C’è un tema che, negli ultimi giorni, sta accendendo discussioni e commenti nei gruppi social dedicati alla corsa: la decisione della Bologna Marathon di eliminare completamente bicchieri e bottigliette di plastica dai ristori della 42K cittadina, in programma il prossimo 1° marzo e già sold-out. Una scelta che l’organizzazione ha ribadito anche durante la presentazione di uno dei main sponsor, Culligan, acqua ufficiale dell’evento, confermando la volontà di proseguire sulla strada della sostenibilità per il secondo anno consecutivo. “Nel 2025 abbiamo evitato oltre 80.000 bottiglie di plastica monouso — e quest’anno puntiamo ancora più in alto”, hanno sottolineato con orgoglio.
Una direzione che non arriva dal nulla: la stessa maratona di Parigi, qualche mese fa, aveva anticipato una vera e propria rivoluzione annunciando che, dal 2026, lungo il percorso non saranno più disponibili i classici bicchieri o le bottigliette d’acqua. Al loro posto, solo borracce personali da ricaricare ai punti di idratazione. Una svolta epocale per uno degli eventi sportivi più partecipati del pianeta, destinata verosimilmente a fare scuola.
Nel frattempo, alcuni runner italiani hanno chiesto chiarimenti sulla scelta di Bologna Marathon. L’organizzazione ha così spiegato nel dettaglio come funzionerà realmente. Lungo il tracciato, ai ristori, i volontari saranno pronti a distribuire acqua filtrata riempiendo — sì, anche “al volo” — i bicchieri pieghevoli forniti all’interno del pacco gara e che ogni atleta dovrà portare con sé per tutta la durata della competizione.
Ma non è tutto — e per molti è stato un vero sollievo scoprirlo. Oltre al servizio di riempimento, ai tavoli dei ristori saranno comunque presenti i bicchieri in carta, già pronti e pre-riempiti, come avviene tradizionalmente in tutte le maratone. Un dettaglio che rassicura chi temeva un cambiamento troppo drastico e potenzialmente problematico.
In effetti, immaginare un atleta costretto a fermarsi ogni cinque chilometri per riempire manualmente un bicchiere appare poco realistico dal punto di vista operativo. Gli élite, ovviamente, dispongono di borracce dedicate, ma come potrebbe funzionare per un runner amatore che corre tra i 3’30’’ e i 4’30’’ al chilometro? È davvero pensabile che i volontari riescano a riempire un contenitore mentre un atleta lanciato a quelle velocità gli passa davanti?
E cosa accadrebbe quando, come spesso succede, a un ristoro si presentano decine di atleti nello stesso istante? E soprattutto: può chi sta inseguendo il proprio personal best, alto o basso che sia, permettersi di rallentare per attendere che un bicchiere venga riempito?
C’è poi un’ultima questione molto concreta: la maggior parte dei pantaloncini da gara hanno appena lo spazio necessario per qualche gel energetico. Difficile, per non dire impossibile, trovare un posto anche per un bicchiere pieghevole, per quanto minimale e leggero.
Per questo, prima di proporre o adottare cambiamenti così significativi, è fondamentale valutare con attenzione non solo l’impatto ambientale — obiettivo lodevole — ma anche la sostenibilità organizzativa e soprattutto il peso reale sull’esperienza degli atleti, che dovrebbe essere il vero cuore di ogni maratona.

