Correre una maratona è sempre un’esperienza particolare. Farlo a Berlino, però, aggiunge qualcosa che va oltre il semplice risultato cronometrico.
Sono arrivato alla Berlin Marathon con aspettative abbastanza contenute. La preparazione non era stata quella che avrei voluto e, dopo mesi complicati tra caldo, vacanze e pochi allenamenti specifici, l’obiettivo era soprattutto capire cosa sarebbe successo una volta arrivato al trentacinquesimo chilometro.
L’invito di Adidas a Berlino, per The Running Club, mi ha dato però l’opportunità di vivere la gara anche da un’altra prospettiva: quella di chi vuole capire perché una delle sei World Marathon Majors continui ad attirare decine di migliaia di runner da tutto il mondo. E dopo averla corsa, una cosa mi è apparsa abbastanza chiara: Berlino è una maratona da correre almeno una volta nella vita.
Il tifo: 42 chilometri senza sentirsi soli
La prima cosa che colpisce sono le persone. Il tifo è praticamente continuo lungo tutti i 42 km. Non ci sono soltanto grandi gruppi di spettatori concentrati in alcuni punti del percorso: sono vere e proprie ali di folla che accompagnano i runner per gran parte della gara. Ci sono bambini che cercano il cinque, persone che incitano senza conoscere chi hanno davanti, gruppi di amici e spettatori che rimangono coinvolti per tutta la mattinata.
È un tifo genuino, e quando inizi a essere in difficoltà, soprattutto negli ultimi chilometri, può fare davvero la differenza. Quando le gambe iniziano a rallentare e la testa cerca una scusa per mollare, avere qualcuno che continua a incitarti a bordo strada diventa un aiuto concreto.
Anche questo contribuisce a rendere Berlino diversa da una maratona nella quale si rischia di passare lunghi tratti da soli. Con circa 56.000 partecipanti, la sensazione è quasi sempre quella di correre insieme a qualcuno. E questo, per chi affronta una maratona per la prima volta, può essere un elemento importante.
Berlino: un percorso fatto per correre forte
Berlino è anche una maratona estremamente scorrevole. Le strade sono molto larghe e permettono di trovare spazio anche in mezzo a un gruppo così numeroso. Il percorso è sostanzialmente lineare e non presenta difficoltà altimetriche significative. Ci sono un paio di leggere salite nei primi 15 km e una salita un po’ più impegnativa intorno al 28 km, ma nel complesso il dislivello non rappresenta certamente l’ostacolo principale.
La vera attenzione va prestata alle traiettorie. Con strade così larghe nelle curve è facile allargarsi o percorrere qualche metro in più senza rendersene conto. E in una maratona veloce anche 200 o 300 metri aggiuntivi possono diventare qualcosa che, alla fine, si sente. Per il resto è un percorso sul quale, se si sta bene, si può correre davvero forte.
Una partenza difficile da dimenticare
C’è poi un’immagine che rimane impressa ancora prima che inizi la gara: la partenza sulla Straße des 17. Juni, tra la Porta di Brandeburgo e la Siegessäule. È un rettilineo enorme, completamente occupato dai runner, con la Siegessäule, la Colonna della Vittoria, davanti agli occhi. Guardando quella strada piena di persone, con migliaia di runner pronti a partire e la Colonna della Vittoria a fare da punto di riferimento, si percepisce immediatamente la dimensione dell’evento.
È uno di quei momenti in cui, ancora prima di iniziare a correre, capisci di essere dentro qualcosa di diverso da una normale maratona. Poi arriva lo start, la massa inizia a muoversi e quella strada larghissima si trasforma nel primo tratto di una gara che, per i successivi 42 km, non dà praticamente mai la sensazione di essere una corsa solitaria.
Un’organizzazione che funziona
Anche l’organizzazione è stata uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente. Il ritiro del pettorale è stato rapido, nonostante il sabato fosse naturalmente il giorno più affollato. Nei giorni precedenti si erano verificati alcuni problemi legati a una mancanza di corrente, ma sono stati risolti rapidamente.
In gara la presenza dei punti di ristoro è molto capillare, con acqua, sali minerali e alimenti solidi. C’è anche il punto dedicato ai gel intorno al ventisettesimo chilometro e mezzo. In una gara con oltre 50.000 partecipanti, riuscire a gestire tutto questo senza trasformare i ristori in un problema per chi corre è tutt’altro che scontato.
Il clima aiuta, ma preparare Berlino dall’Italia non è semplice
Alla partenza la temperatura era intorno ai 13°C, per poi aumentare gradualmente nel corso della mattinata, mantenendosi comunque su valori favorevoli alla corsa. Dopo un’estate come quella italiana, fatta di allenamenti con temperature elevate, la differenza si è sentita subito.

Ed è proprio il clima uno degli aspetti che rende Berlino interessante ma allo stesso tempo anche complicata da preparare per un runner italiano. La gara arriva alla fine di settembre, quindi gran parte della preparazione specifica cade inevitabilmente nei mesi di luglio e agosto. Trovare condizioni simili a quelle della gara per allenarsi sul ritmo maratona non è semplice. Io stesso ho fatto fatica a trovare continuità nei ritmi specifici.
Adidas Adizero Adios Pro 5: 42 chilometri per metterle subito alla prova
A Berlino ho corso con le Adizero Adios Pro 5, la nuova generazione della super scarpe di Adidas. Dopo averla utilizzata per un solo allenamento a ritmo, la maratona rappresentava naturalmente il test più importante. Ed è proprio sulle lunghe distanze che ho potuto capire meglio il comportamento della scarpa.
Nei primi chilometri, quando ero ancora in pieno controllo, la sensazione è stata quella di una scarpa morbida, comoda e capace di assecondare il ritmo. Nonostante sia una scarpa pensata per correre forte, non ho avuto la sensazione di doverla forzare. Quando il ritmo è aumentato, ha seguito il passo senza diventare invasiva.
Un aspetto importante, soprattutto in una maratona, è stata anche la nuova tomaia. Dopo diversi chilometri il comfort è rimasto elevato e non ho avuto problemi particolari legati alla gestione della scarpa durante la gara.
L’Energy Rim si fa sentire quando arriva la fatica
La grande novità della Adios Pro 5 rispetto alla generazione precedente è anche il passaggio dagli Energy Rods all’Energy Rim, una struttura che modifica il modo in cui la scarpa accompagna la fase di spinta e la stabilità della piattaforma.
Durante la gara ho percepito particolarmente il lavoro nella zona mediale. Quando la fatica aumenta e la tecnica di corsa inevitabilmente tende a peggiorare, ho avuto la sensazione che la struttura della scarpa aiutasse a mantenere più sotto controllo l’appoggio, evitando un’eccessiva pronazione. È una sensazione che ho avvertito soprattutto nella parte finale della maratona, quando la scarpa avrebbe potuto iniziare a sembrare meno gestibile.
In questo senso, uno degli aspetti che mi ha convinto maggiormente è proprio la capacità della Adios Pro 5 di rimanere performante anche quando le gambe iniziano a essere stanche.
Un piccolo errore
Durante la gara, però, ho commesso anche un errore di gestione della calzata. Ho stretto la scarpa come faccio abitualmente e, arrivato intorno al trentacinquesimo chilometro, ho iniziato a sentire la necessità di allargarla. Mi sono quindi fermato per slacciare e regolare nuovamente la chiusura. Ho perso circa due minuti e proprio in quel momento è arrivato anche un crampo al quadricipite, che ha reso ancora più complicato riallacciare la scarpa e ripartire.

Quindi, non un problema da imputare alla scarpa, ma un’esperienza (che avrei preferito evitare) che mi ha ricordato quanto sia importante arrivare alla maratona avendo già trovato in allenamento la regolazione ideale della calzata.
Dopo 50 km è ancora come nuova
Un altro aspetto che mi ha colpito è stato lo stato della scarpa al termine della gara. Considerando circa 50 km di utilizzo complessivo, dopo Berlino la Adios Pro 5 era ancora in condizioni praticamente perfette.
Su una scarpa da gara è un dato da sottolineare particolarmente: non soltanto il comportamento durante i 42 km, ma anche la capacità di mantenere le proprie caratteristiche dopo un utilizzo così impegnativo.
La mia maratona: una gara arrivata dopo una preparazione complicata
Il risultato finale della mia Maratona di Berlino va però necessariamente letto attraverso quello che è successo nei mesi precedenti. Le mie aspettative non erano altissime. Tra luglio e agosto il caldo ha reso difficile costruire una preparazione specifica. Fare chilometri era possibile, ma cercare di correre con continuità a ritmo maratona diventava molto più complicato. In un’unica occasione sono riuscito a salvare un lungo proprio grazie alla pioggia, che aveva abbassato sensibilmente le temperature. Ma in generale non sono riuscito a fare tutto il lavoro specifico che avrei voluto.
Poi sono arrivate le vacanze, in Corea e Vietnam, durante le quali ho corso relativamente poco. Ad Hanoi ho provato anche a correre una maratona notturna, con condizioni di caldo e umidità molto impegnative. La gara non è andata come avrei voluto e intorno al 26 km ho avuto il classico momento in cui si spegne la luce. L’idea era utilizzare quella gara anche per costruire una base in vista di Berlino, ma non è andata così.
Al rientro sono andato a Livigno per allenarmi. Il problema è che sono praticamente partito da zero, fuori forma, e ho dovuto cercare di ricostruire la condizione attraverso tanti chilometri e qualche lavoro di qualità. Ma la difficoltà è sempre rimasta la stessa: correre forte.
E questo, secondo me, è uno degli aspetti più complicati di una maratona come Berlino per chi vive e si allena in Italia durante l’estate. Puoi fare chilometri, puoi costruire resistenza, ma trovare le condizioni per fare con continuità i ritmi specifici della maratona è molto più difficile.
La mia gara: partire e vedere cosa succede
Sono quindi arrivato a Berlino con un’idea iniziale di provare a concluderla in 2h30′-2h25′, ma senza la certezza di avere una preparazione sufficiente per sostenere quei ritmi. Una volta viste le condizioni e percepita la situazione, ho cambiato approccio e mi sono detto: “Godiamoci la gara”.
Sono partito relativamente piano, cercando di costruire una progressione e di rimanere in controllo nella prima parte. Per buona parte della gara ho cercato semplicemente di correre e vedere come avrebbero reagito le gambe. Il tifo, il percorso e il clima rendevano comunque facile lasciarsi trasportare dall’atmosfera.

Poi è arrivato il 35 km. La scarpa era troppo stretta, la corsa non era più naturale e ho deciso di fermarmi per sistemarla. La pausa mi è costata circa due minuti e, proprio durante quella sosta, è arrivato il crampo al quadricipite. Ripartire dopo una pausa del genere, a quel punto della maratona, non è stato semplice. Da lì in poi ho cambiato definitivamente obiettivo: non più il cronometro, ma semplicemente arrivare. Ho cercato di portare a casa gli ultimi chilometri e soprattutto di godermi quello che rimaneva della gara.
Una delle immagini che rimangono stampate nella memoria dopo la Maratona di Berlino è inevitabilmente quella degli ultimi metri. Dopo una maratona corsa in quelle condizioni, arrivare davanti alla Porta di Brandeburgo ha avuto un significato diverso rispetto a quello che avrebbe avuto se fossi stato nella condizione di inseguire il tempo che avevo in mente.
Ma non tutte le maratone servono a fare il personale. Alcune servono a capire dove si è, altre a fare esperienza e altre ancora semplicemente a ricordarsi perché si continua a correre. Berlino, in questo senso, mi ha lasciato soprattutto questo. Un percorso veloce, un’organizzazione che funziona, 42 chilometri di tifo e un’atmosfera che rende difficile sentirsi soli. E forse è proprio questo il motivo per cui una Major, come Berlino, vale la pena di essere corsa almeno una volta.

