Diadora è tornata a spingere con decisione sull’innovazione e sulla ricerca della massima prestazione con la nuova Gara Carbon 3, scarpa da gara pensata per i runner che cercano velocità, reattività e precisione assoluta su strada. Per raccontare un prodotto così estremo, il brand italiano non ha scelto una cornice qualsiasi, ma il tempio della velocità e della performance: il Misano World Circuit a Misano Adriatico, nel cuore della Motor Valley.
Un contesto che evoca immediatamente competizione, innovazione continua e attenzione maniacale al dettaglio, gli stessi valori che guidano lo sviluppo delle scarpe da running ad altissima prestazione. È qui, dove nascono e vengono sviluppate alcune delle moto più veloci del pianeta, che Diadora ha deciso di costruire il racconto della Gara Carbon 3 (qui la recensione dopo la nostra prova su strada), una calzatura che fa del carbonio, della ricerca e della spinta verso il limite il proprio DNA.
Durante il doppio evento “Anatomy of Carbon – Race the Gara”, con una 5K all’interno del circuito, Diadora e Ducati hanno messo alla prova questo parallelismo tra corsa e MotoGP. Al centro di questo dialogo tra brand profondamente legati dalla loro rilevanza storica e dallo sguardo rivolto al futuro c’è un elemento chiave: il carbonio. Un materiale spesso invisibile, ma fondamentale e capace di mettere in comunicazione due eccellenze italiane. Forme e design diversi, ma un obiettivo comune: trasformare l’energia in prestazione.
A raccontare questa visione Gelindo Bordin, Sport e Marketing Manager Diadora, primo italiano a vincere una maratona olimpica, a Seul nel 1988, e unico atleta azzurro ad aver conquistato la maratona di Boston. Oggi, Gelindo è una figura chiave nello sviluppo del progetto Gara Carbon e nel percorso che ha portato Diadora a ridefinire il concetto di scarpa da gara in carbonio.
Diadora Gara Carbon 3, intervista a Gelindo Bordin:”La scarpa in carbonio va usata con cautela. È una Formula 1: straordinaria, ma non è fatta per essere usata tutti i giorni”
Ciao Gelindo, benvenuto su The Running Club. Ci troviamo in un contesto decisamente particolare al Misano World Circuit, circuito che ospita MotoGP e Superbike a Misano Adriatico. Perché avete scelto proprio questo luogo per presentare la Gara Carbon 3?
“Abbiamo voluto portarci volutamente in un ambiente dove la tecnologia non è un concetto astratto, ma qualcosa che si traduce in risultati concreti e successi reali. Se pensiamo alla nostra storia, a Montebelluna e alla sua area, parliamo di un territorio dove da secoli ci sono persone capaci di lavorare sulla calzatura, di sviluppare know-how artigianale e industriale. Qui, invece, siamo nella Motor Valley, un luogo simbolo dell’eccellenza tecnologica italiana, dove grandi brand, a partire da Ducati, progettano, sviluppano, testano e portano al limite i propri prodotti. Dal momento che oggi parliamo di carbonio e lanciamo una scarpa in carbonio, ci sembrava naturale e coerente collegare questi due mondi, che alla fine condividono lo stesso obiettivo: la massima performance”.

Quindi il legame con il mondo delle due ruote non è solo simbolico?
“No, non è solo simbolico. Ducati, nostro partner, lavora sul carbonio da tantissimi anni, lo utilizza come elemento strutturale e funzionale, non solo estetico. Diciamo che osservando quel mondo abbiamo anche imparato molto, abbiamo preso spunto, abbiamo ‘rubato’ qualcosa in termini di approccio mentale e di metodo. Ovviamente ogni prodotto ha le sue specificità, ma il concetto di base è lo stesso: sfruttare al massimo le proprietà del carbonio per ottenere prestazioni superiori”.
Quindi possiamo dire che, in qualche modo, dentro questa scarpa c’è anche un po’ di Ducati?
“Questo ufficialmente non posso dirlo, però possiamo scherzare dicendo ai podisti che vogliono correre una maratona veloce che, se vogliono farlo con una ‘Ducati ai piedi’, in un certo senso possono farlo. Ovviamente stiamo esagerando, ma il parallelismo rende bene l’idea. La parte davvero interessante, dal punto di vista tecnologico, è la piastra in carbonio”.

Ed è infatti proprio la piastra che colpisce subito: ha una curva molto marcata, un profilo particolare. Cosa puoi raccontarci su questo elemento?
“Quando parliamo di scarpe altamente performanti dobbiamo sempre ragionare su due livelli fondamentali. Il primo è il materiale dell’intersuola, il secondo è la piastra. Per quanto riguarda la Gara Carbon 3 utilizziamo un Super Critical Foam che si chiama Anima PBX. Con questo materiale abbiamo raggiunto un ritorno elastico dell’85%, che oggi rappresenta il valore più alto disponibile sul mercato. Non siamo gli unici a usare materiali di questo tipo, ma siamo gli unici ad aver sviluppato una piastra in carbonio con questo livello di studio e di funzionalità”.
Spesso, sui social, in video, si vede gente piegare le scarpe in carbonio per valutarne la reattività. È un approccio corretto?
“No, in realtà è un fraintendimento abbastanza comune. Non è quello il suo scopo. La piastra serve a irrigidire la calzatura per aumentare la lunghezza della leva di spinta. Se io ho una scarpa che flette molto, la spinta parte dai metatarsi e arriva alla caviglia con una leva relativamente corta. Quando irrigidisco il prodotto, invece, la scarpa non flette più e la spinta si concentra sull’alluce. In questo modo la leva si allunga e, moltiplicando l’energia prodotta per la lunghezza della leva, ottengo molta più energia che viene scaricata sulla caviglia e poi su tutta la catena muscolare, quindi polpacci, gemelli, soleo e anche sul tendine d’Achille. Per questo è un prodotto che richiede preparazione”.

La curvatura della piastra che ruolo gioca in tutto questo?
“La leva la puoi ottenere sia con una piastra dritta sia con una piastra curva. La differenza è che una piastra curva aggiunge l’effetto altalena. Circa il 50% dell’efficacia complessiva di una piastra in carbonio deriva proprio da questo effetto. Se la piastra è curvata nel modo corretto, quando spingi con l’alluce ricevi una risposta dal tallone, una spinta che ti aiuta nella fase di propulsione. Questo tipo di lavoro non è affatto comune”.
Come siete arrivati a definire questa geometria così specifica?
“Prima di entrare nel mondo delle piastre in carbonio abbiamo fatto uno studio molto approfondito, durato circa due anni. Abbiamo lavorato con i nostri ingegneri per capire esattamente dove e come la piastra dovesse funzionare. Alla fine abbiamo disegnato una piastra molto alta nella zona del tallone, tanto che quasi lo tocca, lasciando però circa quattro millimetri di materiale morbido per evitare fastidi. È molto bassa nel punto di rullata, così da amplificare l’effetto altalena, ed è altissima nella zona della punta, dove avviene la spinta sull’alluce. Questo disegno crea una grande escursione e massimizza l’effetto propulsivo”.
Anche il tipo di carbonio utilizzato fa la differenza?
“Assolutamente sì. Noi non utilizziamo carbonio iniettato, ma lavoriamo con lastre, fogli sottilissimi di carbonio. Questi fogli possono essere monodirezionali, offrendo solo rigidità longitudinale, oppure bidirezionali. Noi li utilizziamo in modo bidirezionale, così la piastra ha rigidità sia longitudinale sia trasversale. È una soluzione molto leggera che allunga la leva di spinta e fornisce quella spinta extra durante la rotazione del passo”.
Passando alla Gara Carbon 3, cosa è cambiato rispetto alla versione precedente?
“La piastra non l’abbiamo toccata, perché questo studio è arrivato a maturazione nel tempo. Dove abbiamo lavorato è sulla calzatura nel suo insieme. Se la Gara Carbon 2 aveva un piccolo limite, era il peso: parliamo di circa 225–230 grammi nella precedente versione. Oggi, nella taglia di riferimento, cambiando la densità dell’Anima PBX da 0,14 a 0,09, abbiamo tolto circa 20 grammi”.

Oltre al peso, dove siete intervenuti ancora?
“Abbiamo modificato la forma rendendola leggermente più fasciante nell’avampiede. Era una scarpa molto comoda, ma alle alte velocità poteva creare qualche frizione. Abbiamo mantenuto il materiale Matrix nella tomaia, che contiene filati di carbonio, e abbiamo cambiato il materiale della suola. Siamo passati a un TPU che ci permette di utilizzare fogli molto sottili, con un’altissima resistenza all’abrasione e un grip decisamente migliore sulle superfici bagnate. Anche questo ha contribuito a ridurre ulteriormente il peso”.
Il ritorno elastico è aumentato?
“Sì, siamo passati da un ritorno elastico di 0,80 a 0,85, che oggi è il massimo possibile. È una scarpa più leggera e più elastica. Considerando che in una maratona si fanno circa 26.000 passi, anche solo 20 grammi in meno significano portare meno peso a ogni passo, quindi affaticarsi meno e migliorare il risultato finale”.

In The Running Club, durante i nostri test abbiamo percepito una maggiore stabilità, non scontata per una scarpa così estrema. È una scelta precisa?
“Sì, è una scelta voluta. Io stresso sempre i miei tecnici su questo aspetto. Vengo da un’epoca in cui gli infortuni erano all’ordine del giorno e correvamo quasi con delle pedule. Anche in una scarpa estrema, pensata per altissime velocità, c’è sempre un momento in cui perdi la capacità di sostenere l’avampiede e torni ad appoggiare di tallone, soprattutto quando sei stanco. Quindi abbiamo diviso l’intersuola in due elementi e reso piena la parte interna, così da garantire un appoggio totale. Il 90% delle persone atterra all’esterno e poi si dirige verso l’alluce. La piastra in carbonio accelera questo movimento, quindi il trasferimento trasversale delle forze è fondamentale. Per questo abbiamo allargato la base d’appoggio, copiando il concetto delle chiodate, che hanno due punti di appoggio iniziali fondamentali per la stabilità”.
Anche per questo, quindi, risulta molto comoda anche solo indossata…
“Da fermo può sembrare quasi una scarpa da tutti i giorni, ma non bisogna farsi ingannare. Il motore che c’è sotto crea molta potenza e stressa in modo importante polpacci, gemelli, soleo e tendine d’Achille. Non bisogna abusarne. Va usata in gara e in alcuni lavori veloci. Per l’allenamento quotidiano esistono prodotti più adatti. La scarpa in carbonio va usata con cautela. È una Formula 1: straordinaria, ma non è fatta per essere usata tutti i giorni”.

