C’è qualcosa di profondamente amaro ogni volta che il nome di un atleta finisce accanto alla parola doping. Non importa quanto fosse grande, quanto importante fosse stato il suo risultato o quanto ci abbia fatto sognare. La sensazione è sempre la stessa. Una crepa. Un rumore secco che distrugge una favola. Un ferita ancora più profonda quando ha crearla è un “campione”, uno di quelli che aveva messo una tacca negli annali dell’atletica.
Perché il doping non colpisce solo chi viene squalificato. Colpisce prima di tutto lo sport, il sacrificio degli avversari, la memoria delle gare raccontate e applaudite, colpisce la passione di chi le guarda. E contribuisce, purtroppo a creare quel dubbio profondo che accompagnerà, dopo, ogni altro nuovo traguardo.
La squalifica di Kibiwott Kandie − come quella di Ruth Chepngetich, di Albert Korir, di Gudaf Tsegay, solo per citare le ultime in ordine di tempo, per non parlare dell’epopea di Alex Schwazer − è una di quelle notizie che non si vorrebbero mai sentire. Non solo per il nome, non solo per il curriculum, ma per ciò che rappresenta. Un atleta che aveva scritto pagine importanti della mezza maratona mondiale e che ora si ritrova travolto da una vicenda che mette prima di tutto in dubbio quello che aveva fatto. Ma che soprattutto mina la credibilità di tutti quelli che sono venuti e verranno dopo. Perché se l’ha fatto lui, non importa quando, lo possono fare tutti.
Cosa è successo: il caso che ha portato alla squalifica di Kibiwott Kandie
L’Athletics Integrity Unit ha inflitto a Kandie una squalifica di sette anni, retroattiva (solo) dal 14 marzo 2025 fino al marzo 2032, dopo averlo ritenuto colpevole di due violazioni antidoping: il rifiuto di sottoporsi a un controllo fuori competizione e il tentativo di manomissione della procedura.
Secondo la ricostruzione, tutto sarebbe iniziato il primo marzo 2025, quando gli ispettori si presentarono a casa sua in Kenya per un test a sorpresa. Kandie firmò inizialmente la documentazione, ma poi prese tempo, fece diverse telefonate e infine si rifiutò di fornire il campione richiesto. Da lì è partita l’indagine.
La parte più pesante dell’intera vicenda è arrivata dopo. Gli investigatori dell’AIU, attraverso verifiche su tabulati telefonici, movimenti finanziari e documentazione presentata dall’atleta, avrebbero accertato che alcune giustificazioni fornite erano false e che alcuni documenti erano stati falsificati. Un dettaglio che ha aggravato in maniera decisiva la sua posizione.
Non si parla, almeno formalmente, di una positività. Il rifiuto di sottoporsi a un test vale quasi quanto un’ammissione indiretta: è una violazione gravissima, perché spezza il principio stesso del controllo.
Chi è Kibiwott Kandie: l’uomo che aveva riscritto la mezza maratona
Kibiwott Kandie, classe 1996, keniano, esploso nel grande circuito internazionale tra il 2019 e il 2020, è stato uno dei volti più luminosi della corsa su strada. Nel dicembre 2020, a Valencia, fermò il cronometro in 57’32”, cancellando il record del mondo della mezza maratona, abbassando di quasi mezzo minuto il limite precedente (58’01” di Geoffrey Kamworor), primo uomo a correre i 21K in meno di 58 minuti. Una prestazione che all’epoca sembrò quasi irreale.
Oggi quel crono resta ancora inciso negli annali. Le violazioni che hanno portato alla sua squalifica, infatti, sono successive e non intaccano formalmente quei risultati. Kibiwott Kandie rimane così il terzo uomo più veloce di sempre sulla distanza, alle spalle soltanto di Jacob Kiplimo e Yomif Kejelcha, e può ancora vantare due delle sei migliori prestazioni di sempre nei 21,097 chilometri.
Non solo. E’ stato vincitore della Mezza Maratona di Valencia per tre volte (nel 2020, 2022 e 2023) e a queste si aggiungono l’argento mondiale nella mezza maratona e il bronzo nei 10.000 metri ai Commonwealth Games. Un “talento” evidente, con la capacità di spingere sempre oltre il limite. Ed è forse questo che rende tutto ancora più doloroso.

