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Home » Dal carcere alla Milano Marathon: la corsa, la storia e la sfida di Mustapha Mansouri
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Dal carcere alla Milano Marathon: la corsa, la storia e la sfida di Mustapha Mansouri

Si è allenato per tre mesi correndo in un cortile di 20 metri per 5 con il solo obiettivo di tagliare il traguardo in piazza Duomo e il sogno di ridisegnare una nuova strada.
Dario MarchiniBy Dario Marchini9 Aprile 2026
Mustapha Mansouri in allenamento
Mustapha Mansouri in allenamento

Tra i quindicimila runner che domenica prenderanno il via alla Maratona di Milano 2026 ci sarà anche Mustapha Mansouri. Per lui quello sparo non rappresenterà soltanto l’inizio di una gara, la sua prima maratona, ma il punto di partenza di qualcosa di molto più grande e profondo, che va ben oltre i quarantadue chilometri del percorso. Quando Mustapha parla di corsa, infatti, non parla soltanto di tempi, allenamenti o chilometraggi. Racconta una nuova traiettoria di vita che ha cambiato direzione, un sogno nato in uno spazio chiuso e angusto e che oggi corre finalmente libero verso un traguardo ben più ampio.

Mustapha Mansouri ha 30 anni. È nato nel 1995 in Marocco, nel villaggio di Oulad Fennane, nella zona di Khourigba, dove ha vissuto fino ai vent’anni. Il suo arrivo in Italia risale agli ultimi mesi del 2015 ed è il risultato di un viaggio tortuoso, dal Marocco alla Spagna, fino a raggiungere Milano. Un percorso segnato fin da subito da difficoltà burocratiche, precarietà lavorativa e ostacoli continui che, nel tempo, lo porteranno anche al carcere. Ed è proprio lì, paradossalmente, che ha inizio la sua rinascita.

Mustapha entra in Italia nel 2015. Per due anni vive senza documenti regolari, cercando di sopravvivere come può, poi nel 2018 presenta la sua prima richiesta di asilo. Ottiene un permesso di soggiorno temporaneo che gli consente finalmente di lavorare, con un unico obiettivo: sostenere economicamente tutta la sua famiglia rimasta in Marocco, composta da padre, madre, tre sorelle, un fratello e nove nipoti. Trova impiego come imbianchino, svolge diversi lavori, si adatta, si rimbocca le maniche. Ma la stabilità resta lontana. I problemi legati ai documenti continuano a pesare e il permesso di soggiorno ha una durata limitata di soli sei mesi. Alla scadenza, la possibilità di lavorare regolarmente si interrompe di nuovo.

Mustapha Mansouri in allenamento

Poi arriva il Covid e con la pandemia le difficoltà si moltiplicano. La pressione aumenta, le alternative si riducono e Mustapha compie una scelta sbagliata. Nel 2021, in piena emergenza sanitaria, viene arrestato per spaccio. Sembra la fine di tutto. In realtà è l’inizio di una nuova fase della sua vita, anche se prende forma dietro le sbarre. È da lì, dal punto più basso, che Mustapha comincerà a riscrivere la propria storia.

Il carcere come scuola di vita

Per Mustapha il carcere non è stato soltanto un luogo di punizione, ma un “piccolo mondo” chiuso, separato da tutto ciò che stava fuori. Un ambiente in cui, racconta, molti entrano lasciando la testa all’esterno. Lui ha scelto di fare l’opposto. “C’è gente che entra in carcere e lascia la testa fuori. Io no. Io ho deciso di portarla dentro e di usarla“, spiega. Quando varca quelle porte ha 25 anni si pone una domanda tanto semplice quanto fondamentale: “Sono giovane, perché non provare a cercare una strada migliore, anche partendo da qui?”.

Il carcere, per Mustapha, può essere un posto difficile oppure una scuola. Tutto dipende da come lo si guarda e da come lo si vive. “Dipende dalla persona che sei e da come pensi quel posto. Se lo usi come una scuola, come un’esperienza, puoi trovare la strada giusta“, racconta. È questa la scelta che compie. Decide di trasformare quel tempo sospeso in un’occasione per crescere. Studia, segue corsi di formazione, si mette in gioco, affronta la fatica quotidiana come un investimento sul futuro.

Dopo tre anni arriva una svolta decisiva con l’ingresso in un progetto chiamato Esem. “Quel progetto mi ha salvato – racconta senza esitazioni -. È stato il frutto di quello che ho fatto dentro”. Grazie a questo percorso Mustapha inizia a lavorare e continua a farlo ancora oggi, anche da uomo libero. Attualmente è impiegato come operaio addetto agli scavi, utilizza mezzi pesanti come escavatori e macchinari da cantiere, e guarda avanti con una consapevolezza nuova. Il carcere, che per molti segna una frattura definitiva, per lui è diventato il punto da cui ricostruire tutto il resto.

La prima maratona di Mustapha: “Prima della partenza ero circondato da tanta gente, ma dentro sentivo solo silenzio”

La scoperta della corsa e l’incontro che cambia tutto

Lo sport ha sempre fatto parte della vita di Mustapha. Il calcio, soprattutto, è una costante che lo accompagna fin dall’infanzia. “Gioco a calcio da quando avevo sei anni”, racconta. Lo fa in Marocco, poi in Italia, e continua anche durante la detenzione, dove il calcio rappresenta una delle attività più frequenti e più attese. “Anche in carcere giochiamo tre volte a settimana – spiega – un’ora e mezza di calcetto ogni volta”. La corsa, invece, arriva più tardi. E arriva grazie a un incontro che segna una svolta.

Nel 2024 Mustapha conosce Elisabetta Genovese, delegata ai rapporti con gli istituti penitenziari e impegnata nel volontariato, che entra in carcere insieme all’educatrice. In quel periodo lui è già abituato a fare sport con continuità, ma qualcosa di nuovo lo colpisce profondamente. Fa il volontario in alcune gare di corsa e consegna le medaglie alla fine della Milano Marathon del 2024. “Quando ho visto l’emozione delle persone che arrivano al traguardo, quando ho visto che correvano insieme, in gruppo, quella cosa lì mi è piaciuta tanto”, racconta. E in quel momento si pone per la prima volta una domanda: “Perché non provo anch’io?”.

Mustapha ne parla con Elisabetta, prende i contatti. “Già nel 2024 avevo parlato con lei di questa cosa”, ricorda. Il desiderio di correre una gara di corsa su strada inizia a prendere forma, ma la realtà, ancora una volta, si impone. Le difficoltà burocratiche rallentano tutto. “Non sono riuscito a fare né la maratona né la mezza maratona con loro – spiega – perché c’erano problemi coi permessi e con i magistrati”. Le autorizzazioni non arrivano e la partecipazione alle gare ufficiali salta.

Poco prima della fine pena, però, qualcosa cambia. “Poco prima di tornare libero, mi hanno fatto un colloquio in carcere”, racconta Mustapha. È lì che arriva una promessa destinata a cambiare tutto: “Mi hanno promesso che avrei potuto correre la maratona”. Da quel momento l’idea smette di essere soltanto un sogno. Diventa un impegno concreto.

Mustapha Mansouri e Daniele Oddo

Allenarsi in un cortile, girando in cerchio

Quando Mustapha decide di preparare la Milano Marathon è ancora detenuto. Anche questa volta tutto nasce quasi per caso, da un’idea pazza e un incontro che si rivelerà decisivo. Succede con Daniele Oddo, membro di Correre Oltre ASD e autore del romanzo L’ultimo chilometro. Una corsa contro il passato. È metà dicembre 2025, pochi giorni prima di Natale, e quella che fino a quel momento era solo un’idea inizia a trasformarsi in una sfida concreta. Per Mustapha è l’inizio di un nuovo percorso: la maratona smette di essere un sogno lontano e diventa un obiettivo da inseguire giorno dopo giorno, anche dentro le mura del carcere.

Il luogo in cui si allena non è una pista ciclabile, non è un parco, non è una pista di atletica. È un cortile di circa 20 metri per 5. Uno spazio minuscolo, da percorrere in continuazione, sempre in cerchio. Corre per un’ora e mezza, a volte fino a due ore consecutive. Gli allenamenti includono corsa, esercizi a corpo libero, lavoro sulle gambe e brevi ripetute intervallate da brevi recuperi. Si allena quasi ogni giorno, la mattina, perché d’inverno il cortile chiude presto e non è possibile utilizzarlo. Spesso è da solo: nessuno corre, la maggior parte frequenta la palestra. Lui invece insiste, giorno dopo giorno, verso il suo traguardo.

Mustapha esce dal carcere a fine pena il 19 marzo 2026. Le sue giornate sono intense: si sveglia alle 4.30 del mattino, lavora, si allena, cucina, lava i vestiti, cerca di dormire. È una routine dura, simile a quella vissuta in carcere, ma ora ha un orizzonte davanti. È libero, “pulito”, come dice lui, e continua ad allenarsi. Ascolta i consigli di Daniele, che lo accompagna verso la maratona. Fa le prime corse lunghe fuori dal carcere, arriva a correre una mezza maratona. Integra la corsa con esercizi di forza per mantenere i muscoli e migliorare la resistenza.

Un progetto chiamato “Vita”

Intorno a Mustapha prende forma un progetto collettivo, costruito passo dopo passo grazie all’impegno di più soggetti. Milano Marathon mette a disposizione il pettorale, mentre l’associazione Corre Oltre lavora per rendere possibile il tesseramento Fidal, affrontando visite mediche, documenti e tutta la burocrazia aggiuntiva richiesta agli atleti extracomunitari. Asics gli fornisce il materiale tecnico per la gara, ma continua ad allenarsi con le scarpe comprate da Zara. Un percorso complesso, fatto di attese e ostacoli, che viene racchiuso in un nome semplice ma carico di significato: Vita. “Questo progetto si chiama Vita perché rappresenta esattamente quello che sta vivendo Mustapha: un passaggio, una rinascita, un nuovo inizio”, spiega Daniele Oddo.

Milano Marathon 2026: nuovo percorso e record di iscritti

Chi incontra Mustapha se ne accorge subito: quando parla della maratona, gli occhi gli si illuminano. Dentro quello sguardo c’è un sogno, forse ingenuo ma autentico, che va oltre il singolo traguardo. “Io voglio arrivare al traguardo correndo, dall’inizio alla fine – confessa -. Magari all’arrivo ci sarà qualcuno ad aspettarmi, oppure no. Ma io voglio vivere quella emozione lo stesso”. Ma c’è anche qualcosa in più. “Questa prima maratona forse potrà aprire una nuova porta, magari per davvero, per una maratona vera, seria. Una maratona da atleta”.

L’obiettivo di Mustapha è uno solo e lo ripete ancora senza esitazioni: “Voglio arrivare al traguardo correndo, dall’inizio alla fine. Non voglio camminare”. E anche noi per la prima volta parliamo di corsa, di maratona, senza parlare di cronometro. Tagliare quel traguardo rappresenta l’inizio di qualcosa di nuovo, un sogno che nasce dopo quelli dell’infanzia, quando immaginava il suo futuro sui campi da calcio o in divisa, in Marocco. “I sogni cambiano con l’età – confessa – prima volevo fare il calciatore, poi il poliziotto. Oggi il sogno è un altro, ma nasce sempre dalla stessa fatica”.

Ma oggi, più di ogni altra cosa, il desiderio più grande di Mustapha è rivedere sua madre, che non vede da undici anni. “Il mio più grande sogno è riabbracciare mia madre”, dice, senza bisogno di aggiungere altro. Poi ce n’è un altro, che guarda più lontano: trasformare tutto il percorso fatto attraverso lo sport in qualcosa di concreto. “Voglio che tutta la fatica che ho fatto nello sport un giorno diventi qualcosa di vero, magari un nuovo progetto che nasca proprio da questa esperienza”.

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Dario Marchini
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“Designer per vocazione. Giornalista per scelta. Runner per passione”. Così amo riassumere la mia carriera professionale. Laureato in Design al Politecnico di Milano, ho iniziato a raccontare la mia passione per la corsa nel 2008 con il blog Corro Ergo Sum. Giornalista dal 2015, per undici anni ho lavorato nella redazione di Runner’s World Italia. Ho anche collaborato con diverse realtà nell’ambito dell’organizzazione di eventi podistici nazionali e internazionali come Milano Marathon, Abu Dhabi Marathon, Ras al Khaimah Half Marathon, DeeJay Ten, oltre ad essere stato per quattro anni Direttore Sportivo della Wings for Life World Run. Sono Presidente dell’Associazione Sportiva Corro Ergo Sum Runners e Tecnico Istruttore Fidal | Misure: altezza 177 cm, peso 66 kg, scarpe US 10,5 / EU 44,5 / 28,5cm | Velocità riferimento su 10K: 3'40" al km.

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