Rebecca Lonedo è una di quelle atlete che si scoprono poco alla volta. Schiva, umile – forse anche troppo – ha costruito passo dopo passo una carriera che nell’ultimo anno ha trovato il suo punto di svolta. Maratoneta per vocazione e per evoluzione naturale, Rebecca ha iniziato nel 2012 tra 800 metri e mezzofondo, senza risultati eclatanti, se non la consapevolezza di avere dentro qualcosa che aspettava solo il momento giusto per emergere.
L’allungamento delle distanze, dai 10.000 (32’28”) alla mezza maratona (1h10’13”), è stato il passaggio decisivo. Poi la maratona, la distanza che l’ha stregata e che l’ha iscritta nell’albo delle grandi atlete italiane, prima ad Amburgo (2h28’42”) e ora a Siviglia (2h24’28”).
Nella vita, oltre a correre, Rebecca vesta i colori della Polizia di Stato. Prima ancora ha studiato Scienze Motorie, una scelta ragionata in un periodo in cui non era sicura di riuscire a entrare in un gruppo sportivo. Quel “piano B” che allora era un piano A, oggi convive con una carriera agonistica che le prende tempo, energie e cuore. Nonostante ciò, la voglia di tornare agli studi – magari con un master – rimane un desiderio vivo.
L’ingresso in Polizia è arrivato nel 2022, non più giovanissima rispetto alle classiche “promesse”, ma dopo un anno di risultati eccellenti: due mezze maratone importanti, tempi convincenti e la sensazione di essere finalmente pronta per fare il salto nel professionismo.
C’è qualcosa di magnetico nel modo in cui Rebecca Lonedo racconta la sua storia. Non è una narrazione gridata, non c’è ostentazione. Le sue parole scorrono con la stessa naturalezza della sua corsa: misurate, controllate, a tratti timide, ma capaci di rivelare una determinazione che sorprende.
Intervista a Rebecca Lonedo: “Fuori dalla corsa sono una persona semplice…”
Nel 2021, dopo il periodo del Covid, Rebecca ha deciso di giocarsi davvero tutte le sue carte nell’atletica. Si è trasferita a Rubiera per provare, mentre continuava gli studi, a ottenere risultati più seri e concreti. In quel momento ha scelto di farsi seguire da Stefano Baldini, che le ha permesso di compiere un vero salto di qualità. Quell’anno è diventato il suo punto di svolta…
Ciao Rebecca, sei celebre per il fatto che ti alleni quasi sempre in solitaria. Come fai?
“Allenarmi da sola per me non è mai stato un peso, anzi, mi viene naturale. Correre è qualcosa che sento dentro, fa parte di me da sempre, e questo rende tutto più semplice. Certo, ogni tanto ho qualcuno che mi accompagna in bici o qualche compagno per alcuni tratti, ma la verità è che per la maggior parte del tempo sono sola. E, col passare degli anni, questa cosa mi ha rafforzata tantissimo. Quando affronti un allenamento in solitudine impari a gestire ogni sfumatura della fatica, senza distrazioni e senza appoggi esterni. E questo torna utile in gara, soprattutto nei momenti più duri, quando non puoi contare su nessuno e devi cavartela solo con quello che hai dentro”.
Cosa ti hanno lasciato i tuoi due allenatori, Stefano Baldini prima e Massimo Magnani ora?
“Con Stefano sono stata cinque anni, ed è stato un periodo fondamentale per la mia crescita. Quando sono arrivata da lui non doppiavo quasi mai, non avevo sedute specifiche, non conoscevo davvero cosa significasse allenarsi da atleta di alto livello. Mi ha completamente rivoluzionata: mi ha introdotto lavori nuovi, strutturati, e mi ha fatta crescere in ogni aspetto. E poi, sinceramente, allenarmi con un campione olimpico mi dava una carica incredibile. Sapere che la persona che ti segue ha vinto un’Olimpiade è qualcosa che ti spinge a dare sempre di più, anche quando sei stanca o non ci credi abbastanza. Con lui ho fatto il mio primo vero salto di qualità, riscoprendo certi allenamenti, come il medio o la palestra. Con Massimo invece il percorso è diverso, quasi opposto, ma complementare a quello che ho fatto con Stefano. Lui punta tantissimo sull’ascolto del corpo e sull’equilibrio interno, su una gestione più ‘umana’ e meno ossessionata dai numeri. Non impone il cronometro, non vuole che diventi una schiavitù. Mi ripete spesso che la pazienza è parte dell’allenamento e che ogni seduta deve essere vissuta con consapevolezza, non come una battaglia contro il tempo. Sto imparando a conoscermi davvero grazie a lui: a capire quando spingere, quando frenare, quando accettare una giornata no e quando, invece, sfruttare una giornata sì”.

L’atletica amatoriale è piena di appassionati che seguono la moda tecnologica, dalle scarpe agli orologi. Tu come la vivi?
“In realtà io non sono per niente una fanatica della tecnologia. Uso solo un Garmin, giusto per avere un riferimento generale, e ogni tanto metto la fascia cardio, ma lo faccio quasi per costringermi a rallentare nei fondi lenti, perché tendo sempre ad andare un po’ troppo forte senza accorgermene. La utilizzo come un freno, più che come uno strumento di performance. Seguo quello che prepara Massimo: lavoriamo con la misurazione del lattato, controlliamo le frequenze cardiache, facciamo test specifici che gli servono per capire il mio reale stato di forma e calibrare i ritmi ideali. Con Massimo sto imparando che i numeri sono utili, certo, ma non devono diventare un’ossessione”.
Quest’anno per la prima volta sei stata in Kenya per un periodo di preparazione. Cosa significa per un atleta professionista andare ad Iten ad allenarsi?
“All’inizio è stato davvero difficile. Mi ero immaginata tutt’altro: pensavo di trovare percorsi pianeggianti, lineari, qualcosa di più ‘semplice’ da gestire. Invece mi sono ritrovata in mezzo a saliscendi continui, senza un metro di tregua. E poi l’altura: a 2400 metri anche solo respirare diventa uno sforzo, figuriamoci correre. I primi giorni sono stati durissimi, non lo nascondo. Ero frustrata, spesso finivo per piangere dalla rabbia, perché non mi capacitavo di quanto stessi andando piano. Guardavo il Garmin e vedevo numeri che non avevo mai visto, ritmi che da casa mi sarebbero sembrati impossibili. E questo mi mandava completamente in crisi: più controllavo l’orologio, più mi sentivo incapace. La svolta è arrivata quando ho deciso di smettere di guardarlo. È stato quasi liberatorio. Ho iniziato a correre seguendo solo le sensazioni, ascoltando il respiro, la spinta delle gambe, il modo in cui il corpo rispondeva alla fatica. E da lì tutto è cambiato”.
La maratona di Amburgo, che abbiamo corso insieme, ti ha regalato un grande tempo e la qualificazione per i Mondiali di Tokyo. Che emozioni hai provato?
“A Tokyo, sinceramente, non ci volevo nemmeno andare. L’idea di affrontare una maratona così difficile, con condizioni climatiche estreme e così poca esperienza alle spalle, mi terrorizzava. Non mi sentivo pronta, né mentalmente né fisicamente. Continuavo a ripetermi che sarebbe stato troppo, che rischiavo di farmi travolgere dall’ansia. È stato Massimo Magnani a convincermi, con la sua calma e il suo modo di mettermi davanti le cose senza pressione. Mi ha fatto capire che quell’occasione era un passo importante, indipendentemente dal risultato. Ma non nego che nei giorni precedenti alla gara ero nel panico: dormivo male, avevo la testa ovunque, e più si avvicinava il giorno della partenza, più sentivo crescere la paura. Poi però, una volta lì, ho deciso di liberarmi di tutto. Ho corso senza guardare l’orologio, senza inseguire un ritmo prestabilito, affidandomi solo alle sensazioni, al mio corpo e a quel filo di fiducia che Massimo era riuscito a trasmettermi. Ho provato a stare dentro la gara, a respirarla e gestirla come veniva, senza forzare, senza pensare al tempo. E alla fine è stato quasi un regalo: chiudere ventesima al mio secondo tentativo sulla distanza, in un mondiale, in condizioni difficilissime… non me lo sarei mai aspettato”.

Tu sei insicura e molto dura con te stessa, quasi troppo. Da dove nasce questa cosa?
“Dentro di me convivono due parti che spesso si scontrano: da un lato credo in me stessa e so cosa voglio raggiungere, dall’altro però tendo a sottovalutarmi continuamente. È più forte di me: anche quando faccio le cose bene, penso subito che potrei fare meglio, che non è abbastanza, che c’è sempre qualcuno più forte. Massimo questo lo vede subito, e me lo ripete spesso: dice che sono ingiusta con me stessa, che mi tratto con una durezza che non ha senso rispetto a quello che sto costruendo. E ogni volta mi ritrovo a rispondergli: ‘Se in certi momenti non riesco a credere in me, allora intanto credo in te che credi in me’. È un aspetto su cui sto lavorando molto. Non è semplice cambiare un modo di pensare che ti porti dietro da anni, ma sto imparando a riconoscere quando sono troppo critica, quando mi giudico senza motivo. E piano piano, grazie al lavoro che stiamo facendo insieme, sto cercando di dare più valore a quello che faccio e di avere un po’ più di fiducia in me stessa”.
Hai un rimpianto sportivo?
“Uno dei rimpianti più forti che ho è legato a una mezza maratona a Roma. Quel giorno stavo veramente bene: ero in testa, sentivo che le gambe giravano, che il ritmo era quello giusto. A un certo punto ho deciso di accelerare e ho preso un bel vantaggio su Giovanna Epis. Mi sembrava la scelta perfetta, sentivo che potevo portarla fino in fondo. Il problema è che sono partita troppo presto, spingendo con troppo anticipo. In quel momento ero convinta fosse la mossa giusta, poi invece, negli ultimi metri, l’ho vista tornare sotto. Mi ha ripresa proprio alla fine. E così ho perso il titolo italiano, quando ormai pensavo di averlo in mano. Ma alla fine sono contenta di quello che ho fatto e quello che sto facendo. E se mi avessero detto che avrei fatto tutte queste cose anni fa, non ci avrei mai creduto. Quindi va bene così. Quello che voglio adesso è riuscire a raggiungere i miei prossimi obiettivi”.
Una curiosità: oggi non hai un brand tecnico fisso. Come mai?
“Dopo l’esperienza con Asics, nel 2025 ho sentito proprio il bisogno di cambiare. Non perché mi trovassi male, anzi, ma perché avevo corso sempre e solo con lo stesso brand e avevo voglia di capire come reagiva il mio corpo a modelli diversi, a sensazioni nuove sotto ai piedi. Era un passaggio che sentivo necessario, quasi per conoscermi meglio come atleta. In quella fase ho avuto il supporto di Matteo di Don Kenya Run, che è stato fondamentale. Mi ha aiutata tantissimo, sia dal punto di vista pratico che umano. Mi ha messo a disposizione diversi modelli da provare, mi ha seguito nelle scelte e mi ha supportata nelle gare più importanti, come Amburgo e Tokyo (e anche Siviglia, nda), dove avevo bisogno di certezze e di qualcuno che credesse in me anche nei momenti di maggiore confusione”.
La Maratona di Siviglia: il capolavoro
Dopo la prima parte di intervista, dove non l’ha mai nominata, Rebecca Lonedo ha corso la maratona di Siviglia (guarda qui) con un nuovo personale di 2h24’28” (quattro minuti in meno di Amburgo), a soli 74 secondi dal record italiano di Sofiia Yaremchuk.

La maratona di Siviglia è stata un capolavoro: come l’hai vissuta?
“Diciamo che la mia idea iniziale era quella di partire per correre intorno alle 2h26’. Era il riferimento che avevo in testa e mi sarebbe andato benissimo anche un 2h25 alto. L’obiettivo, però, era soprattutto quello di fare una gara in progressione: partire controllata su un ritmo da 2h26’ e poi provare a spingere nella seconda metà per chiuderla leggermente più forte. La cosa incredibile è che io non sapevo minimamente che stessimo correndo su ritmi da 2h24’ fino praticamente al traguardo. È stata una sorpresa totale, e forse è stato anche il bello della giornata: correre senza pensare, lasciando che il corpo trovasse il suo equilibrio. E poi, lo ammetto, sono davvero felicissima del fatto che riusciamo sempre a fare negative split. Per me è una soddisfazione enorme: vedere che nella seconda metà riesco a spingere più della prima mi dà una carica incredibile. È successo ad Amburgo e si è ripetuto qui, e questo significa che stiamo lavorando nella direzione giusta”.
Dopo la mezza ho cominciato a girare in 3’27’’ e poi a scendere ancora un pochino. Negli ultimi cinque o sei chilometri abbiamo iniziato a spingere forte, anche sotto i 3’20’’ in alcuni tratti…
“Ed è proprio questo che mi piace delle mie ultime maratone: riesco sempre a partire con un ritmo che mi tiene in equilibrio, senza forzare, e arrivata al finale ho ancora margine. Ogni volta che arrivo al traguardo penso: ‘Cavolo, posso fare ancora di più’. Rispetto ad Amburgo ho già tolto quattro minuti, e questo è un segnale enorme. Mi piace tantissimo questa sensazione di equilibrio dall’inizio alla fine, come se avessi finalmente trovato il ritmo davvero giusto per me, quello che mi fa correre forte senza arrivare distrutta”.
Massimo Magnani ci aveva anche detto che, teoricamente, valevo un ritmo da 3’25’’ di media, ma non voleva assolutamente che partissi così forte da subito. E credo che questa sia stata la chiave.
“Mi ha dato un range, dicendomi che fino a 3’25’’ potevo stare tranquilla, ma che toccava a me decidere se rischiare tutto subito o adottare un approccio più prudente. E ovviamente, conoscendomi, ho scelto la prudenza perché l’ansia mi fa sempre tenere quel mezzo freno tirato. Nonostante i ritmi mi sembrassero folli all’inizio, sotto sotto speravo di correre forte”.
Sei a un minuto e quindici secondi dal record italiano, 1’30” al chilometro. Ci pensi?
“All’arrivo ci ho pensato, sì. Non è un obiettivo impossibile, ma so benissimo che per arrivarci serve ancora tanto lavoro, continuità e la capacità di crescere un pezzo alla volta. E poi avere una rivale forte come Elisa Palmero è uno stimolo in più: quando qualcuno alza il livello, inevitabilmente anche tu sei spinta a fare altrettanto”.
Campionati Europei di maratona a Birmingham: sì o no?
“Si, ma non ne sono ancora sicura. Gli Europei sono ad agosto, e la maratona lì sarà una gara molto tattica, poco veloce, con condizioni che probabilmente non permettono di cercare un grande tempo. Per questo sto valutando bene il da farsi. In questo momento mi piacerebbe concentrarmi prima sui 10 km e sulla mezza maratona, perché sento di avere margine e vorrei migliorare i miei personali anche sulle distanze più corte. Credo che lavorare su queste gare possa darmi una base ancora più solida quando tornerò alla maratona. L’idea, infatti, sarebbe quella di dedicarmi alle distanze brevi nella prima parte dell’anno e poi ritornare sulla maratona in autunno, quando ci sono condizioni più favorevoli per correre davvero forte”.
Riuscirai a goderti il successo di Siviglia?
“Devo davvero impararlo. È una cosa che non mi viene spontanea, perché io penso immediatamente alla prossima gara, al prossimo obiettivo, a quello che devo ancora fare invece che a ciò che ho appena conquistato. Però sto capendo che fermarsi un attimo è fondamentale: guardare ciò che si è costruito, riconoscere il lavoro fatto, darsi il permesso di essere orgogliosi”.

