Eliud Kipchoge, il più grande maratoneta di tutti i tempi, ha chiuso un capitolo storico dell’atletica mondiale dopo la sua ultima apparizione alla Maratona di New York. Con quella gara, il campione keniano ha completato il ciclo delle sette Major, entrando definitivamente nella leggenda. La sua carriera è costellata di successi straordinari: due ori olimpici, record mondiali e una serie di prestazioni che hanno ridefinito i limiti umani nella corsa di resistenza.
A 41 anni, Kipchoge aveva annunciato che non avrebbe più gareggiato ai massimi livelli, scegliendo di continuare a correre solo per passione, senza le pressioni e le aspettative del professionismo, per dimostrare che il running può essere molto più che una disciplina agonistica. Una decisione che sembrava irrevocabile, un addio elegante e coerente con la sua filosofia di vita, basata sulla semplicità e sull’amore per lo sport.
Ma, secondo indiscrezioni, un magnate saudita avrebbe presentato a Eliud Kipchoge una proposta che ha dell’incredibile: un miliardo di dollari immediato, seguito da 500 milioni di dollari l’anno per dieci anni. A questa cifra già astronomica si aggiungerebbero bonus extra per ogni record mondiale conquistato e persino la promessa di un impianto sportivo a Riyad che porterebbe il suo nome, il suggestivo “Kipchoge Desert Circuit”.
Non si tratta di una semplice sponsorizzazione, ma di un progetto ambizioso che punterebbe a trasformare il campione keniano in un’icona immortale, facendo allo stesso tempo dell’Arabia Saudita un nuovo epicentro dell’atletica mondiale. La stessa strategia già vista nel calcio, nella Formula 1 e nel golf, dove investimenti miliardari hanno attirato stelle internazionali e acceso i riflettori sul Paese arabo.
Cosa ha detto Kipchoge?
Il diretto interessato non ha confermato né smentito ufficialmente, ma in più occasioni ha ribadito la sua filosofia: “Non smetterò mai di correre, finché le forze mi sosterranno”. Dopo il ritiro dall’atletica élite, ha lanciato il progetto “Eliud’s Running World”, un tour di sette maratone in sette continenti, dall’Antartide all’Arabia Saudita, per ispirare il mondo alla corsa. Parole che lasciano intendere apertura a nuove sfide, ma non a un ritorno agonistico sotto bandiera saudita.
Anche perché Kipchoge ha sempre costruito la sua immagine su valori di sobrietà e integrità, lontani dalle logiche del “sport-washing” che accompagnano le maxi-operazioni saudite. Inoltre, il progetto personale del keniano punta a unire la comunità mondiale dei runner, non a legarsi a un singolo Paese. Senza dimenticate il grande attaccamento del kenyano per il suo Paese d’origine, dove da sempre è simbolo di ispirazione per i più giovani. Infine, l’età e il carico fisico di una decade di gare ad altissimo livello rendono improbabile un ritorno competitivo ai primissimi livelli.
Al momento sono tutte soltanto indiscrezioni provenienti dal web. Nessun segnale concreto lascia pensare che Kipchoge sia diretto verso l’Asia, ma è certo che l’interesse dell’Arabia Saudita per il mondo della corsa è ormai una realtà consolidata.

