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Vincere la Maratona di New York non è soltanto una questione di talento. La prestazione di Andreas Almgren nasce da una preparazione costruita sulla durabilità, sulla gestione intelligente delle intensità e su volumi di lavoro straordinari. Dalle doppie sessioni di soglia ai lunghi progressivi, passando per l’altitudine e una strategia nutrizionale capace di sostenere fino a 120 grammi di carboidrati all’ora, il suo metodo offre interessanti spunti anche agli amatori.

La Maratona di New York 2026 è stata segnata da una tragedia: Rachel Apa, runner americana di 24 anni, è morta dopo aver accusato un malore a circa due miglia dal traguardo, all’interno di Central Park. Soccorsa immediatamente e trasportata in ospedale, la giovane non è riuscita a sopravvivere. Secondo quanto riferito dal padre, il decesso sarebbe riconducibile a una rabdomiolisi, una grave complicanza che può verificarsi dopo uno sforzo fisico intenso.

Nausea, crampi addominali e vomito sono disturbi frequenti tra i maratoneti, anche dopo mesi di preparazione. La fatica prolungata, la riduzione del flusso sanguigno verso stomaco e intestino, il caldo e una strategia nutrizionale inadeguata possono mettere in crisi l’apparato digerente. Ma l’intestino si può allenare, proprio come i muscoli. Il cosiddetto training the gut permette di migliorare la tolleranza ai carboidrati e ridurre i problemi gastrointestinali durante la gara.

Il recupero dopo una maratona non si esaurisce al traguardo, ma prosegue nei giorni successivi, quando l’organismo deve ripristinare le riserve energetiche e riparare i danni muscolari. L’alimentazione svolge un ruolo fondamentale: carboidrati e proteine sono essenziali nelle prime ore, mentre nei giorni successivi è importante tornare gradualmente a una dieta equilibrata.