Ci sono figure che non hanno bisogno di spiegare chi sono: basta ascoltarle. Massimo Magnani appartiene a questa categoria. Nella sua voce convivono l’esperienza dell’atleta che ha macinato chilometri quando la maratona era ancora un territorio selvaggio, e la lucidità del tecnico che ha visto cambiare l’atletica, la tecnologia, la cultura sportiva e perfino gli atleti stessi.
La sua storia sportiva è nata quasi per caso, conquistato dalla corsa grazie all’incontro con il professor Giampaolo Lenzi (allenatore tra gli altri di Laura Fogli e Salvatore Bettiol). Magnani — Ferrara, 1951 — è stato tra i primi a credere nella maratona in giovane età, correndo la sua prima a soli 21 anni, quando la distanza era considerata terreno per atleti “a fine carriera”. Ed è considerato tutt’oggi uno dei migliori maratoneti azzurri degli anni ’70 e ’80. Con un primato personale di 2h11’02’’ stabilito nel 1985, ha partecipato a due edizioni dei Giochi Olimpici: Montréal 1976 (13° in 2h16’56’’) e Mosca 1980 (8° in 2h13’12’’).
Terminata l’attività agonistica, Magnani è diventato allenatore di livello internazionale — tecnico di numerosi atleti élite, tra cui Iliass Aouani e Rebecca Lonedo — e punto di riferimento per la crescita dei giovani talenti. Nel corso degli anni ha saputo trasformare la propria esperienza di atleta in una filosofia d’allenamento che mette al centro la persona, le sensazioni, l’individualità. Non un semplice tecnico, ma un punto di riferimento per generazioni di corridori, dai giovani a chi ambisce a competere ad alto livello.
Intervista a Massimo Magnani: “L’uomo nasce ogni giorno con le stesse caratteristiche. Cambia la società, il contesto, ma non il corpo. E l’atletica si basa sul corpo”.
Ciao Massimo, grazie di essere con noi e benvenuto su The Running Club. Da grande atleta quale sei stato, cosa è cambiato nell’atletica da quando correvi tu?
“Sono cambiate tantissime cose, e allo stesso tempo quasi niente. È questo il paradosso dell’atletica moderna. Certo, oggi abbiamo a disposizione tecnologie che ai miei tempi erano impensabili, materiali sofisticati, strumenti di misurazione e scarpe che sembrano uscite da un laboratorio futuristico. Ma, nonostante tutto questo, l’essere umano rimane identico: funziona oggi esattamente come funzionava vent’anni fa, o cento anni fa. La fisiologia non cambia, i meccanismi interni che regolano l’efficienza e la resistenza sono sempre quelli, e anche i sistemi che dobbiamo allenare per costruire un maratoneta restano immutati. La tecnologia può dare una mano, soprattutto attraverso le scarpe di nuova generazione, che permettono di risparmiare energia e di arrivare nella parte finale della gara un po’ più freschi, un po’ più lucidi. Non ti fanno andare più forte per magia, non trasformano nessuno in un atleta diverso da ciò che è. Semmai ti consentono di essere più economico nel gesto, di spendere meno ad ogni passo, di gestire meglio lo sforzo. È un vantaggio, ma non è determinante come molti pensano. Per il resto, la maratona resta un affare semplice e crudele: bisogna imparare a durare, a consumare poco, a essere efficienti. Chi vuole correrla davvero deve lavorare sugli stessi ingranaggi di sempre, sugli stessi equilibri interni, sulle qualità che permettono al corpo di reggere quarantadue chilometri senza crollare. E questo, per fortuna o per destino, non lo cambierà nessuna tecnologia. La fisiologia dell’uomo rimane la stessa, ed è lì che bisogna continuare a lavorare”.
Alleni Rebecca [Lonedo] e si nota che punti molto sulle sensazioni più che sui ritmi. È così?
“Sì, assolutamente. Sono convinto che sia l’allenamento a fare davvero la differenza, non il ritmo in sé. Il ritmo non è un obiettivo: è solo la conseguenza del motore che ognuno ha in quel momento. Per questo insisto nel lavorare sulle qualità da sviluppare — resistenza, capacità di sostenere lo sforzo, efficienza del gesto — e non sui tempi. I ritmi devono evolvere gradualmente mentre ci si avvicina all’obiettivo, non essere un’ossessione. Non inseguiamo il cronometro: è il lavoro quotidiano che costruisce il corpo e la mente necessari per correre a un certo tempo. Il ritmo arriva quando il percorso è stato fatto, non prima”.
Molti amatori dicono: “Voglio fare 3 ore in maratona”, ma valgono 3 ore e 20 minuti. Come li vedi?
“Succede spesso e, lo ammetto, mi fa sorridere. Molti arrivano con un tempo già in testa, come se bastasse dichiararlo per farlo diventare realtà. Ma l’allenamento non funziona così: si parte da una fotografia autentica di ciò che si vale in quel momento, non da un desiderio. Dire “tolgo venti minuti” non ha senso se non si capisce quali adattamenti servono e quale resistenza bisogna costruire. Il punto è capire quali qualità allenare, non inseguire un numero. L’obiettivo è importante, certo, ma non può scavalcare i valori reali di partenza. Se lo fa, si rischia solo frustrazione, perché si pretende dal corpo qualcosa che ancora non può dare”.
Parliamo dei test: tutti gli allenatori ne hanno. Tu però non li sveli…
“Non dico quali sono i miei test perché, purtroppo, tante persone finirebbero per infilarli a caso dentro una programmazione, senza capire davvero a cosa servono. E i test non sono formule magiche: non esiste l’allenamento che, da solo, fa la differenza o che garantisce automaticamente un risultato. Spesso si tende a mitizzare certi lavori, a considerarli quasi dei riti iniziatici, ma non è così che si costruisce un atleta. Prendiamo il classico 3×3000 + 1000, che molti considerano un riferimento assoluto. È un allenamento che, sì, può dare indicazioni, ma soprattutto offre un sostegno mentale. Ma bisogna essere onesti: a volte viene bene, altre no. E non è certo da questi allenamenti che nasce il valore di un maratoneta. Non sono i test a far crescere un atleta: è tutto il resto del lavoro quotidiano. Ciò che serve veramente è concentrarsi sulle qualità profonde da sviluppare, monitorare con attenzione i progressi, osservare come il corpo risponde ai carichi e come si adatta nel tempo. Le ripetute — che siano lunghe, corte, lente o veloci — sono soltanto strumenti. Strumenti utili, certo, ma pur sempre strumenti. Non devono diventare totem da venerare o dogmi da rispettare alla lettera. L’obiettivo reale non è completare un allenamento ‘famoso’, ma migliorare nelle caratteristiche che servono per reggere una gara, per governare la fatica, per diventare più efficienti. È questo il percorso che costruisce un atleta vero, non la ricerca ossessiva del test perfetto”.
Hai allenato sia uomini che donne. Quali differenze hai trovato, soprattutto a livello mentale?
“Le donne sono una grande invenzione. Hanno una complessità particolare, una sensibilità che va capita, rispettata e ascoltata con attenzione. Tecnicamente non cambia nulla: la maratona resta 42 chilometri per tutti. Ma a livello psicologico cambia tutto, e di molto. È lì che emergono le differenze più profonde. Gli uomini, soprattutto quelli di alto livello, non sono affatto più semplici: anzi, spesso sono estremamente esigenti, vogliono capire ogni dettaglio, non si accontentano della prima risposta. Hanno una loro sensibilità, diversa ma altrettanto complessa. Le donne, rispetto agli uomini, magari hanno un po’ meno forza, questo è naturale, ma possiedono una capacità di sofferenza e una tenuta mentale che molti uomini non hanno. E questa cosa, nel nostro sport, fa una differenza enorme. A me ha sempre affascinato studiare la personalità degli atleti, entrare nel loro mondo, capire come funzionano davvero dentro. È una parte fondamentale del mio lavoro”.

Negli ultimi anni si discute sulla distanza dei cross femminili. Dovrebbero essere uguali a quelli maschili?
“Sì, in teoria le distanze dovrebbero essere identiche — e non lo dico io, lo dice il regolamento internazionale. A livello mondiale, in molti paesi, questa parità è già realtà. Da noi, invece, è tutto più complicato. Ci sono mille variabili, mille categorie, mille esigenze organizzative: i campionati di società, le diverse fasce d’età, le distanze ‘lunghe ma non troppo’, oppure ‘corte ma non troppo’, e alla fine si genera solo confusione. Si tende a spezzettare tutto e a perdere di vista l’essenza della disciplina. Il cross, infatti, è fondamentale. È una palestra straordinaria tanto per il fisico quanto per la mente. È un terreno che forma davvero gli atleti, li tempra, li costringe a confrontarsi con la fatica pura, quella non filtrata dal cronometro. Perché nel cross il tempo non conta: non c’è il riferimento dei chilometri segnati al centimetro, non c’è la pista perfetta, non ci sono intertempi a cui aggrapparsi. C’è solo il corpo, il terreno, il ritmo interiore. È questo che rende il cross un’esperienza così formativa. Gli africani eccellono perché seguono l’istinto. Molti di loro corrono senza cronometro, senza GPS, senza la pressione di dover verificare a ogni metro se stanno andando al ritmo giusto. Corrono ascoltandosi, lasciando parlare il corpo. Per molti allenatori è più comodo allenare stando in pista, ed è comprensibile: è un ambiente ordinato, controllato, sempre uguale. Ma può diventare un limite per l’atleta. Io provengo da una scuola di allenatori che sul campo ci stava davvero, ogni giorno. Parlo di persone come Renzi, Gigliotti, Canova, Gaspari… allenatori veri, formati lì, nel fango, nella polvere, nel vento, a contatto diretto con gli atleti. Gente che osservava, che ascoltava, che interpretava ciò che vedeva, perché un atleta non si comprende da un numero scritto su una tabella: si comprende guardandolo lavorare. Allenare a distanza si può fare, e l’ho fatto anch’io per lunghi periodi. Funziona, ci si può organizzare, si riescono a gestire programmi e carichi. Ma non è la stessa cosa. Stare accanto all’atleta, vederlo arrivare, capire come respira, come reagisce, come recupera… vale più di qualsiasi numero. Il nostro lavoro è fatto di presenza e relazione: è sul campo che capisci cosa serve davvero e cosa invece va cambiato. Nessun GPS o file Excel può sostituire lo sguardo quotidiano sull’atleta”.
Ogni tuo atleta ha un programma differente?
“Assolutamente sì. Ogni atleta ha il proprio percorso, la propria storia, il proprio ritmo di crescita. Un giovane di vent’anni, per esempio, ha esigenze, tempi di recupero e capacità di adattamento completamente diverse rispetto a un atleta adulto. E chi è già di alto livello vive dinamiche ancora differenti da chi invece sta muovendo i primi passi o si trova in una fase di costruzione. Non si può pensare di comprimere tutti dentro un’unica tabella. I lavori di gruppo, certo, hanno una loro utilità e una loro bellezza: condividere la fatica fa bene, crea spirito di squadra, aiuta a sostenere ritmi che da soli sarebbero più difficili. Ma quella è la parte generale, quella che serve a costruire la base comune. Quando però ci si avvicina alla specificità del gesto atletico — che sia la maratona, i 10.000 metri o una distanza più breve — lì l’allenamento deve necessariamente diventare individuale. Più si entra nel dettaglio, più è indispensabile che ciascun atleta percorra la propria strada, seguendo un programma che rispecchi le sue caratteristiche fisiche e mentali, la sua storia, i suoi tempi biologici. L’obiettivo è far crescere ogni atleta al meglio delle sue possibilità, e questo si può ottenere solo con percorsi personali, cuciti su misura”.
Quanto potrebbe aiutare un compagno d’allenamento, ad esempio un’atleta come Rebecca [Lonedo]?
“Moltissimo. La presenza di un compagno d’allenamento fa davvero la differenza, ma non perché deve dettare il ritmo. L’aiuto arriva dal fatto che la fatica viene condivisa: quando non sei da solo, il carico mentale si alleggerisce subito e tutto diventa più gestibile. Il compagno di allenamento non è un avversario: è qualcuno che ti accompagna, che ti protegge, che sposta l’attenzione dalla fatica pura a qualcosa di più leggero. Ti aiuta a non rimanere incollato alla tensione, soprattutto nei lavori impegnativi o nei lunghi, e ti permette di affrontare lo sforzo con un’altra testa. E questo si riflette anche in gara: chi è abituato a condividere la fatica sviluppa una naturalezza diversa, una tranquillità mentale che poi porta con sé. La fatica diventa una compagna di viaggio, non un nemico. E affrontarla diventa molto più semplice”.
Prima di chiudere: è vero che vuoi correre una maratona a 100 anni?
“Certo! Ho corso una maratona a 50 anni e la prossima la farò a 100. È già in programma. Per adesso mi mantengo in movimento, vado in bicicletta, faccio stretching. La parte specifica la affronterò tra i 95 e i 100 anni. E sul dove correrla… vedremo, magari vicino a casa. Chi lo sa, magari proprio a Ferrara…”.

