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Home » “I believed!”: Richard Whitehead, il nuovo record mondiale alla Maratona di Milano insieme al pacer team di The Running Club
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“I believed!”: Richard Whitehead, il nuovo record mondiale alla Maratona di Milano insieme al pacer team di The Running Club

Caduta, ripartenza e record mondiale: alla Milano Marathon Richard Whitehead ha superato ogni ostacolo, firmando in 2h40’47” un’impresa costruita metro dopo metro insieme ai suoi pacer.
Dario MarchiniBy Dario Marchini14 Aprile 2026
Richard Whitehead con il pacer team The Running Club all'arrivo della Milano Marathon. Da sinistra, Roberto Patuzzo, Richard Whitehead, Mattia Grifa e Daniele Barison (foto FB Richard Whitehead)
Richard Whitehead con il pacer team The Running Club all'arrivo della Milano Marathon. Da sinistra, Roberto Patuzzo, Richard Whitehead, Mattia Grifa e Daniele Barison (foto FB Richard Whitehead)

Richard Whitehead ce l’ha fatta. Alla Milano Marathon 2026 l’atleta britannico ancora una volta ha migliorato il primato mondiale di maratona per atleti con doppia amputazione. Whitehead ha fermato il cronometro in 2h40’47”, abbassando di quasi un minuto il precedente record di 2h41’36”, stabilito da lui stesso nell’ottobre 2024 alla Maratona di Chicago, e tagliando il traguardo nel cuore della città, in piazza Duomo, tra l’applauso del pubblico.

Un’impresa costruita chilometro dopo chilometro, resa possibile anche grazie al lavoro del team pacer di The Running Club, che ha accompagnato Whitehead lungo tutto il tracciato meneghino. Al suo fianco si sono alternati Roberto Patuzzo, Davide Vitali, Mattia Grifa e Daniele Barison, fondamentali nel garantire ritmo, protezione e assistenza, soprattutto nei momenti più delicati della gara. Un lavoro di squadra preciso e coordinato, che ha permesso a Richard di concentrarsi esclusivamente sulla sua corsa e sull’obiettivo finale.

La maratona di Milano si è così trasformata nel palcoscenico perfetto per un nuovo capitolo della carriera di Whitehead, simbolo dello sport paralimpico internazionale e atleta capace di unire velocità, resistenza e straordinaria determinazione. Com’è nata e come si è sviluppata questa impresa ce lo siamo fatti raccontare direttamente da loro, i suoi “angeli”, che l’hanno vista e vissuta da dentro, metro dopo metro, condividendo fatica, tensione ed emozioni fino all’ultima curva sotto la Madonnina.

Richard Whitehead (foto Francesca Soli)

Il record mondiale di Richard Whitehead

La partenza, come spesso accade nelle grandi maratone, è stata il momento più delicato. “Siamo partiti subito con il passo giusto, io davanti mentre Daniele e Davide correvano ai lati di Richard per proteggerlo – racconta Roberto Patuzzo -. Una necessità cruciale soprattutto nella fase iniziale, quando Richard ha bisogno di spazio per trovare la sua cadenza. Tra la ressa, i cambi di traiettoria e i tentativi di sorpasso, il rischio di collisioni era altissimo”. E infatti, già attorno al secondo chilometro, è arrivato il momento di maggiore paura. “Richard è stato urtato ed è caduto a terra. Un attimo di panico, ma poi si è rialzato ed è ripartito immediatamente”.

Nonostante l’imprevisto, la reazione è stata sorprendente. La ripartenza è avvenuta a ritmo sostenuto, tanto che i primi 5 chilometri sono stati chiuso leggermente più veloce del previsto. “Abbiamo compensato subito nei secondi cinque, poi abbiamo iniziato a battere i ritmi precisi: 19 minuti ogni 5 chilometri, il passo ideale per puntare alle due ore e quaranta”, spiega ancora Roberto.
Una gestione chirurgica della gara, resa ancora più complessa dalle caratteristiche fisiologiche. La sua corsa è molto più dispendiosa dal punto di vista energetico rispetto a quella di un atleta normodotato. “Ha una meccanica diversa, una falcata molto ampia e un consumo altissimo”, spiega Davide Vitali. Durante la maratona assume fino a otto gel energetici, con una spesa calorica stimata intorno alle 5.000 calorie, e necessita di un raffreddamento costante.

Infatti, il tema dell’idratazione è stato centrale per tutta la maratona. Richard corre con una fascia sulla fronte, simile a quella resa celebre da Kipchoge, e ha bisogno di acqua non solo da bere, ma anche da versarsi addosso per abbassare la temperatura corporea.
“A metà gara ho dato il cambio a Daniele e Davide – racconta Mattia Grifa – e mi sono concentrato quasi esclusivamente della sua idratazione”. Richard se ne è accorto subito rinominandolo “waterman”. Mentre ai ristori i bicchierini risultavano insufficienti e inefficaci, Mattia si è occupato di recuperare bottiglie grandi, da un litro e mezzo, portandole sempre con sé, consentendo così a Richard di letteralmente farsi più di una doccia durante ogni frazione. Una strategia vincente, che ha aiutato tutta la squadra a mantenere il controllo nella fase centrale della gara.

In gara: da sinistra Mattia Grifa, Richard Whiteheads e Roberto Patuzzo (foto Richard Whiteheads)

“L’unico momento di gestione un po’ più prudente è stato attorno al trentacinquesimo chilometro, quando Richard ha chiesto di rallentare leggermente – racconta Roberto Patuzzo -. Abbiamo fatto 5 km in 19’20”-19’30”, ma è stata una scelta di cautela, non di sofferenza. La sensazione è che fosse sempre in comfort zone”.

Poi, il finale. Quando il Duomo è apparso piano piano all’orizzonte, Richard ha cambiato sguardo. “All’ultima curva ha iniziato ad aumentare la falcata e mi ha letteralmente tritato”. La natura da ex velocista è emersa con forza impressionante. Negli ultimi 200-300 metri ha accelerato in modo irresistibile, passando a un ritmo ben sotto i tre minuti al chilometro. “Io ho provato a restare con lui, ma non ce n’era: aveva un’altra marcia”, confessa ancora stupito Roberto.

L’arrivo è stato un concentrato di emozione pura. Fatica, responsabilità, tensione sciolte in un abbraccio collettivo. “È stata una mattinata speciale – confessa Davide Vitali – io ero più teso di quando corro una mia gara, sentivo il peso della responsabilità”. Alla fine, però, tutto è andato com’era scritto che dovesse andare. Missione compiuta.

Il grazie di Richard Whitehead

“La Maratona di Milano è stata per me un’opportunità straordinaria per dimostrare il mio valore come atleta élite paralimpico, proprio qui in Italia – ha confessato Richard Whitehead -. Un Paese al quale sono profondamente legato, perché è qui che nel 2006 ho vissuto la mia prima esperienza paralimpica come giocatore di hockey su slittino ed è sempre in Italia che, a Roma nel 2009, sono sceso per la prima volta sotto le tre ore in maratona. Da allora ho sviluppato un rapporto speciale con la corsa in questo Paese, grazie all’ambiente e a una rete di runner che sa davvero sostenere gli atleti nel raggiungimento dei loro obiettivi. Credo fortemente che, per permettere a un atleta di esprimersi al meglio, un evento debba essere realmente inclusivo e supportato da persone disposte ad aiutare gli altri in modo del tutto altruista, proprio come hanno fatto i miei pacer con me”.

“Per arrivare pronto a questo appuntamento – continua Richard – ho fatto grandi sacrifici e ho lavorato duramente su ogni dettaglio: dalla nutrizione alle strategie di recupero, passando per la camera iperbarica, il nuoto, la terapia con luce rossa, i massaggi e molto altro. Sono stato estremamente costante negli allenamenti e ho deciso di affidarmi a un nuovo nutrizionista che mi ha aiutato a raggiungere la migliore condizione fisica della mia vita. Ma senza il supporto in gara, tutto questo non sarebbe bastato. I pacer di The Running Club sono stati semplicemente incredibili. Mi hanno permesso di arrivare alla linea di partenza con la serenità di sapere che dovevo solo mettere un piede davanti all’altro e correre i 42 chilometri nel modo più costante possibile. Roberto, Davide, Daniele e Mattia mi hanno sostenuto dall’inizio alla fine, non solo fornendomi l’assistenza necessaria per riuscire nell’impresa, ma anche trasmettendomi la fiducia di potermi accompagnare, chilometro dopo chilometro, fino a spingermi il più vicino possibile al record mondiale. A loro va il mio grazie più grande. Si sono immersi completamente nel loro compito, portandomi al traguardo nel miglior modo possibile e condividendo con me ogni fase di questo percorso. Perché un record del mondo non è mai il risultato di una sola persona: è il frutto di un vero lavoro di squadra. Insieme abbiamo affrontato 42 chilometri, mostrando a Milano, all’Italia e al resto del mondo cosa rappresenta davvero la corsa: una comunità, la capacità di stare insieme e di fare la differenza”.

In gara: da sinistra Davide Villa, Richard Whiteheads, Daniele Barison e Roberto Patuzzo (foto Richard Whiteheads)

“Sono profondamente grato per tutto questo supporto – ha concluso -. Correre nel “mio” Paese per il secondo anno consecutivo e riuscire a conquistare questo record del mondo ha per me un significato speciale. Le strade piene di volontari e spettatori, il sostegno degli altri runner lungo il percorso, sono stati straordinari. Ma i veri eroi di questa maratona sono stati i miei pacer: senza di loro, il mio miglior risultato non sarebbe mai stato possibile”.

Chi è Richard Whitehead

Richard Whitehead è una delle figure simbolo dello sport paralimpico internazionale, capace di eccellere come velocista e come maratoneta, vincere medaglie ai massimi livelli, abbattere record mondiali e diventare un punto di riferimento anche fuori dalla pista. Nato a Nottingham nel 1976, Whitehead è venuto al mondo con una patologia congenita che ha reso necessaria una doppia amputazione a livello dell’articolazione del ginocchio. Una condizione che, grazie allo sport, si è trasformata nel punto di partenza di una carriera straordinaria.

Fin da bambino, i suoi genitori hanno incoraggiato l’attività sportiva non solo come strumento di riabilitazione, ma come mezzo per sviluppare fiducia, autonomia e per cambiare lo sguardo delle persone sulla disabilità. Nuoto, ginnastica e hockey su slittino sono stati i primi sport di Richard, discipline che gli hanno regalato un forte senso di comunità e amicizia. Ma per lui partecipare non è mai stato sufficiente. Voleva competere, e soprattutto vincere. Da qui la scelta di dedicarsi alla corsa, prima sulle brevi distanze e poi sulle lunghe.

L’inizio della sua avventura nella maratona risale al 2004, quando concluse la New York City Marathon in 5 ore e 18 minuti, indossando le sue prime protesi da corsa. Da quel giorno, non si è più fermato, trasformando la corsa in una vera e propria carriera professionistica. Negli anni è diventato campione del mondo e primatista mondiale nella maratona e nella mezza maratona per atleti con doppia amputazione, imponendosi come uno dei migliori interpreti della disciplina a livello globale.

Parallelamente al suo percorso sulle lunghe distanze, Richard Whitehead si è imposto anche nella velocità. Costretto a orientarsi verso lo sprint per l’assenza di una categoria paralimpica nella maratona a Londra 2012, ha conquistato la medaglia d’oro nei 200 metri T42, stabilendo anche il record mondiale, un successo replicato a Rio de Janeiro nel 2016. In totale, il suo palmarès conta due ori paralimpici, una medaglia d’argento a Rio e l’argento ai Giochi di Tokyo nella categoria T61, oltre a numerosi titoli mondiali ed europei.

Milano Marathon edizione da record: vittoria di Kibiwott e Chekole

Nel 2013, per i servizi resi allo sport e all’atletica, Richard Whitehead è stato insignito del titolo di Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico (MBE), un riconoscimento che sottolinea non solo i suoi risultati agonistici, ma anche il valore sociale della sua attività. Oggi è inoltre membro della UKA Athletics Commission, contribuendo allo sviluppo e alla governance dell’atletica britannica, ed è un apprezzato speaker motivazionale, impegnato sui temi dell’inclusione e della diversità.

Tra le imprese più iconiche della sua carriera figura la sfida delle 40 maratone in 40 giorni, completata nel 2013. Un progetto di enorme impatto mediatico e umano, ispirato alla storia di Terry Fox, l’eroe canadese della “Marathon of Hope”, che nel 1980 attraversò il Canada correndo con una protesi per raccogliere fondi contro il cancro.

Oggi, a oltre vent’anni da quel sogno nato a New York, Richard Whitehead continua a correre e a ispirare. Il traguardo delle cento maratone, raggiunto simbolicamente lo scorso anno proprio nella Grande Mela, rappresenta la sintesi perfetta di una carriera unica: quella di un atleta che ha saputo unire velocità e resistenza, competizione ed esempio, risultati sportivi e cambiamento culturale. Una storia che va ben oltre il cronometro. E noi siamo fieri di averne fatto parte.

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Dario Marchini
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“Designer per vocazione. Giornalista per scelta. Runner per passione”. Così amo riassumere la mia carriera professionale. Laureato in Design al Politecnico di Milano, ho iniziato a raccontare la mia passione per la corsa nel 2008 con il blog Corro Ergo Sum. Giornalista dal 2015, per undici anni ho lavorato nella redazione di Runner’s World Italia. Ho anche collaborato con diverse realtà nell’ambito dell’organizzazione di eventi podistici nazionali e internazionali come Milano Marathon, Abu Dhabi Marathon, Ras al Khaimah Half Marathon, DeeJay Ten, oltre ad essere stato per quattro anni Direttore Sportivo della Wings for Life World Run. Sono Presidente dell’Associazione Sportiva Corro Ergo Sum Runners e Tecnico Istruttore Fidal | Misure: altezza 177 cm, peso 66 kg, scarpe US 10,5 / EU 44,5 / 28,5cm | Velocità riferimento su 10K: 3'40" al km.

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