Un allenamento come tanti, sul solito circuito di quartiere, che si trasforma improvvisamente in una disavventura. È quanto accaduto sabato scorso a un gruppo di runner milanesi, protagonisti di un episodio grave e inaccettabile. Fabio, Stefano, Giovanna, Luca e Andrea si stavano allenando come ogni fine settimana nei pressi del centro sportivo XXV Aprile, a pochi passi dal Monte Stella. Sotto lo sguardo attento del loro allenatore, cronometro alla mano, sfruttavano il cosiddetto “giro case”: un anello comodo, lontano dal traffico intenso e a ridosso dell’impianto sportivo, ideale per lavorare con qualità riducendo i rischi.
Proprio durante uno dei passaggi lungo la stretta via a senso unico che conduce all’ingresso del centro, qualcosa è andato storto. Un’auto, evidentemente infastidita dal passaggio del gruppo — composto da atleti capaci di correre stabilmente sotto i 3’30’’ al chilometro — ha iniziato a stringerli verso le macchine parcheggiate, arrivando a sfiorare l’investimento. Ne è nato un acceso confronto verbale tra l’automobilista e i runner, che tuttavia hanno deciso di proseguire l’allenamento, senza immaginare ciò che sarebbe successo di lì a poco.
Secondo quanto documentato anche da un video diffuso sui social, al passaggio successivo l’automobilista è sceso dall’auto e si è appostato nello stesso punto. Quando il gruppo è tornato, ha colpito con un calcio uno dei runner, che procedeva a ritmo sostenuto, facendolo cadere violentemente a terra. Il corridore si è poi rialzato, fortunatamente senza riportare gravi conseguenze, se non il comprensibile spavento e l’incredulità per quanto accaduto, raggiungendo subito i compagni.
Un gesto grave, deplorevole, che non può trovare alcuna giustificazione. Un episodio che riporta al centro il tema della sicurezza per chi si allena in strada e mette in luce, ancora una volta, quanto sia fragile l’equilibrio tra chi pratica sport e chi si muove in auto. Una dinamica ben nota anche ai ciclisti, ma che sempre più spesso coinvolge anche i runner, segno di una diffusa mancanza di sensibilità e rispetto nella convivenza quotidiana sulle strade.
L’aggressione: la testimonianza del runner
Per capire ancora meglio quanto accaduto e, soprattutto, cosa c’è dietro a episodi che sembrano tutt’altro che isolati, abbiamo raccolto la testimonianza diretta di uno dei runner coinvolti
Ciao Fabio, innanzitutto vogliamo esprimerti la nostra vicinanza e solidarietà per quanto accaduto. Puoi raccontarci che cosa è successo??
“Sabato scorso, come accade in molti weekend, ci stavamo allenando sul cosiddetto ‘giro case’ del QT8. A un certo punto un’automobile — un’Audi con targa tedesca — ci ha puntato e stretto verso le auto parcheggiate, rischiando di investirci. Il gruppo ha protestato verbalmente e qualcuno ha appoggiato le mani sull’auto per segnalare la pericolosità della manovra. Ma non è finita lì: al giro successivo, lo stesso conducente ci ha aspettato e ha colpito con un calcio uno dei runner, facendolo cadere a terra. Un gesto grave e incomprensibile”
La domanda che molti si pongono è: perché correre e allenarsi in strada? Per quale motivo correre in gruppo occupando la carreggiata? E perché non utilizzare, ad esempio, le piste ciclabili?
“Molti runner a Milano si allenano quotidianamente su strada, e spesso chi non pratica questo sport non conosce le esigenze specifiche di chi prepara gare su strada. Un atleta che compete fuori dalla pista non può svolgere tutti gli allenamenti in un impianto sportivo o dentro un parco. Ci sono sedute di media e lunga distanza che richiedono percorsi asfaltati, misurazioni precise e pochi ostacoli, per mantenere ritmi costanti e lavorare in modo efficace. Le piste di atletica, anche quando sono disponibili, non sono adatte a questi allenamenti: correre per chilometri su un anello da 400 metri non replica le condizioni reali della gara, né fisicamente né mentalmente. Quanto alle piste ciclabili, spesso non sono progettate per gruppi numerosi o per velocità variabili. E nei parchi, dove giustamente convivono famiglie, bambini, cani e passeggini, allenamenti veloci o in gruppo rischierebbero di diventare pericolosi per tutti. La strada, nel rispetto delle regole, resta quindi l’ambiente più adatto per preparare certe competizioni”.
Sono successi episodi simili altre volte, ad esempio quando vi allenate intorno all’ippodromo di San Siro?
“Purtroppo non è un caso isolato. Zone come San Siro o il QT8, molto frequentate da runner, sono spesso teatro di tensioni. Non sempre si arriva a episodi così gravi, ma è sempre più frequente che chi si allena venga insultato, suonato, o trattato come un intralcio”.

Questi sono episodi che spesso succedono ai ciclisti in gruppo, questa volta è accaduto ai runner: perché c’è questo odio verso gli sportivi?
“Più che odio parlerei di mancanza di cultura della convivenza. Chi corre o pedala viene percepito come un ostacolo, un fastidio, come se stesse occupando uno spazio che non gli spetta. In realtà la strada è un luogo condiviso. È importante riportare il discorso su un piano umano e culturale: Milano è una città viva, internazionale, dove le persone lavorano, si muovono, fanno sport e cercano spazi per stare bene. Allenarsi non è una colpa. Dietro quei gruppi ci sono persone comuni, ma anche atleti che rappresentano l’Italia ai Mondiali e alle Olimpiadi — gli stessi per cui poi tutti tifiamo”.
Come si potrebbero risolvere problemi simili in una città come Milano?
“Servirebbe uno sforzo collettivo. Da un lato, più spazi adeguati per lo sport: percorsi sicuri, ben progettati, continui. Dall’altro, una maggiore educazione al rispetto reciproco. Noi runner e ciclisti siamo anche automobilisti: sappiamo bene che a volte possiamo creare qualche disagio e ce ne rendiamo conto. Per questo chiediamo comprensione. A nome dei runner, mi sento di chiedere scusa se talvolta intralciamo il traffico, ma allo stesso tempo chiediamo un po’ di tolleranza e pazienza. Un piccolo rallentamento non può giustificare aggressività o violenza”.
Qual è il rischio più grande che incontrate quando vi allenate in strada?
“Il rischio principale è proprio quello legato ai comportamenti imprevedibili degli automobilisti: manovre azzardate, distrazioni, o peggio, atteggiamenti aggressivi. Allenarsi su strada comporta attenzione e responsabilità, ma quando viene meno il rispetto umano, il pericolo aumenta in modo esponenziale. Ed è questo il vero nodo: prima ancora delle infrastrutture, serve una cultura della convivenza più evoluta”.
Runner e allenamento: cosa dice il codice della strada
Ma cosa dice il Codice della Strada riguardo ai runner? In realtà non esiste una norma specifica dedicata a chi corre o pratica sport su strada durante l’allenamento. Il riferimento normativo, in questo caso, resta quello dei pedoni: i runner, infatti, sono equiparati a chi si muove a piedi.
Il punto di partenza è l’articolo 190 del Codice della Strada, che definisce diritti e doveri dei pedoni quando si trovano sulla carreggiata. Si tratta di un insieme di regole chiare e precise — che abbiamo sintetizzato qui sotto, ma che potete leggere in maniera completa ed estesa a questo link — pensate per garantire sicurezza e convivenza tra tutti gli utenti della strada:
- Usare marciapiedi e spazi dedicati
- In assenza di marciapiede, procedere contromano
- Fuori città, camminare sempre contro il traffico
- Di notte, nelle strade extraurbane, procedere in fila
- Attraversare sulle strisce o negli appositi passaggi
- Senza attraversamenti, passare in linea retta e con prudenza
- Evitare attraversamenti in diagonale
- Non sostare o intralciare la carreggiata
- Dare precedenza ai veicoli fuori dalle strisce
- Non attraversare davanti a mezzi pubblici in fermata
Si tratta di norme che, se non rispettate, possono comportare sanzioni amministrative comprese tra i 26 e i 102 euro. Tuttavia, queste regole vanno lette insieme a quanto stabilito dall’articolo 191 del Codice della Strada, che disciplina invece il comportamento dei conducenti nei confronti dei pedoni, introducendo obblighi di cautela e precedenza.
Detto questo, correre non è esattamente come camminare: velocità, dinamiche e spazi sono diversi, e non sempre la norma riesce a riflettere appieno queste differenze. Proprio per questo, al di là delle regole, resta fondamentale il buon senso e l’educazione civica: elementi indispensabili per una convivenza più equilibrata e rispettosa tra chi si muove su strada, a piedi, di corsa o in auto.
Corsa, sicurezza e educazione allo sport: il commento di Andrea Soffientini
Sulla questione della sicurezza legata alla corsa in strada è voluto intervenire anche Andrea Soffientini, purtroppo anche lui non nuovo a episodi simili a quello vissuto da Fabio e dai suoi compagni di allenamento.
“I problemi legati al correre in strada sono ben noti a chi pratica questo sport con continuità. Personalmente ho provato ad allenarmi anche nelle zone industriali, ma lì il rischio è rappresentato dai camion che sfrecciano ad alta velocità e dagli incroci spesso non presidiati. Abbiamo cercato alternative nei parchi cittadini, ma anche in quei contesti la convivenza non è semplice: la presenza di pedoni, famiglie e bambini rende tutto più complicato e, talvolta, pericoloso sia per chi corre sia per chi passeggia. Al Parco Monte Stella, per esempio, non sono mancati episodi critici: cani lasciati liberi che hanno aggredito o fatto cadere runner in allenamento. Alla fine, quindi, la strada resta quasi una scelta obbligata. Correre sui marciapiedi è praticamente impossibile: sono spesso dissestati, con continui saliscendi che rendono difficile mantenere un ritmo regolare”.
“Per questo motivo abbiamo costruito da soli dei percorsi ad anello, un po’ come fanno anche atleti di alto livello — spiega Andrea —. Tracciati misurati di uno o un chilometro e mezzo, scelti in zone relativamente poco trafficate e possibilmente favorevoli alla sicurezza. Il traffico automobilistico resta comunque una variabile da gestire, ma cerchiamo di limitarne l’impatto selezionando con attenzione dove allenarci. Ci sono alcune zone periferiche che risultano più tranquille, oppure il classico circuito da cinque chilometri in città, che però spesso presenta comunque criticità tra tangenzialine, rotonde e semafori. Non è la condizione ideale, ma bisogna adattarsi. Esattamente come i ciclisti non possono allenarsi esclusivamente in velodromo, anche per noi è impensabile prepararci solo in pista: mancano percorsi chiusi al traffico e le piste ciclabili, nella maggior parte dei casi, non sono realmente sicure o adatte, con continui attraversamenti e automobilisti che spesso non rispettano la precedenza”.
“Alla base di tutto, però, c’è un problema più profondo, che riguarda la cultura e l’educazione allo sport — ci tiene a precisare Andrea —. In Italia, spesso, chi pratica attività fisica non viene percepito con rispetto. Ho la sensazione che, di fronte a qualcuno che corre, scatti fastidio o incomprensione, se non addirittura una forma di frustrazione che si scarica su chi si allena. È una situazione che colpisce soprattutto quando ci si trova a condividere la strada con le auto: bastano pochi secondi di attesa perché qualcuno perda la pazienza, come se quei momenti valessero più della sicurezza di chi è a piedi. Eppure le conseguenze, in caso di incidente, sono completamente diverse. Non sempre, inoltre, basta rispettare le regole per evitare il pericolo: episodi come quello del padre di Matteo Vecchia (fondatore di Don Kenya Run, nda), investito sulle strisce mentre correva, lo dimostrano chiaramente”.
“All’estero il quadro è molto diverso. Negli Stati Uniti, ad esempio, mi è capitato di vedere automobilisti fermarsi agli stop anche quando ero ancora lontano, aspettando che attraversassi. Un atteggiamento impensabile qui, dove spesso passano più vetture prima che qualcuno si fermi. Probabilmente entrano in gioco diversi fattori, dalla fretta alla distrazione, compreso l’uso del cellulare alla guida. Ma la differenza principale resta culturale: in altri Paesi chi fa sport è rispettato, quasi valorizzato; in Italia, troppo spesso, viene visto come un intralcio o come qualcuno che perde tempo”, conclude Andrea.
Un secondo che può cambiarti la vita
Per quanto mi riguarda, sono ormai passati quasi quindici mesi da quel giorno in cui, durante un allenamento in preparazione della maratona di Milano, sono rimasto coinvolto in un grave incidente con un’automobile. Un episodio che mi ha portato a riflettere su un tema che va al di là del semplice rispetto del Codice della Strada: il diritto di allenarsi, di muoversi liberamente e, soprattutto, la necessità di una convivenza civile tra runner e automobilisti. E in tutto questo, il tempo assume un valore diverso.
Un secondo, per chi corre, può significare tutto: è quello che separa un record personale da una prestazione deludente, la soddisfazione di un allenamento riuscito dalla frustrazione di una giornata storta. Ma c’è anche un altro tipo di secondo: quello che può fare la differenza tra portare a termine un allenamento e non farlo, tra tornare a casa e provocare — o subire — una tragedia.
Basta davvero un attimo, una distrazione, una decisione presa con troppa fretta. Ed è proprio in quell’istante, in un secondo, che si gioca tutto. Perché, al di là di chi abbia ragione o torto, nella convivenza tra auto e runner il confronto è inevitabilmente impari: la peggio, quasi sempre, la rischia chi corre.
Per questo motivo, quando si scende in strada con le scarpe da running ai piedi, è indispensabile avere un livello di attenzione ancora più alto. Non si tratta solo di rispettare le regole, ma di sviluppare una consapevolezza costante di ciò che accade intorno, di prevedere i comportamenti degli altri, di proteggere se stessi in un contesto che, troppo spesso, non è progettato — né culturalmente preparato — per accogliere chi pratica sport.

