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Home » “Sono solo dilettanti”: la risposta del mondo social della corsa a Gravina
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“Sono solo dilettanti”: la risposta del mondo social della corsa a Gravina

Crippa vince a Parigi, ma sui social continua la polemica, tra ironia e rabbia, dopo le parole di Gravina su dilettantismo e professionismo.
Dario MarchiniBy Dario Marchini13 Aprile 2026
Gabriele Gravina (immagine creata con AI)
Gabriele Gravina (immagine creata con AI)

Yeman Crippa ha vinto la maratona di Parigi con il secondo miglior tempo italiano di maratona. Un successo storico, perché interrompe un digiuno lungo venticinque anni: l’ultimo italiano capace di imporsi in una grande maratona internazionale era stato Stefano Baldini nel 2001, a Madrid. Solo dieci giorni prima, un’altra azzurra aveva conquistato le prime pagine sportive: Nadia Battocletti, protagonista dell’ennesimo record italiano nei 10 chilometri su strada, a un soffio dal muro dei 30 minuti. Due risultati eccezionali, arrivati a stretto giro e simbolo di un movimento vitale, competitivo, ambizioso.

Eppure, a fare da sfondo alle celebrazioni, sul web e sui social si è fatto largo un coro ricorrente e sarcastico: “È un dilettante”, “Che fosse un dilettante lo abbiamo già detto?”. Commenti apparentemente ironici, ma che raccontano molto del clima “sportivo” che si respira in queste ultime settimane.
Un trend ha trovato terreno fertilissimo dopo le dichiarazioni di Gabriele Gravina, presidente della FIGC, nella conferenza stampa successiva alla debacle mondiale della Nazionale di calcio. Parole pronunciate per spiegare la crisi del pallone italiano che, però, hanno finito per allargare la polemica ben oltre i confini del calcio, coinvolgendo l’intero mondo dello sport.

Alcuni dei commenti social “dedicati” a Gravina

La frase incriminata ha fatto il giro del web in pochi minuti: “Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici, facciamo rapporti su basi di equità. Gli altri sono sport di Stato, come quelli invernali: tolta Arianna Fontana, sono tutti dipendenti dello Stato“. Un’affermazione che, detta nel momento forse più delicato della recente storia azzurra, è suonata a molti come una provocazione. Non tanto – o non solo – per il contenuto tecnico, quanto per il contesto e il tono con cui è stata pronunciata.

Professionismo e dilettantismo

Per comprendere il senso – e i limiti – di quelle parole, e la reazione vibrante del mondo sportivo, occorre tornare a una distinzione spesso non troppo chiara. In Italia, infatti, il professionismo sportivo è riconosciuto per legge solo in alcune discipline: il calcio (Serie A, B e C maschili e Serie A femminile), il basket di Serie A, il ciclismo e il golf. Tutti gli altri sport, atletica compresa, rientrano formalmente nel dilettantismo.

Questo, però, non significa che gli atleti di queste discipline siano dilettanti nel senso comune del termine. Al contrario: si allenano quotidianamente, competono ai massimi livelli internazionali, rappresentano l’Italia in Europei, Mondiali e Olimpiadi. La differenza è giuridica e contrattuale: nello sport professionistico esiste un rapporto di lavoro riconosciuto, in quello dilettantistico no. È su questo piano che Gravina ha provato a costruire la propria spiegazione: il calcio, essendo professionistico, è soggetto a regole, costi e rigidità che non consentono la stessa libertà di gestione e sperimentazione presenti in altri sport. Un’argomentazione tecnicamente non del tutto infondata, ma comunicata nel modo peggiore possibile.

Finalmente Yeman Crippa! Vince la Maratona di Parigi in 2 ore e 5 minuti

Gli “sport di Stato” e il nodo dei gruppi militari

Ancora più controverso il secondo passaggio della conferenza stampa, quello sugli “sport di Stato” e sugli atleti “dipendenti dello Stato”. Una definizione che ha indignato molti, ma che – da punto di vista tecnico – racconta una realtà ben nota.
Gran parte degli atleti italiani degli sport individuali, corsa compresa, è tesserata per i gruppi sportivi delle Forze Armate o dei corpi di polizia: Fiamme Gialle, Fiamme Oro, Carabinieri, Esercito. È un modello che consente agli atleti di sostenersi economicamente in un sistema che, non riconoscendo il professionismo, non garantisce tutele contrattuali.

Il punto critico, però, sta nel modo in cui questo dato è stato utilizzato. Ridurre l’eccellenza sportiva italiana alla definizione di “dipendenti dello Stato”, senza valorizzare sacrificio, professionalità e risultati, è apparso a molti come uno sminuire ingiusto chi negli ultimi anni ha portato medaglie, record e prestigio al Paese.

La reazione: un fronte compatto contro il calcio

Il mondo dello sport ha risposto in coro, partendo dagli appassionati, agli amatori, agli atleti stessi. Da Gianmarco Tamberi, a Gregorio Paltrinieri a Mattia Furlani, passando per decine di campioni olimpici, il messaggio è stato chiaro: il professionismo non si misura dallo status giuridico, ma dal lavoro quotidiano, dalla mentalità e dalla responsabilità con cui si indossa la maglia azzurra.

Nadia Battocletti: 30’08”, nuovo record italiano nei 10K. Ancora primato europeo per Jimmy Gressier nei 5K

Molti hanno colto anche un altro aspetto, forse il più spinoso: l’impressione che, per giustificare le difficoltà del calcio – e le sue – si sia preferito abbassare il valore degli altri sport invece di interrogarsi sulle inefficienze di un sistema che resta il più ricco, il più mediatico e quello che riceve più risorse pubbliche.

Di fronte all’ondata di critiche, Gravina è tornato sui suoi passi, chiarendo in una nota ufficiale FIGC di non aver mai voluto sminuire alcuna disciplina e di riferirsi esclusivamente alle differenze normative tra sport professionistici e dilettantistici. Un chiarimento arrivato però troppo tardi per fermare una polemica ormai dilagante, che ha contribuito a isolare ulteriormente il vertice federale e ad accelerare il percorso verso le dimissioni (fortunatamente).

E che, soprattutto, non ha placato gli animi “irriducibili della tastiera”. Tra sarcasmo e rivendicazioni, gli appassionati hanno continuato a rispondere a gran voce, ad ogni nuovo eclatante risultato, esaltando i propri idoli – olimpici e mondiali – a spese del presidente FIGC. Come dar torto a chi, ogni giorno, trova il tempo e la forza di allenarsi ispirandosi a campioni che vincono, soffrono e rappresentano l’Italia nel mondo? D’altronde, lo sappiamo: sono “solo dilettanti”.

calcio dielttanti gravina mondiali professionisti
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Dario Marchini
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“Designer per vocazione. Giornalista per scelta. Runner per passione”. Così amo riassumere la mia carriera professionale. Laureato in Design al Politecnico di Milano, ho iniziato a raccontare la mia passione per la corsa nel 2008 con il blog Corro Ergo Sum. Giornalista dal 2015, per undici anni ho lavorato nella redazione di Runner’s World Italia. Ho anche collaborato con diverse realtà nell’ambito dell’organizzazione di eventi podistici nazionali e internazionali come Milano Marathon, Abu Dhabi Marathon, Ras al Khaimah Half Marathon, DeeJay Ten, oltre ad essere stato per quattro anni Direttore Sportivo della Wings for Life World Run. Sono Presidente dell’Associazione Sportiva Corro Ergo Sum Runners e Tecnico Istruttore Fidal - Misure: altezza 177cm, peso 66kg, scarpe US10,5/EU44,5/28,5cm. Velocità riferimento su 10K: 3'40" al km.

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