Incredibile. Alex Schwazer torna al centro della scena. E ancora una volta non per una medaglia, non per un’impresa sportiva, non per quel tentativo di redenzione che aveva trasformato la sua parabola personale in uno dei racconti più controversi e affascinanti dello sport italiano. Ma ancora per doping.
La notizia della nuova positività ha il peso di una bomba che scuote il mondo dell’atletica e riporta immediatamente indietro il calendario, come in una macchina del tempo che si rifiuta di andare avanti. Perché il nome di Schwazer, negli anni, è diventato un simbolo, nel bene e nel male. Simbolo della caduta, della colpa, della lotta contro il sistema, della ricerca disperata di una verità che, per molti, non è mai stata davvero chiarita.
Questa volta, però, tutto sembra diverso. Più freddo, più pesante, forse persino più definitivo. La nuova positività arriva in un momento in cui il marciatore altoatesino sembrava aver definitivamente chiuso con l’agonismo e con quel mondo che lo aveva prima consacrato e poi travolto. E invece no. Ancora una volta il suo nome finisce sotto la lente. Ancora una volta si riapre il tribunale mediatico, e non solo.
Cosa è successo
Le prime indiscrezioni erano filtrate già nella giornata di domenica. Poi, nella tarda mattinata di lunedì, è arrivata l’ufficialità. Alex Schwazer è risultato positivo per la terza volta in carriera a un controllo antidoping. Una notizia pesantissima, capace di riaprire una ferita che, in realtà, non si era mai davvero rimarginata.
A rendere noto il caso è stata la Nada, l’Agenzia Nazionale Antidoping della Germania, che ha comunicato l’apertura di un procedimento nei confronti del marciatore altoatesino. Il dato più clamoroso riguarda la sostanza rilevata: eritropoietina, la stessa Epo che nel 2012 aveva già segnato la sua prima caduta, a pochi giorni dai Giochi Olimpici di Londra.
Secondo quanto emerso, la positività sarebbe legata ai controlli effettuati dopo i campionati tedeschi sulla distanza della maratona, disputati lo scorso 27 aprile. In quella gara Schwazer, oggi 41enne, aveva dominato in maniera netta, lasciando gli avversari a distanza e chiudendo la prova in poco più di tre ore. Una prestazione impressionante, che aveva attirato attenzione non soltanto per il risultato, ma soprattutto per il significato simbolico.
La Nada ha specificato che tracce di eritropoietina sono state rinvenute sia nei campioni di urina sia in quelli di sangue, un elemento che rende il quadro potenzialmente ancora più pesante. Non solo. L’Agenzia antidoping tedesca ha già trasmesso tutta la documentazione anche alla magistratura ordinaria, perché in Germania — come in Italia — il doping non è soltanto una violazione sportiva, ma un reato penale.
Schwazer, negli ultimi anni, era tornato lentamente sulla scena pubblica. Interviste, apparizioni televisive, riflessioni sul suo passato, sulla giustizia sportiva e sulla lunga battaglia combattuta dopo il caso del 2016. Anche il documentario Netflix aveva contribuito a riportare il suo nome al centro del dibattito, riaprendo interrogativi mai del tutto sopiti su quella squalifica che gli impedì di partecipare alle Olimpiadi di Rio.
Ma questa volta lo scenario è diverso. Perché una nuova positività, se confermata, soprattutto alla stessa sostanza che aveva già segnato il primo crollo della sua carriera, rischia di cambiare completamente la percezione e la direzione della sua storia.
I due precedenti di Schwazer
Per capire il peso specifico di questa nuova vicenda bisogna necessariamente tornare indietro. Il primo crollo arriva nel 2012. Schwazer è il campione olimpico della 50 km di marcia, l’uomo simbolo dell’atletica italiana. Ma pochi giorni prima delle Olimpiadi di Londra confessa di aver assunto Epo. Una confessione devastante, umanamente prima ancora che sportivamente. È la fine del campione perfetto. Arriva la squalifica, arriva il disonore, arriva l’isolamento.
Ma è anche l’inizio di una seconda vita. Perché Schwazer decide di ripartire. Lo fa affidandosi a Sandro Donati, figura storica della lotta al doping, uno che per anni ha combattuto contro il sistema. Una scelta quasi simbolica: il dopato che si mette nelle mani del più feroce nemico del doping. Da lì nasce una resurrezione sportiva che sembrava impossibile.
Poi il secondo terremoto, nel 2016. Alla vigilia delle Olimpiadi di Rio, quando Schwazer aveva conquistato sul campo la qualificazione e sembrava pronto a chiudere il cerchio, arriva una nuova positività. Lui urla al complotto. Donati parla apertamente di manipolazione. La battaglia giudiziaria diventa infinita. La procura di Bolzano, anni dopo, arriverà a definire i campioni “alterati”, ipotizzando anomalie gravissime nella gestione delle provette. Ma sul piano sportivo la squalifica resta. Ed è lì che la sua storia si spezza definitivamente. O forse no.
Alex Schwazer: vittima o carnefice?
È la domanda che accompagna Schwazer da più di un decennio. Ed è anche la domanda più difficile. Nel 2012 è stato carnefice di sé stesso. Ha ammesso. Ha pagato. Ha tradito il suo talento e il suo Paese. Nel 2016, invece, il confine si è fatto più sfumato. Troppi elementi controversi, troppi passaggi oscuri, troppe incongruenze per archiviare tutto come una semplice recidiva.
Alex Schwazer è diventato una figura divisiva. C’è chi lo considera il simbolo di un sistema che schiaccia chi prova a ribellarsi. E chi, al contrario, vede in lui l’ennesimo atleta incapace di dire no al doping.
Questa nuova positività rischia di spostare definitivamente l’ago della bilancia. Perché una terza volta, peserebbe diversamente. Molto diversamente. Schwazer lo sa bene. Lo ha già vissuto. E sa anche che stavolta la possibilità di essere creduto sarà infinitamente più fragile.
Conferenza stampa nel pomeriggio
Nel pomeriggio è attesa una conferenza stampa in cui Schwazer parlerà pubblicamente della nuova positività.
Il caso Schwazer è ormai qualcosa che supera lo sport. È materia da romanzo giudiziario, da documentario, da dibattito etico. In Italia, probabilmente nessuno altro atleta ha vissuto una narrazione tanto complessa. Da eroe olimpico a simbolo del doping, da uomo distrutto a possibile vittima di un sistema opaco. Una spirale narrativa che ha alimentato libri, inchieste e ore di dibattiti.
La sua figura divide perché contiene tutte le contraddizioni dello sport moderno. La ricerca del limite. L’ossessione della prestazione. La pressione del risultato. Il rapporto ambiguo con il corpo. E soprattutto il confine sottilissimo tra giustizia e verità. Che non sempre coincidono. Ed è forse questo il nodo che rende ogni notizia su Alex Schwazer così esplosiva.

