Fred Kerley (immagine AI)
Il vincitore della gara dei 100 metri Fred Kerley (immagine AI)

Degli Enhanced Games si è già detto molto, forse tutto o forse no: il dibattito si è concentrato soprattutto sul clamore mediatico e sul tema più controverso, quello del libero utilizzo di sostanze dopanti. Si è parlato di provocazione, di esperimento estremo, di spettacolo costruito più sulla narrazione che sui risultati. E in effetti, guardando alle prestazioni, non si è visto nulla di realmente rivoluzionario. In alcune discipline, come la corsa, a vincere sono stati addirittura atleti “dichiaratamente puliti”, segno che il tanto annunciato salto prestazionale non si è materializzato in modo evidente. Alla fine, al netto delle dichiarazioni roboanti che hanno accompagnato l’evento, è rimasta la sensazione di un esperimento più mediatico che sportivo, meno dirompente nei fatti di quanto si fosse immaginato.

Eppure, sotto la superficie di un evento divisivo e discusso, si muove qualcosa di molto più profondo. Una rivoluzione silenziosa, ma potenzialmente dirompente, che non riguarda tanto il modo di gareggiare quanto il modo di retribuire gli atleti. È qui che gli Enhanced Games hanno aperto una crepa nel sistema tradizionale, rilanciando con forza un tema spesso ignorato: il valore economico della performance sportiva.

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Enhanced Games, la rivoluzione passa dai soldi

C’è una frase di Kristian Gkolomeev che, più di ogni analisi, riesce a spiegare il senso di questa operazione. “Per ottenere questi soldi avrei avuto bisogno di cinque o sei carriere”. Non è una provocazione, non è una frase costruita per fare rumore: è una constatazione lucida. Il nuotatore greco ha fermato il cronometro nei 50 metri stile libero a 20″81, andando oltre il precedente limite mondiale. Un risultato che, pur non avendo alcun valore ufficiale, gli ha garantito un bonus da un milione di dollari, a cui si è aggiunto il premio per la vittoria. In quelle parole c’è tutto: il confronto implicito tra il sistema olimpico e una nuova economia dello sport, più diretta, più spietata, ma anche infinitamente più remunerativa.

Dietro il fascino eterno delle medaglie, dietro il sogno olimpico che accompagna ogni atleta fin da bambino, resta una domanda concreta: quanto guadagna davvero uno sportivo di alto livello? È una questione scomoda, che gli Enhanced Games hanno deciso di mettere al centro senza paura.

Si può discutere di etica, di salute, di limiti e di futuro. Ma alla fine, ciò che ha convinto tanti atleti – anche con un passato olimpico – è un fattore semplice e tangibile: il denaro. In questo nuovo format, sono stati messi in palio circa 25 milioni di dollari complessivi. Ogni gara ha avuto un valore enorme, con premi in grado di cambiare una carriera in poche ore. E poi i bonus, quelli che fanno la differenza: un milione di dollari per ogni record mondiale abbattuto.

Sono cifre che cambiano radicalmente la prospettiva. Non si tratta più di inseguire la gloria per anni sperando in un ritorno economico incerto. Qui il guadagno è immediato, tangibile, quasi brutale nella sua efficacia. Gkolomeev lo ha dimostrato concretamente, accumulando in una sola manifestazione guadagni che nello sport tradizionale avrebbe potuto soltanto immaginare. E allora la scelta, per molti, diventa quasi inevitabile: accettare di uscire dal sistema olimpico, con tutte le sue regole e i suoi limiti, per entrare in un circuito che garantisce compensi mai visti.

Olimpiadi vs Enhanced Games: un confronto economico impietoso

Il paragone con i Giochi olimpici è inevitabile, e per certi versi persino imbarazzante. Vincere un oro olimpico resta il sogno di una vita, il punto più alto di una carriera. Ma se ci si sposta sul piano economico, il confronto non regge. Negli Stati Uniti, una medaglia d’oro viene premiata con circa 35mila dollari. In Italia si arriva a cifre più generose, fino a 180mila euro, ma si tratta comunque di un’eccezione nel panorama globale.

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Per la maggior parte degli atleti, la realtà è ben diversa. Anni di allenamenti, sacrifici quotidiani, rinunce personali e professionali, spesso non garantiscono una stabilità economica. Gli sponsor possono fare la differenza, certo, ma non sono una certezza per tutti. Molti sportivi, anche di alto livello, sono costretti a convivere con l’incertezza, a pianificare il futuro senza avere vere garanzie.

Negli Enhanced Games, al contrario, le regole cambiano completamente. Non serve costruire una carriera lunga e costellata di successi per ottenere un ritorno economico importante. Può bastare una sola gara, una sola prestazione, per assicurarsi guadagni che nello sport tradizionale restano fuori portata. E c’è un altro elemento che merita attenzione: anche chi non vince viene comunque pagato. È un dettaglio che modifica profondamente il significato stesso della partecipazione, rendendola meno rischiosa e, paradossalmente, più sostenibile dal punto di vista economico.

Premi milionari e nuova cultura della performance

Gli Enhanced Games si sono proposti come un laboratorio globale, un punto di incontro tra sport, scienza e business, dove la performance non è più soltanto il frutto dell’allenamento ma diventa il risultato di un sistema complesso, alimentato anche dalla tecnologia e dalla sperimentazione.

In questo contesto, il denaro assume un ruolo centrale. Non è più soltanto una ricompensa per il successo, ma diventa un motore, uno stimolo alla ricerca del limite estremo. Più che premiare una prestazione, si incentiva un approccio: quello della massimizzazione delle capacità, a qualsiasi costo.

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Ed è proprio qui che si apre il fronte più delicato. Secondo i critici, questo modello rischia di trasformare gli atleti in strumenti, in “cavie” ben remunerate all’interno di un sistema che finisce per normalizzare pratiche fino a oggi considerate illecite. Altri, invece, leggono questa evoluzione in maniera opposta, come una presa di coscienza: il doping, sostengono, esiste già, ma viene nascosto. Gli Enhanced Games lo portano semplicemente alla luce, eliminando l’ipocrisia. Al di là delle posizioni, una cosa appare evidente: mai, prima d’ora, il denaro aveva avuto un peso così esplicito nel determinare scelte, orientare carriere e influenzare i valori dello sport.

Un modello che può cambiare gli equilibri

La vera domanda, a questo punto, è: questo modello può influenzare lo sport tradizionale? La risposta, oggi, non è ancora chiara, ma i segnali sono già visibili. Gli Enhanced Games hanno messo in luce una fragilità del sistema olimpico: il divario economico tra ciò che viene richiesto agli atleti e ciò che viene loro restituito.

Se questo gap dovesse rimanere invariato, è plausibile immaginare che sempre più sportivi possano essere tentati da circuiti alternativi. È già successo in altri contesti sportivi, già milionari, come il calcio, dove nuove leghe o nuovi mercati hanno attirato talenti grazie a compensi più elevati. Nulla vieta che un processo simile possa verificarsi anche nell’atletica o nel nuoto.

Non si tratta di uno scenario lontano. Già oggi molti meeting internazionali faticano ad attirare i migliori atleti proprio per questioni economiche. La scelta di partecipare a una competizione, sempre più spesso, passa anche dalla valutazione del montepremi. In questo contesto, l’eventuale aumento dei premi nello sport “pulito” potrebbe diventare una necessità, più che una strategia. Gli Enhanced Games, in questo senso, rappresentano un test. Un esperimento ai limiti dell’accettabile per molti, ma capace di esercitare una pressione concreta su un sistema consolidato da decenni.

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Enhanced Games: la vera rivoluzione non è il doping

Ridurre tutto alla semplice etichetta di “olimpiadi del doping” rischia di essere una semplificazione fuorviante. Il vero cambiamento introdotto dagli Enhanced Games è di natura economica. È un cambiamento che riguarda il modo in cui si misura il valore dello sport, il modo in cui si riconosce – o si paga – una prestazione.

Non è un caso che, in questa prima edizione, a partecipare siano stati soprattutto atleti non più al centro del sistema olimpico, o comunque lontani dai riflettori principali. Ma il punto è proprio questo: cosa succederebbe se, in futuro, cifre di questo tipo iniziassero ad attrarre anche i protagonisti assoluti?

Nel mondo dello sport di alto livello, sempre più globale e competitivo, la domanda resta aperta. Quanto vale davvero una prestazione? A Las Vegas hanno provato a rispondere: vale esattamente quanto qualcuno è disposto a pagare.

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Dario Marchini
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“Designer per vocazione. Giornalista per scelta. Runner per passione”. Così amo riassumere la mia carriera professionale. Laureato in Design al Politecnico di Milano, ho iniziato a raccontare la mia passione per la corsa nel 2008 con il blog Corro Ergo Sum. Giornalista dal 2015, per undici anni ho lavorato nella redazione di Runner’s World Italia. Ho anche collaborato con diverse realtà nell’ambito dell’organizzazione di eventi podistici nazionali e internazionali come Milano Marathon, Abu Dhabi Marathon, Ras al Khaimah Half Marathon, DeeJay Ten, oltre ad essere stato per quattro anni Direttore Sportivo della Wings for Life World Run. Sono Presidente dell’Associazione Sportiva Corro Ergo Sum Runners e Tecnico Istruttore Fidal - Misure: altezza 177cm, peso 66kg, scarpe US10,5/EU44,5/28,5cm. Velocità riferimento su 10K: 3'40" al km.

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