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Home » Maratona femminile e lepri maschili: grandi tempi, zero emozioni
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Maratona femminile e lepri maschili: grandi tempi, zero emozioni

Correre per la sfida e lo spettacolo o inseguire ostinatamente il record? È la domanda che ci propone Gianluca Proietto in questo suo primo articolo sulle pagine di The Running Club.
Gianluca ProiettoBy Gianluca Proietto20 Gennaio 2026
Pacing maschile alla Maratona di Valencia (foto YT video)
Pacing maschile alla Maratona di Valencia

A dicembre si è corsa la Maratona di Valencia, caratterizzata dall’immancabile legione d’atleti élite sempre presente ai nastri di partenza. La competizione femminile ha offerto contenuti tecnici di livello molto elevato: per la prima volta nella storia, due donne hanno corso sotto le 2h15′ nella stessa gara. Tuttavia, lo straordinario risultato firmato da Joyciline Jepkosgei e Peres Jepchirchir è stato ottenuto restando alle spalle delle lepri maschili per tutta la durata della maratona, che s’è sviluppata senza che vi fosse un solo attacco, senza alcun brivido, senza un solo istante di testa a testa, senza che si vedesse neppure il volto di queste due straordinarie atlete, costantemente coperte dalle lepri in ogni inquadratura.

Una prestazione tanto altisonante quanto anonima, tant’è che diversi media che si occupano di corsa hanno superficialmente riportato la notizia senza neanche includere il nome delle atlete. È facile pronosticare che la grande performance di Valencia, per quanto clamorosa sul piano cronometrico, difficilmente sposterà qualcosa nella percezione che il pubblico ha di queste due atlete o nella narrazione del running femminile.

Se stai pensando che in fondo non cambierebbe nulla, che il pubblico generalista e la massa dei runner difficilmente si appassionerebbe alle loro carriere, ti rispondo citando qualche nome che negli ultimi anni s’è imposto all’attenzione del grande pubblico: Sifan Hassan, Nadia Battocletti, Faith Kipyegon,Beatrice Chebet. Tutte atlete che nei rispettivi paesi sono ben note, anche al di fuori dell’atletica, per via delle spettacolari battaglie che hanno condotto e dei memorabili testa a testa che le hanno portate ad ottenere medaglie pesanti. Non certo grazie a tempi spaziali ottenuti nell’anonimato, trascinate dall’inizio alla fine da una fila di lepri maschili.

E, allora, la domanda diventa inevitabile: ha ancora senso, nel 2026, far partire uomini e donne insieme nelle grandi maratone internazionali lasciando che l’andamento della gara femminile sia di fatto determinato dai ritmi imposti dalle lepri maschili? La mia risposta è no, ed oggi voglio provare ad entrare nel merito della questione.

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Le criticità

Credo che non abbia senso far partire uomini e donne insieme, innanzitutto perché, nelle gare miste, il risultato tecnico femminile viene inevitabilmente distorto dal lepraggio maschile. Questo non dovrebbe accadere, perché stiamo parlando di atleti élite, non amatori: le loro performance definiscono il livello del nostro sport e fissano i limiti dell’intero genere umano. Ha quindi senso alterare le prestazioni delle donne élite mettendo a loro disposizione delle lepri maschili che le accompagnano fino al traguardo?

Per dare un parametro di quanto sia profondo l’impatto sulla performance di un lepraggio irregolare, voglio rifarmi ad un esempio noto a chiunque bazzichi il mondo del running: l’evento 1:59 Challenge organizzato da Ineos nel 2019, in cui Eliud Kipchoge riuscì ad abbattere il muro più iconico delle gare di resistenza, quello delle due ore in maratona.
Prima di quell’evento, Kipchoge aveva tentato d’infrangere il muro delle due ore in diverse occasioni, azzardando un passaggio alla mezza maratona vicino all’ora, senza però riuscire a mantenere quel ritmo disumano fino alla fine della gara.

I numeri parlano chiaro: fino a quel momento Kipchoge non era mai riuscito a correre sotto le due ore in una gara ufficiale, e neppure sotto le 2h01′. Soltanto una volta era riuscito a correre in meno di 2h022. Il più grande maratoneta in attività, non soltanto non era mai riuscito ad abbattere l’iconico muro delle due ore: non s’era neanche avvicinato.
Tuttavia, nell’evento 1:59 Challenge, lo scenario era completamente diverso. Kipchoge era preceduto da un’automobile che dettava il ritmo con estrema regolarità ed era costantemente protetto da un folto gruppo di lepri che si alternavano, senza lasciarlo mai solo nemmeno per un metro. Ritmo perfettamente regolare, attrito dell’aria ridotto al minimo, fatica nervosa drasticamente diminuita: il lepraggio ideale. Risultato finale: lo stesso atleta che non aveva mai corso al di sotto delle 2h011, ha concluso in 1h59’40”.

Ovviamente quel crono non è mai stato omologato, proprio perché ottenuto grazie ad un lepraggio non regolare. Ed è qui che nasce la domanda inevitabile: perché allora i risultati femminili ottenuti con l’ausilio di lepri maschili dovrebbero essere considerati pienamente regolari? Ha senso abbassare artificialmente i tempi delle donne élite utilizzando un elemento che, tecnicamente, in quella gara non dovrebbe nemmeno esserci?
Credo di no. Inoltre, credo che il lepraggio maschile abbia un altro effetto collaterale: contribuisce a generare gare assolutamente piatte, monotone, poco spettacolari, quasi anestetizzate. Prestazioni enormi sul cronometro, ma povere di contenuto sportivo.

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Un prodotto mediatico poco appetibile

Prova a seguire in TV una maratona d’alto livello in cui uomini e donne partono in contemporanea. Nel 90% dei casi, quando l’inquadratura si sposterà sulla gara femminile, vedrai per quasi due ore e mezza sempre la stessa immagine: due o tre donne a malapena visibili, costantemente alle spalle di altrettante lepri, circondate da altri atleti uomini, che corrono ad un ritmo costante, senza alcuna variazione, senza alcuna azione, senza che le protagoniste prendano mai in mano le sorti della gara quasi fino al traguardo, immancabilmente raggiunto con un crono stellare, che il giorno seguente verrà dimenticato da tutti.

Ma un prodotto mediatico di questo tipo può avere qualche appeal, nell’era in cui l’utente medio riesce a restare concentrato soltanto per pochi minuti ed è alla ricerca di stimoli continui? Non sto dicendo che l’atletica debba necessariamente fare della ricerca della mediaticità una priorità assoluta. Sono fermamente convinto che il nostro sport non debba snaturarsi pur di vendersi meglio al pubblico, ma è innegabile che l’intero sistema d’élite stia in piedi grazie ai brand, ai media e al seguito del pubblico. Considerare questi aspetti è vitale per un sistema professionistico che – se vuole rimanere tale – deve avere la capacità di generare interesse ed introiti.
Negli ultimi anni le federazioni, i media, i brand e gli organizzatori delle gare, si sono interrogati parecchie volte sui modi per promuovere la spettacolarità dell’atletica, arrivando perfino a concepire rivoluzioni tecniche di dubbio gusto nei settori dei lanci, dei salti e della marcia. Dunque mi chiedo: siamo davvero convinti che il noioso spettacolo creato dal lepraggio maschile all’interno di una gara femminile, possa generare una qualsiasi forma d’interesse nel pubblico e tra i runner amatoriali?

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Io sono piuttosto convinto del contrario. Lo dico da malato di atletica: se una gara del genere annoia il sottoscritto, figuriamoci l’effetto che può avere sul pubblico generalista. Temo, inoltre, che lo scenario descritto fino a qui, contribuisca a spostare l’attenzione mediatica sulla gara maschile, che negli ultimi 15-20 chilometri è totalmente libera dalle lepri e di conseguenza si trasforma spesso in un corpo a corpo decisamente più avvincente. Sono sempre più persuaso che questa ricerca spasmodica del risultato cronometrico eclatante, non aiuti né le atlete, né i media, né i brand interessati a promuovere i loro prodotti, né lo sport in generale.
L’atletica è bella perché è misurabile, a patto che la misurazione cronometrica non prenda il sopravvento su tutto il resto.

Un modello virtuoso

Proviamo ad immaginare uno scenario differente: una maratona d’altissimo livello in cui la gara femminile parte con mezz’ora d’anticipo rispetto a quella maschile. Questo modello non è fantascienza, né è il frutto della mia creatività: viene già attuato da svariate gare internazionali di primo livello, come la Maratona di New York.
In questo format, le atlete partono da sole, catalizzando interamente l’attenzione del pubblico e dei media, e seguono una lepre donna – iscritta regolarmente alla gara in quanto donna – che le accompagna fin dove riesce, grossomodo fino a metà gara. Da lì in avanti la maratona entra nel vivo: niente più anonime cavalcate nella scia di una lepre. Solo un corpo a corpo di tattica, intelligenza, pazienza e coraggio. Progressioni, azioni, risposte, lettura delle situazioni, gestione delle energie. Esattamente ciò che rende epici i grandi duelli dell’atletica.

Questo scenario ha due vantaggi enormi. Il primo: il risultato tecnico diventa totalmente legittimo e privo di asterischi. Nessuna interferenza, nessuna dinamica estranea alla gara femminile. Il risultato viene prodotto interamente dalle donne.
Il secondo vantaggio: la gara diventa infinitamente più avvincente. Non è un numero scritto su uno schermo a rendere lo sport entusiasmante: è il confronto tra due o più esseri umani, con le loro fragilità, le loro storie e le loro personalità. Assoldare una mezza dozzina di lepri uomini ed utilizzarle per velocizzare di un paio di minuti la gara femminile, non contribuirà a migliorare l’atletica in alcun modo. Rinunciare allo spettacolo della sfida in favore di cronometro, non avvicinerà il pubblico al nostro sport.


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Gianluca Proietto

Respiro atletica dal giorno in cui sono nato: figlio di un ex azzurro, da adolescente sono stato mezzofondista di livello nazionale. Ha smesso di correre a 15 anni per motivi familiari, senza mai allontanarmi davvero da questo mondo, che ho continuato a seguire con passione. Dopo 35 anni di vita e mille vicissitudini, sono tornato a correre scoprendo d’essere ancora veloce. Oggi sono focalizzato su maratone ed ultramaratone, e coltivo obiettivi ambiziosi. Il primo: scendere sotto le 2h20 in maratona nel 2026. Per The Running Club scrivo principalmente di distanze lunghe, la mia grande passione. Fuori dalla corsa, il filo conduttore della mia vita è la Via della Seta: un amore che m’ha portato a vivere per molti anni in Oriente ed a fondare un tour operator attivo in Georgia, Armenia, Cina e Mongolia.

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