Buffonata dove essere e buffonata è stata. C’è chi li aveva definiti il futuro dello sport, ma probabilmente senza avere l’idea di cosa voglia dire “sport”: allenamento, sofferenza, sudore, sacrifici. Gli Enhanced Games 2026, andati in scena a Las Vegas tra il 21 e il 24 maggio, sono stati esattamente l’opposto: un esperimento mediatico malriuscito e difficile da incasellare, a metà tra provocazione culturale e reality ad alto tasso di controversia.
Un principio semplice, difficilmente condivisibile e proprio per questo detonante: niente antidoping, uso dichiarato di sostanze per migliorare le prestazioni, supervisione medica e premi milionari. Un ribaltamento totale delle regole che da sempre governano lo sport, con l’obiettivo dichiarato di “sfidare i limiti umani” e smascherare l’ipocrisia del doping nascosto.
Il risultato, però, è stato meno rivoluzionario di quanto promesso. Le aspettative di record a raffica e prestazioni mai viste si sono scontrate con una realtà sorprendentemente ordinaria: tanta retorica, pochi exploit e, soprattutto, prestazioni spesso lontane dai livelli dell’atletica, quella vera.
Come sono andate le gare di corsa
Se c’era un palcoscenico destinato a dimostrare la “superiorità” degli atleti “potenziati”, quello era la corsa, nella sua declinazione più veloce: i 100 metri. Il confronto implicito e dichiarato era con il mito di Usain Bolt e il suo 9″58, evocato per settimane come il limite da abbattere e che sarebbe stato abbattuto. La pista di Las Vegas ha però raccontato tutt’altra storia.
Nei 100 metri maschili il nome più atteso, Fred Kerley, ha vinto con un tempo di 9″97, ben lontano non solo dal record del mondo ma anche dalle prestazioni delle finali olimpiche più recenti. Un tempo che lo avrebbe collocato ultimo alle Olimpiadi di Parigi di due anni fa, dove “da pulito” — forse — vinse una medaglia di bronzo. Il distacco dal primato di Bolt è rimasto enorme e, di fatto, mai davvero in discussione. Anche il resto dei contendenti non ha impressionato: Emmanuel Matadi è stato l’unico altro atleta capace di scendere sotto i 10 secondi nelle batterie (9″95 in batteria e 10″05 in finale), mentre i restanti hanno chiuso ben oltre questa soglia.
Alle spalle di Kerley e Matadi, il livello tecnico dei 100 metri maschili si è rapidamente appiattito su tempi superiori ai 10 secondi. Marvin Bracy ha fatto segnare 10″35 e 10″39, il francese Mouhamadou Fall si è fermato a 10″47, mentre Clarence Munyai — atleta capace di correre i 200 metri in 19″69 — ha chiuso addirittura in 10″85. In generale, fatta eccezione per Kerley e Matadi, gli altri partecipanti sono apparsi più come ex velocisti di alto profilo che come autentici riferimenti del panorama attuale.
Il divario è risultato ancora più evidente nella gara femminile dei 100 metri. La vittoria è andata a Tristan Evelyn in 11″25, con un miglior tempo di 11″18 già registrato in batteria, ma si tratta di crono lontanissimi dal 10″49 di Florence Griffith-Joyner e ben distanti anche dagli standard delle grandi finali internazionali. Un risultato che, per esempio, alle Olimpiadi di Parigi 2024 non sarebbe bastato neppure per accedere alle semifinali.
In generale, nessuna atleta è riuscita a scendere sotto la soglia degli 11”20 — fatta eccezione proprio per Evelyn in batteria — in un contesto che, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto rappresentare la nuova frontiera della prestazione umana senza i limiti dell’antidoping.
Gli altri risultati e l’unico record del mondo battuto
Se l’atletica ha deluso, il nuoto ha offerto almeno un momento da copertina. Ma anche qui, con molti distinguo. Il protagonista assoluto è stato il greco Kristian Gkolomeev, che nei 50 metri stile libero ha nuotato in 20″81 secondi, abbattendo il precedente record mondiale di 20″88. Un risultato che gli è valso un bonus da un milione di dollari, oltre al premio per la vittoria.
È stato l’unico primato globale della manifestazione. Tutto il resto del programma, tra nuoto, atletica e sollevamento pesi, si è fermato sotto le attese: diversi vincitori, qualche buona prestazione, ma nessuna cascata di record come annunciato alla vigilia.
Va ricordato che nessuna di queste prestazioni ha valore ufficiale. Le federazioni internazionali non riconoscono i risultati ottenuti in questo contesto, sia per l’uso di sostanze dopanti sia per le condizioni tecniche non certificate delle gare.
Cosa resterà degli Enhanced Games
Gli Enhanced Games 2026 hanno finito per dimostrare una cosa su tutte: per vincere davvero non bastano le scorciatoie, ma servono allenamento, fatica, sacrificio e una dedizione totale nel superare i propri limiti. Senza quella spinta interiore, senza quella disciplina quotidiana che definisce lo sport di ogni livello, tutto il resto rischia di diventare uno “show” che di spettacolare non ha nulla. “Noia noia noia… maledetta noia”, cantava Franco Califano.
La prima edizione degli Enhanced Games resterà con ogni probabilità nella memoria più per il clamore mediatico e il dibattito che ha acceso che per i risultati sportivi (non) raggiunti. Una provocazione costruita con grande impatto, ma che, almeno per ora, nulla ha a che fare con l’essenza dello sport.

