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Italia bis: le 3 medaglie di corsa più belle dei Campionati Europei di Atletica 2026

Nadia Battocletti, la 4x400 maschile e Pietro Riva: tre medaglie, tre storie, tre modi diversi di essere campioni (o quasi). Birmingham incorona ancora l’Italia regina d’Europa.
Dario MarchiniBy Dario Marchini18 Agosto 2026
Nadia Battocletti (foto Grana/Fidal)
Nadia Battocletti (foto Grana/Fidal)

Ci eravamo lasciati due anni fa a Roma, al termine di quei Campionati Europei che avevano consegnato all’Italia un risultato quasi difficile persino da raccontare: 24 medaglie, con 11 ori, 9 argenti e 4 bronzi. Un bottino straordinario, che sembrava destinato a rimanere un capitolo irripetibile nella storia dell’atletica azzurra. Non soltanto per la quantità e la qualità delle medaglie conquistate, ma soprattutto per quel primo posto nel medagliere che aveva portato l’Italia in vetta all’Europa per la prima volta, a distanza di novant’anni dalla prima edizione del 1934.

Sembrava, insomma, una di quelle imprese che si possono celebrare, ricordare e magari provare a replicare, ma che difficilmente si riescono davvero a ripetere. E invece, ventisei mesi dopo, la storia si è ripetuta.

Birmingham, l’Italia è ancora prima

A Birmingham è arrivata un’altra impresa storica. Gli azzurri hanno conquistato il medagliere dei Campionati Europei di atletica per la seconda edizione consecutiva, imponendosi proprio in casa della Gran Bretagna. Un piccolo, inevitabile déjà vu calcistico. Questa volta le medaglie sono state 22, così distribuite: 10 ori, 6 argenti e 6 bronzi. Numeri leggermente inferiori rispetto a quelli di Roma, ma sufficienti per confermare una superiorità che non si misura soltanto attraverso il numero complessivo dei podi. L’Italia ha conquistato più ori di qualsiasi altra nazione e ha portato a casa più medaglie di tutti. Ma soprattutto ha chiuso in testa anche la classifica a punti, con 226 punti, eguagliando il record di 45 finalisti.

Un dato che forse racconta ancora meglio di qualsiasi medagliere la profondità dell’atletica italiana. Perché arrivare in finale significa esserci, essere competitivi, avere atleti capaci di giocarsi il titolo di migliore. E quarantacinque finalisti raccontano di una squadra che non vive più soltanto sulle imprese di pochi fuoriclasse, ma che ha costruito un gruppo, una squadra, capace di occupare le corsie e le pedane della grande atletica continentale.

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Tra conferme, rimpianti e nuove storie

Naturalmente non è stato tutto perfetto. Qualcosa è mancato. Per sfortuna, per qualche dettaglio sfuggito, per una giornata storta oppure, più semplicemente, per un po’ di coraggio. Alcuni dei grandi nomi non hanno trovato la prestazione che ci si aspettava. È la legge dello sport.

Ma proprio quando qualche certezza ha vacillato, sono emerse nuove energie. Giovani che si sono presi la scena con la naturale sfrontatezza di chi ha poco da perdere e tutto da conquistare. Sono entrati in gara senza il peso delle aspettative, hanno affrontato avversari più esperti e, in alcuni casi, hanno immediatamente dimostrato di poter stare a quel livello. È forse uno degli aspetti più incoraggianti del risultato di Birmingham: la sensazione che dietro ai nomi già conosciuti ci sia una nuova generazione pronta a bussare alla porta.

E poi ci sono stati i ritorni. Quelli che nessuno dà mai veramente per scontati, quelli che hanno il sapore della rivincita e che riportano alla memoria un’altra estate, un altro gruppo di azzurri, un’altra pagina irripetibile della nostra atletica. Birmingham, per certi versi, ha riacceso quella memoria e ha ricordato quanto possa essere imprevedibile e affascinante questo sport.

Tre medaglie (di corsa) per raccontarle tutte

Tra le 22 medaglie conquistate dall’Italia ne abbiamo scelte tre (che poi in realtà sono quattro). Sono davvero le più belle? Forse. Sono le più importanti? Come tutte le altre. Sono però, senza dubbio, tra quelle che hanno saputo emozionare di più. E c’è un particolare che le accomuna: sono tutte medaglie di corsa. La corsa che, più di ogni altra disciplina, appartiene all’immaginario collettivo dell’atletica. Sono tre medaglie che raccontano tre modi diversi di essere campioni (o quasi). Tre storie, tre gare, tre momenti nei quali la corsa ha saputo ancora una volta sorprenderci. Quelle che tutti noi abbiamo sempre sognato ti di avere al collo.

Nadia Battocletti (foto Grana/Fidal)

1. Nadia Battocletti, la regina d’Europa

Non possiamo che partire da lei. Da Nadia Battocletti. Dalla donna che, ormai, ha conquistato di diritto il titolo di regina indiscussa d’Europa. Perché nessuna, nel mezzofondo continentale, è riuscita a fare quello che ha fatto lei: vincere per due volte consecutive, a Roma nel 2024 e a Birmingham nel 2026, entrambe le gare, 5000 e 10.000 metri. Quattro ori europei consecutivi nelle due distanze più lunghe della pista. Un dominio che non ha bisogno di interpretazioni.

Prendete Jakob Ingebrigtsen. Prendete Mondo Duplantis. Campioni capaci di trasformare la propria specialità in un territorio quasi privato, in una dimensione nella quale gli avversari partono già sapendo che per batterli servirà qualcosa di straordinario. Ecco, nel mezzofondo europeo femminile oggi c’è Nadia Battocletti. Una presenza che pesa. Una maglia azzurra che, quando si mette davanti, sembra diventare improvvisamente più difficile da raggiungere.

Non è una superiorità nata ieri. È una storia che arriva da lontano, da quando Nadia era ancora ragazzina e il cross era il suo primo grande terreno di conquista. La crescita è stata continua, quasi inevitabile. Prima il talento, poi la tecnica, quindi la consapevolezza. E, insieme, una capacità sempre più raffinata di leggere la gara, di aspettare, di scegliere il momento esatto in cui trasformare la corsa in una vittoria.

A Birmingham è successo ancora. Nei 5000 metri, gara tattica e inizialmente lenta, Battocletti ha aspettato. Ha osservato. Ha lasciato che le altre consumassero energie. Poi, quando è arrivato il momento, ha cambiato marcia. Marta García ha provato a seguirla, conquistando una splendida medaglia d’argento, mentre Micol Majori ha completato un podio straordinario con il bronzo. Ma l’oro aveva già preso la direzione dell’Italia.

E nei 10.000 metri il copione non è cambiato. Ancora lei davanti. Ancora lei a dettare la legge del finale. Ancora quella sensazione, quasi disarmante, che quando Nadia decide di accelerare le altre possano soltanto cercare di limitare i danni. È la caratteristica che più impressiona della sua evoluzione: non soltanto corre forte, corre meglio delle altre quando la gara arriva al punto in cui conta davvero.

Marta García ha dimostrato di essere una delle grandi interpreti del mezzofondo europeo, migliorando a Birmingham il bronzo conquistato a Roma con una preziosa medaglia d’argento. Ma davanti a lei, ancora una volta, c’era Nadia. E lo stesso discorso vale per Maureen Koster e per tutte le altre atlete che in questi anni hanno provato ad avvicinarsi alla fuoriclasse azzurra.

Il punto, però, non è dire che le avversarie non siano all’altezza. Il punto è che Nadia Battocletti ha alzato l’asticella. In Europa, oggi, il problema delle altre non è soltanto correre forte. È trovare una gara nella quale Nadia non riesca a fare Nadia.

Nadia Battocletti, intanto, ha già cominciato a spostare il confine dei propri obiettivi. Nel 2026 è diventata campionessa del mondo indoor nei 3000 metri a Toruń, aggiungendo un altro capitolo straordinario a un palmarès che comprende già l’argento olimpico e mondiale nei 10.000 e il bronzo mondiale nei 5000.

Per questo oggi non basta più dire che è la regina d’Europa. Lo è, senza discussione. Ma proprio perché l’Europa sembra ormai diventata troppo piccola per contenere le sue ambizioni, la sfida successiva è là dove le avversarie sono più numerose, più forti, più diverse: il titolo mondiale nei 5000 e nei 10.000 metri. Il mondo, insomma, è lì. A Losa Angeles 2028. E Nadia Battocletti ha già cominciato a corrergli incontro.

la staffetta 4×400: Oudassi, Sito, Benati, Scotti (foto Grana/Fidal)

2. 4×400, la staffetta che non ti aspetti

Dopo Tokyo 2020 e Roma 2024, era inevitabile che gli occhi fossero puntati soprattutto sulla 4×100. La staffetta dei sogni, quella dei grandi appuntamenti, quella dell’oro olimpico di Tokyo e del bronzo europeo di Roma. Ma Birmingham aveva in serbo un altro finale. E forse proprio per questo ancora più bello.

La 4×100, infatti, non è riuscita a ripetere le imprese degli ultimi anni. E anche l’infortunio di Marcell Jacobs, non ha sicuramente agevolato i piani azzurri. Ma, mentre i riflettori erano ancora tutti orientati verso la velocità, nell’ombra stava crescendo una nuova squadra. Luca Sito, Mohamed Soudassi, Lorenzo Benati ed Edoardo Scotti. Quattro nomi che, alla vigilia, non sembravano destinati a diventare protagonisti. E invece…

Già nelle batterie è arrivato il primo segnale. L’Italia che corre in 2’58”10, demolendo il precedente record italiano di 2’58”81 stabilito nella finale olimpica di Tokyo 2020. Un tempo ha cancellato anche il primato dei Campionati, il 2’58”22 della Gran Bretagna risalente addirittura agli Europei di Spalato del 1990. Ma il bello doveva ancora venire.

Sì, perché quella finale non è stata soltanto una corsa all’oro. È stata uno scontro a due: Italia vs Gran Bretagna. Per la vittoria della gara. Ma anche per la vittoria finale. Quella del medagliere. E i quattro “moschettieri” azzurri non si sono lasciati intimorire: testa da atleti navigati e cuore da ragazzi consapevoli di avere davanti a sé un’occasione da non lasciarsi sfuggire.

La partenza di Edoardo Scotti è stata ottima, solida e senza sbavature. Poi è toccato a Luca Sito, bravo a mantenere il controllo nelle prime fasi, transitando al terzo posto prima di cambiare marcia e consegnare il testimone davanti a tutti. A quel punto è entrato in scena il 19enne rivelazione Mohamed Soudassi, autore di un allungo che ha permesso all’Italia di costruire un margine prezioso.

Tutto, poi, si è deciso nell’ultimo giro, quello affidato a Lorenzo Benati. L’azzurro ha provato l’allungo, ha subito il ritorno della Gran Bretagna, ma non ha mai smesso di spingere. Gli ultimi metri sono diventati una questione di centimetri, di millimetri, di centesimi, di coraggio. Benati ha tagliato il traguardo in una spinta collettiva, con l’Italia davanti alla Gran Bretagna di appena tre centesimi: 2’59″16 per l’Italia, 2’59″19 per i padroni di casa. Game. Set. Match.

Pietro Riva (foto Grana/Fidal)

3. Pietro Riva, maratona d’argento

Poi c’è la maratona. La gara simbolo dell’atletica, quella che più di ogni altra porta con sé il peso della storia e del mito. Quella che ci ha reso eroi epici nell’Atene olimpica di Stefano Baldini, ma alla quale siamo arrivati scarichi, quasi sfiduciati. Per scelta e per sfortuna, senza alcuni dei nomi che negli ultimi anni avevano riportato l’azzurro ai vertici della distanza: Iliass Aouani, Yeman Crippa, non bene nei 10.000 metri, e Yohanes Chiappinelli. E allora, a rimettere ordine, ci ha pensato il fido scudiero di Baldini: Pietro Riva.

Quarto italiano di sempre, alla sua terza maratona in carriera, Riva si è lasciato guidare dal suo allenatore, senza paura e con quella spavalderia che avevamo imparato a conoscere due anni fa, proprio sul traguardo del suo splendido argento europeo. Una gara costruita con pazienza, intelligenza e coraggio, senza lasciarsi condizionare dal ritmo degli avversari.

La partenza è stata controllata. Riva si è immerso nel gruppo, tra le maglie delle squadre che fin dalle prime battute hanno iniziato a correre fianco a fianco, cercando di darsi manforte ma anche di accumulare punti preziosi per la classifica della Coppa Europa a squadre. Pietro osserva, studia, aspetta. E soprattutto vigila sul favorito, il tedesco Amanal Petros, vicecampione mondiale, lo stesso atleta che due anni prima aveva provato a “salutare” sul traguardo continentale.

Ma al 26° chilometro, Petros decide di rompere gli indugi e lancia la sua fuga verso il traguardo. Riva non si lascia sorprendere. Non si scompone, non forza, non si fa prendere dalla fretta. Rimane in controllo, anche quando il distacco arriva a sfiorare il minuto. Una scelta di lucidità, ma anche una scommessa. Poi, quando la maratona entra nella sua parte più crudele, Pietro cambia passo. E quello che sembrava un tentativo di difendere una posizione diventa una rimonta straordinaria. Riva si scrolla di dosso gli avversari diretti, trova energie che sembravano non esserci più e costruisce un finale incredibile, fino a conquistare la medaglia d’argento.

Davanti a lui c’è soltanto Petros, che chiude in 2h09’11”. Riva arriva a soli sette secondi dal tedesco. Forse sarebbe bastato un pizzico di coraggio in più. Forse, però, quel coraggio lo avrebbe fatto schiantare contro un muro invisibile. Resta allora un argento che probabilmente nessuno aveva previsto alla vigilia. Nessuno, tranne Pietro Riva e Stefano Baldini.

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E voi? Se doveste sceglierne soltanto tre, tra tutte, quali vi hanno fatto emozionare di più? Quali vi hanno fatto saltare dal divano, urlare, esultare? Quali sono quelle che, più delle altre, sono riuscite a lasciarvi qualcosa dentro?

Perché ogni medaglia ha una storia, un volto, una piccola sfumatura, un momento che vale la pena ricordare. E queste sono tutte le 22 medaglie conquistate dall’Italia:

10 medaglie d’oro

Leonardo Fabbri (getto del peso uomini), Nadia Battocletti (5000 m donne), Dariya Derkach (salto triplo donne), Nadia Battocletti (10.000 m donne), Gianmarco Tamberi (salto in alto uomini), Massimo Stano (maratona di marcia uomini), Sofia Fiorini (maratona di marcia donne), Andy Díaz Hernández (salto triplo uomini), Larissa Iapichino (salto in lungo donne), Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi, Lorenzo Benati (staffetta 4×400 uomini).

6 medaglie d’argento

Zane Weir (getto del peso uomini), Sara Fantini (lancio del martello donne), Francesco Fortunato (mezza maratona di marcia uomini), Alexandrina Mihai (mezza maratona di marcia donne), Rebecca Lonedo, Sofiia Yaremchuk, Giovanna Epis, Alessia Tuccitto (maratona donne squadre), Pietro Riva (maratona uomini).

6 medaglie di bronzo

Micol Majori (5000 m donne), Eseosa Desalu (200 m uomini), Matteo Sioli (salto in alto uomini), Andrea Cosi (mezza maratona di marcia uomini), Andrea Dallavalle (salto triplo uomini), Alessandra Bonora, Anna Polinari, Alice Mangione, Eloisa Coiro (staffetta 4×400 donne).

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Dario Marchini
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“Designer per vocazione. Giornalista per scelta. Runner per passione”. Così amo riassumere la mia carriera professionale. Laureato in Design al Politecnico di Milano, ho iniziato a raccontare la mia passione per la corsa nel 2008 con il blog Corro Ergo Sum. Giornalista dal 2015, per undici anni ho lavorato nella redazione di Runner’s World Italia. Ho anche collaborato con diverse realtà nell’ambito dell’organizzazione di eventi podistici nazionali e internazionali come Milano Marathon, Abu Dhabi Marathon, Ras al Khaimah Half Marathon, DeeJay Ten, oltre ad essere stato per quattro anni Direttore Sportivo della Wings for Life World Run. Sono Presidente dell’Associazione Sportiva Corro Ergo Sum Runners e Tecnico Istruttore Fidal | Misure: altezza 177 cm, peso 66 kg, scarpe US 10,5 / EU 44,5 / 28,5cm | Velocità riferimento su 10K: 3'40" al km.

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