Nel mondo del running, il centro nevralgico di ogni scarpa è l’intersuola: un elemento spesso invisibile, ma decisivo nel determinare le sensazioni di un atleta durante la corsa. È lì, in quello strato di pochi centimetri, che si giocano comfort, stabilità e capacità di restituire energia. È lì che prende forma la personalità di una scarpa: morbida o reattiva, permissiva o aggressiva, capace di accompagnare con delicatezza o di spingere con decisione.
Da sempre, la ricerca sulle intersuole ruota attorno a una serie di obiettivi chiave che, pur rimanendo gli stessi negli anni, hanno generato soluzioni tecnologiche radicalmente diverse. Leggerezza, comfort, ammortizzazione, stabilità, durata e reattività: sei concetti semplici, ma difficili da far convivere. La morbidezza che accoglie il piede come un abbraccio è spesso il primo criterio di scelta per molti runner, preferito rispetto a scarpe più rigide e “spigolose”. Sul fronte dell’ammortizzazione, invece, il mercato sta vivendo un’evoluzione continua: le aziende spingono verso modelli sempre più alti, una scelta che porta vantaggi in termini di comfort ma può penalizzare la stabilità, soprattutto per chi non ha un appoggio neutro o corre su terreni sconnessi.
Negli ultimi anni si è passati dalle mescole tradizionali in EVA – più leggera e morbida rispetto al poliuretano degli anni Settanta – a materiali sempre più performanti. È il caso del TPU, portato alla ribalta dal Boost di Adidas, fino ad arrivare alle schiume utilizzate nelle scarpe da gara: il PEBA, come lo ZoomX di Nike (Alphafly), o il TPEE impiegato nel Lightstrike Pro delle Adidas Adios Pro 4.
Queste mescole sono note per essere estremamente performanti e soffici, tanto da rendere quasi obbligatorio l’uso di piastre in carbonio: non solo per aumentare la spinta, ma anche per stabilizzare una struttura altrimenti troppo cedevole. Un limite significativo, tuttavia, è la durata nel tempo. Fin dal loro esordio, si è discusso del rapporto non sempre vantaggioso tra prezzo elevato e longevità della scarpa: il celebre calcolo “euro al chilometro” ha reso queste calzature oggetti del desiderio più che strumenti quotidiani, spesso prerogativa di atleti sponsorizzati o di runner pronti a investire somme importanti pur di provare l’ultima novità.
Oggi ogni brand propone almeno due o tre modelli con mescole premium da gara, e una maggiore concorrenza ha reso il mercato più accessibile. Il problema della durata, però, non è scomparso: si è semplicemente spostato un po’ più avanti. In media, una super scarpa da gara preserva le sue qualità per circa 400–500 km.
A‑TPU: la nuova frontiera delle intersuole
Alla luce di quanto visto, sempre più marchi hanno iniziato a guardare all’A‑TPU (Aliphatic Thermoplastic Polyurethane) con curiosità, poi con interesse, e infine con decisione. Lo si vede nelle nuove collezioni: Puma lo utilizza nelle sue Deviate Nitro Elite 3 e Fast-R Nitro Elite 3, mentre Asics lo ha portato sia sulle Megablast sia sulle Metaspeed Ray. È come assistere all’arrivo di un nuovo attore nel mondo del running, uno di quelli che non alza troppo la voce, ma che riesce comunque a farsi notare. E allora la domanda sorge spontanea: cosa ha di così speciale questa mescola da convincere così tanti brand a scommetterci?
Il primo indizio arriva dal ritorno energetico. Le cifre parlano di un miglioramento del 3-5% rispetto al PEBA. Ma ciò che conta davvero è la sensazione: un passo che sembra più vivo, una spinta che rimane brillante anche quando la fatica comincia a bussare. È come se la scarpa restituisse una parte di ciò che le chiediamo, quasi un piccolo patto non scritto tra runner e tecnologia.
Poi c’è la durabilità. Le schiume moderne, per quanto performanti, tendono a perdere freschezza dopo tanti chilometri. L’A‑TPU, invece, sembra resistere meglio al passare del tempo, mantenendo la sua vivacità più a lungo e rendendo le scarpe meno “stanche”, anche dopo un utilizzo prolungato.
La leggerezza è un altro dei suoi punti di forza. La densità più bassa permette ai brand di alleggerire ulteriormente le scarpe da gara, senza sacrificare quella combinazione di comfort e reattività che ogni runner cerca. È un equilibrio delicato, quasi una ricerca di alchimia, ma questa mescola sembra avvicinarsi come poche altre al risultato ideale.
E poi, un dettaglio spesso trascurato: il comportamento alle basse temperature. Chi corre d’inverno lo sa bene: molte schiume diventano più rigide, cambiano carattere, perdono parte della loro identità. L’A‑TPU, invece, sembra mantenersi fedele a sé stessa, con un indurimento minimo – appena un 1-2% – che permette alla scarpa di offrire sensazioni più costanti, simili alle migliori schiume in PEBA.
Tutto perfetto, dunque? Non proprio. Perché come spesso accade con le tecnologie emergenti, esiste un rovescio della medaglia: il prezzo. La produzione dell’A‑TPU è ancora complessa, in alcuni casi richiede di scolpire l’intersuola da un blocco di materiale, generando più scarti e costi più alti. È un processo che oggi pesa sul costo finale della scarpa, anche se l’esperienza insegna che con il tempo – e con la diffusione – questi ostacoli tendono ad attenuarsi.
A-TPU: il test sul campo con Asics Megablast e Metaspeed Ray
Eccoci, dunque alla prova della verità. Dopo la provocazione di un lettore, scettico sulla reale capacità dell’A‑TPU di mantenere le sue performance nel tempo, abbiamo deciso di mettere alla prova due modelli Asics con intersuola interamente in A‑TPU:
• Metaspeed Ray, scarpa da gara ultraleggera (solo 129 grammi)
• Megablast, una super trainer versatile e pensata per l’uso quotidiano
Abbiamo adottato un approccio volutamente empirico, spingendo le scarpe a un chilometraggio superiore a quello normalmente previsto per queste categorie: 1000 km per la Megablast e 320 km per la Metaspeed Ray. L’obiettivo era valutare non solo l’usura visibile, ma anche il comportamento dell’intersuola in termini di ammortizzazione e reattività.
Asics Megablast dopo 1000 km
Fino a circa 800 km, la Asics Megablast ha mantenuto un comportamento sorprendentemente simile a quello dei primi utilizzi: ammortizzazione costante, rimbalzo vivo, nessun segno evidente di cedimento della mescola.
Solo oltre questa soglia è emerso un lieve calo della morbidezza, più percepibile che misurabile. La reattività è rimasta però quasi immutata fino alla fine del test. Anche a 1000 chilometri, la scarpa è risultata perfettamente utilizzabile, soprattutto alternata a modelli più freschi: una longevità superiore alla media delle più classiche intersuole premium.
Asics Metaspeed Ray dopo 320 km
La Asics Metaspeed Ray è una scarpa minimalista, nata per esaltare leggerezza e prestazioni. Fin dai primi chilometri ha mostrato un certo schiacciamento dell’intersuola, aspetto in parte prevedibile vista la morbidezza estrema e il peso irrisorio.
Con l’aumentare dei chilometri, però, questo schiacciamento non si è tradotto in una perdita marcata di reattività: il rimbalzo è rimasto presente e ben percepibile, mentre il calo maggiore ha riguardato l’ammortizzazione. Un declino contenuto e comunque inferiore a quanto ci si aspetterebbe da una super scarpa da gara così estrema e leggera.
A-TPU una mescola destinata a cambiare il mercato
I risultati del test confermano che l’A‑TPU non è l’ennesima mescola “più performante”, ma un materiale capace di affrontare uno dei limiti principali delle schiume moderne: la rapida perdita di prestazione. Le evidenze mostrano come l’A‑TPU riesca a mantenere un equilibrio stabile tra morbidezza, reattività e ammortizzazione anche a chilometraggi elevati. Una caratteristica che potrebbe ridefinire il concetto di scarpa premium: non più dedicata solo al giorno di gara, ma realmente utilizzabile con continuità.
È probabile che nei prossimi anni vedremo l’A‑TPU diffondersi non soltanto sulle scarpe da gara – come accade già nei modelli del 2026 – ma anche sulle scarpe da allenamento quotidiano, dove la durata e il comfort fanno davvero la differenza.
Il prezzo rimane un ostacolo, ma se i costi produttivi si ridurranno con l’aumentare della diffusione, l’A‑TPU potrebbe diventare il nuovo riferimento per chi cerca una scarpa morbida, reattiva e affidabile nel tempo. Una tecnologia che sembra finalmente conciliare performance e uso reale: chilometro dopo chilometro.

