Yeman Crippa ha vinto la maratona di Parigi con il secondo miglior tempo italiano di maratona. Un successo storico, perché interrompe un digiuno lungo venticinque anni: l’ultimo italiano capace di imporsi in una grande maratona internazionale era stato Stefano Baldini nel 2001, a Madrid. Solo dieci giorni prima, un’altra azzurra aveva conquistato le prime pagine sportive: Nadia Battocletti, protagonista dell’ennesimo record italiano nei 10 chilometri su strada, a un soffio dal muro dei 30 minuti. Due risultati eccezionali, arrivati a stretto giro e simbolo di un movimento vitale, competitivo, ambizioso.
Eppure, a fare da sfondo alle celebrazioni, sul web e sui social si è fatto largo un coro ricorrente e sarcastico: “È un dilettante”, “Che fosse un dilettante lo abbiamo già detto?”. Commenti apparentemente ironici, ma che raccontano molto del clima “sportivo” che si respira in queste ultime settimane.
Un trend ha trovato terreno fertilissimo dopo le dichiarazioni di Gabriele Gravina, presidente della FIGC, nella conferenza stampa successiva alla debacle mondiale della Nazionale di calcio. Parole pronunciate per spiegare la crisi del pallone italiano che, però, hanno finito per allargare la polemica ben oltre i confini del calcio, coinvolgendo l’intero mondo dello sport.

La frase incriminata ha fatto il giro del web in pochi minuti: “Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici, facciamo rapporti su basi di equità. Gli altri sono sport di Stato, come quelli invernali: tolta Arianna Fontana, sono tutti dipendenti dello Stato“. Un’affermazione che, detta nel momento forse più delicato della recente storia azzurra, è suonata a molti come una provocazione. Non tanto – o non solo – per il contenuto tecnico, quanto per il contesto e il tono con cui è stata pronunciata.
Professionismo e dilettantismo
Per comprendere il senso – e i limiti – di quelle parole, e la reazione vibrante del mondo sportivo, occorre tornare a una distinzione spesso non troppo chiara. In Italia, infatti, il professionismo sportivo è riconosciuto per legge solo in alcune discipline: il calcio (Serie A, B e C maschili e Serie A femminile), il basket di Serie A, il ciclismo e il golf. Tutti gli altri sport, atletica compresa, rientrano formalmente nel dilettantismo.
Questo, però, non significa che gli atleti di queste discipline siano dilettanti nel senso comune del termine. Al contrario: si allenano quotidianamente, competono ai massimi livelli internazionali, rappresentano l’Italia in Europei, Mondiali e Olimpiadi. La differenza è giuridica e contrattuale: nello sport professionistico esiste un rapporto di lavoro riconosciuto, in quello dilettantistico no. È su questo piano che Gravina ha provato a costruire la propria spiegazione: il calcio, essendo professionistico, è soggetto a regole, costi e rigidità che non consentono la stessa libertà di gestione e sperimentazione presenti in altri sport. Un’argomentazione tecnicamente non del tutto infondata, ma comunicata nel modo peggiore possibile.
Gli “sport di Stato” e il nodo dei gruppi militari
Ancora più controverso il secondo passaggio della conferenza stampa, quello sugli “sport di Stato” e sugli atleti “dipendenti dello Stato”. Una definizione che ha indignato molti, ma che – da punto di vista tecnico – racconta una realtà ben nota.
Gran parte degli atleti italiani degli sport individuali, corsa compresa, è tesserata per i gruppi sportivi delle Forze Armate o dei corpi di polizia: Fiamme Gialle, Fiamme Oro, Carabinieri, Esercito. È un modello che consente agli atleti di sostenersi economicamente in un sistema che, non riconoscendo il professionismo, non garantisce tutele contrattuali.
Il punto critico, però, sta nel modo in cui questo dato è stato utilizzato. Ridurre l’eccellenza sportiva italiana alla definizione di “dipendenti dello Stato”, senza valorizzare sacrificio, professionalità e risultati, è apparso a molti come uno sminuire ingiusto chi negli ultimi anni ha portato medaglie, record e prestigio al Paese.
La reazione: un fronte compatto contro il calcio
Il mondo dello sport ha risposto in coro, partendo dagli appassionati, agli amatori, agli atleti stessi. Da Gianmarco Tamberi, a Gregorio Paltrinieri a Mattia Furlani, passando per decine di campioni olimpici, il messaggio è stato chiaro: il professionismo non si misura dallo status giuridico, ma dal lavoro quotidiano, dalla mentalità e dalla responsabilità con cui si indossa la maglia azzurra.
Molti hanno colto anche un altro aspetto, forse il più spinoso: l’impressione che, per giustificare le difficoltà del calcio – e le sue – si sia preferito abbassare il valore degli altri sport invece di interrogarsi sulle inefficienze di un sistema che resta il più ricco, il più mediatico e quello che riceve più risorse pubbliche.
Di fronte all’ondata di critiche, Gravina è tornato sui suoi passi, chiarendo in una nota ufficiale FIGC di non aver mai voluto sminuire alcuna disciplina e di riferirsi esclusivamente alle differenze normative tra sport professionistici e dilettantistici. Un chiarimento arrivato però troppo tardi per fermare una polemica ormai dilagante, che ha contribuito a isolare ulteriormente il vertice federale e ad accelerare il percorso verso le dimissioni (fortunatamente).
E che, soprattutto, non ha placato gli animi “irriducibili della tastiera”. Tra sarcasmo e rivendicazioni, gli appassionati hanno continuato a rispondere a gran voce, ad ogni nuovo eclatante risultato, esaltando i propri idoli – olimpici e mondiali – a spese del presidente FIGC. Come dar torto a chi, ogni giorno, trova il tempo e la forza di allenarsi ispirandosi a campioni che vincono, soffrono e rappresentano l’Italia nel mondo? D’altronde, lo sappiamo: sono “solo dilettanti”.

